Green Day (1989-2004)

Quasi dieci anni fa c‘era da dare ai Green Day la copertina del Mucchio, poco dopo l‘uscita di American Idiot. Avevamo un‘intervista (non mia) che, come da consolidata prassi, doveva essere arricchita dal classico box con informazioni bio-discografiche. Questo.

Green Day foto
Il disturbo della quiete pubblica
È il 1989 quando il cantante e chitarrista Billie Joe Armstrong e il bassista Mike “Dirnt” Pritchard, entrambi appena diciassettenni ma già rodati dalla precedente esperienza come Sweet Children, danno vita ai Green Day assieme al batterista John Kiffmeyer (noto come Al Sobrante). La scena è quella assai fertile di Berkeley, California, nella quale il gruppo si fa notare riscuotendo subito l’interesse della Lookout!: in poco meno di due anni escono così il 7”ep 1000 Hours (1989), l’album 39/Smooth (1990) e l’altro ep Slappy (1991), che nonostante la generale naïvete – o forse proprio grazie a quella – impongono il terzetto come interprete di un punk-pop/popcore ruvido e dinamico, memore delle lezioni di autentici maestri del ‘77 come Buzzcocks e Undertones. Il discorso è poi perfezionato nel seguente Kerplunk (1991), che registra l’ingresso in organico del batterista definitivo: è l’allora diciannovenne Frank Edwin Wright III (in arte Tre Cool), già nei Lookouts.
Con tutte le major febbrilmente impegnate a scandagliare l’underground americano alla ricerca dei “nuovi Nirvana”, i Green Day finiscono nel mirino della Reprise, legata alla Warner Bros: nella primavera del 1993 firmano così un contratto dal quale all’inizio del 1994 deriva Dookie, che scala fino al secondo gradino le classifiche USA – è la prima volta per una band punk – e vende vari milioni di copie. Responsabili del clamoroso exploit, oltre alla necessità di un sano “disturbo della quiete pubblica” avvertita dai giovani americani (e non solo), la freschezza di un sound che dosa con grande efficacia ruvidezza e melodia e che trova i suoi inni in singoli come Longview, Basket Case, Welcome To Paradise e When I Come Around; una formula puntualmente replicata nell’autunno del 1995 con il quasi altrettanto riuscito (e più o meno ugualmente fortunato) Insomniac, forte di altre canzoncine incisive e fulminee come Geek Stink Breath, Stuck With Me o Brain Stew.
Gradualmente, però, l’ensemble sembra perdere smalto ed energia, con una conseguente accentuazione dell’elemento pop che rende la proposta meno vivace e più di routine: al di là di qualche episodio irresistibile, né Nimrod (1987) né tantomeno il fiacco Warning (2000) – che peraltro segna una risalita nelle classifiche – sono all’altezza delle aspettative. Nel 2001 è la volta di International Superhits!, immancabile “best of” con inediti, al quale si affiancano prima la raccolta di clip International Supervideos! e poi, nel 2002, una compilation di b-side, Shenanigans. L’ultimo capitolo della saga, di un paio di mesi fa, è American Idiot, perfetto trait d’union tra i Green Day “punk” e quelli “pop” sviluppato a mo’ di concept: un album sempre in bilico tra 1977 e Sixties, corredato di testi che dosano con verve e acume più pronunciati del solito cazzeggi (post) adolescenziali e più o meno blande denunce di carattere sociale; e un gran bel ritorno – pure sul piano commerciale, visto il n.1 raggiunto nelle charts statunitensi – per un gruppo che erano ormai in molti a considerare artisticamente spacciato. E anche se i giorni di Dookie, per impatto e per purezza, sono ormai per sempre alle spalle, si tratta di un risultato senza dubbio da non sottovalutare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.599 del 9 novembre 2004

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Categorie: articoli | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Green Day (1989-2004)

  1. Anonimo

    non mi sono mai piaciuti tanto, i green day, eccetto proprio american idiot, che considero davvero un discone, per quanto mi riguarda il loro migliore, a mani basse

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