Massimo Bubola

Fra riviste e RAI e dovrei avere intervistato almeno cinque volte Massimo Bubola, uno dei nostri cantautori – ma il termine è riduttivo – tutto sommato più immeritatamente in (pur relativa) ombra. Questa del 2000, molto lunga ma non chilometrica come quella poi realizzata per il dossier di Extra, mi sembra nel complesso la più significativa. La recupero con piacere, anche con lo pseudo-occhiello che la introduceva. Questo: “Da quasi un quarto di secolo Massimo Bubola solca le acque infide della Canzone d’Autore italiana (“C” e “A” maiuscole, per favore) con la perizia di un esperto marinaio, usando come strumenti istinto e coerenza e come carta nautica il cielo stellato del folk-rock internazionale. Per lui, romantico del rock’n’roll, la musica è nello stesso tempo l’acqua alla quale affidare la barca e il porto dove gettare l’ancora; e Diavoli & farfalle è, per ora, il suo ultimo, sicuro approdo”.

Bubola fotoRock’n’roll romantico
Ripassando il curriculum di Massimo Bubola c’è da rimanere stupiti di come il suo nome, benché conosciuto e rispettato da colleghi e addetti ai lavori, non sia di quelli che circolano spesso tra il grande pubblico: in ventiquattro anni di carriera discografica, il musicista veneto ha infatti composto testi e/o musiche per altri (da Fabrizio De André, con il quale ha cofirmato per intero Rimini e Fabrizio De André – L’indiano, al di lui figlio Cristiano, da Mauro Pagani ai Gang fino a Fiorella Mannoia, cui ha regalato la bellissima Il cielo d’Irlanda), ha rivestito il ruolo di produttore (Cristiano De André, Estra, Kaballà, Gang) e soprattutto ha realizzato in proprio ben nove album. Poi, incontrandolo di persona e scambiando con lui opinioni a 360 gradi, capisci tutto: in questo paese di cialtroni e marchettari è raro – ma non impossibile: alle volte, basta trovarsi nel posto giusto al momento giusto – che il successo su larga scala arrida a chi concepisce la musica come una costante e impegnativa opera di ricerca e come un fondamentale strumento di cultura ed emozione; e che, inoltre, non è disposto ad avvilire la sua indole creativa né tantomeno a baciare culi che contano per ottenere effimeri vantaggi di tipo mercantile.
Non è un santo, Massimo Bubola, e neppure un cavaliere senza macchia e senza paura che ha deciso di intraprendere chissà quale improbabile crociata: è solo un artista sincero e convinto delle sue idee, che quando centra il bersaglio deve ringraziare solo se stesso e quando lo fallisce ne paga le conseguenze sulla sua pelle. Chiacchierare con lui è stata una bella esperienza, al di là di certi toni ora amari e ora (solo in apparenza) un po’ snob che non si sono voluti soffocare in sede di trascrizione.

Il nuovo Diavoli & farfalle è arrivato dopo due anni di lavoro: come hai impiegato questo tempo?
Al di là delle diverse letture che si possono dare di ogni azione, e dei riflessi sociali delle azioni stesse, il mio rimane un lavoro di alto artigianato: una questione di diligenza che va oltre elementi indefinibili come l’ispirazione o il talento puro. A questo disco ho lavorato con metodi antichi: ho registrato ventitré canzoni, ne ho selezionate diciotto, ne ho portate avanti sedici e alla fine me ne sono rimaste tredici. La parte più lunga è stata quella della preparazione e della scelta del materiale.
E le storie?
Quelle, come sempre, le ho raccolte indifferentemente dalla mia vita personale così come dalla cronaca nera o dalle letture che mi hanno colpito. L’architettura di base di Diavoli & farfalle è costituita da argomenti importanti: parlo di morte e di grandi passioni, e a volte può capitare – succede in Emmylou, il cui protagonista è un uxoricida – che le due cose convivano. In Italia il mio modo di scrivere – quello della ballata che racconta una storia – si sta purtroppo estinguendo, e senz’altro la scomparsa di De André mi ha dato in questo senso maggiori responsabilità: Fabrizio rappresentava una tradizione di quarant’anni che non deve andar persa, che parte da Guy de Maupassant e arriva a Georges Brassens e Jacques Brel, alle ballad di Bob Dylan e di altri grandi non europei ma che è legata anche alla musica popolare dal ‘500/’600 – non importa se siciliana, maremmana, romagnola, veneta o napoletana – nella quale non mancano certo i fatti di sangue.
In questo disco cerco di ribadire un ruolo di autore che prende visione della realtà. È un album che possiede, almeno credo, una sua umiltà, anche perché mi sono affidato ben poco alle metafore. I cerebralismi sono belli e spesso autogratificanti, ma si estinguono facilmente: bisogna invece scrivere canzoni solide, che durino il più a lungo possibile, perché altrimenti si perde il contatto con le tradizioni e la memoria dei maestri. C’è una sorta di “analfabetismo di ritorno”, perché ben pochi guardano alle lezioni del passato: invece, è necessario conoscere il valore dei De André, dei Tenco, dei De Gregori e di tutti i “narratori di canzoni” della stessa razza.
Il tuo approccio alla materia non sembra essere un esercizio formale o intellettuale, quanto piuttosto un atto sentito con il cuore.
Come accennavo prima, quando inizi a fare questo mestiere sei come un sarto o un fabbro. L’esistenza di un talento è rivelata dal tempo, ma per come la vedo io è già un piccolo miracolo costruire in quattro strofe una storia che arrivi alla gente, che si capisca. Ti faccio un esempio cinematografico: un buon brano è come una sceneggiatura ben bilanciata. Io uso le chitarre – ne ho più di una trentina di tutti i tipi, molte delle quali vintage – come obiettivi: ce ne sono di adatte per i primi piani o per i campi lunghi e ne ho anche di vecchie per situazioni particolari di luce come nei film di Wenders… la Mustain suona bene coi reverberi e i tremoli, la Rickenbacker serve a fare gli arpeggi larghi, le Martin per le parti acustiche o blues. Insomma, sfrutto la sintassi chitarristica, troppo spesso bistrattata: qui da noi si usano gli strumenti che vanno di moda o si scelgono più o meno a caso. A me piace la musica fatta a mano, quella costruita con i tocchi delle dita, con i difetti dei chitarristi che creano i fondi… come in certi quadri, la parte emotiva è più importante della figura in sé: il testo diventa espressionista e la musica impressionista, con le pennellate che si muovono. I dischi davvero grandi vantano una notevole potenza evocativa, che è ciò che rende i suoni mobili e non statici; al contrario, l’elettronica va per lo più verso una musica ferma, perché è esatta come la matematica.
Hai incontrato più difficoltà nell’ideare e strutturare le canzoni o nel “rivestirle”? Nel disco si sente chiaramente il grande impegno in fase di cesello.
Quando si affronta un pezzo con onestà intellettuale, non si sa mai se i risultati saranno validi o meno: si prova a smontarlo e a rimontarlo. Emmylou, per esempio, aveva una strana massa di chitarre che la tagliavano perpendicolarmente: le ho tolte e poi ne ho aggiunta una con il delay che si è rivelata determinante, ma ci sono arrivato dopo un bel po’ di tentativi. In genere il mio metodo è parecchio disordinato; man mano che si va avanti continuo a missare i vari brani, e questa volta che avevo a disposizione uno studio e un buon budget ho agito in totale autonomia, decidendo ogni giorno quel che preferivo fare assieme al mio coproduttore Simone Chivilò, che è chitarrista e fonico come me. Oltre alle chitarre, che già mi hanno consentito di spaziare abbastanza, mi è piaciuto usare pianoforti e tastiere storiche come Farfisa e Hammond.
Rifare più volte le stesse cose non è un po’ dispersivo?
No, quando si entra in un pezzo ci si deve rimanere finché serve. Io non lavoro mai con la stanchezza addosso, o in maniera forzata: la musica non è un obbligo ma un atto d’amore, specie verso gli altri.
Comunque, al di là degli strumenti e degli arrangiamenti, il cardine della tua formula rimane la voce.
In una canzone, la voce è l’unico elemento insostituibile: parto sempre da lì per costruire i pezzi, sia miei che di altri. Mi sembra che in questo caso la mia voce abbia la giusta potenza emotiva, la giusta commozione: c’è il tono confidenziale, intenso e partecipe ma anche discorsivo e mai enfatico. Al “bel canto” preferisco sempre un tono che gratti e che scaldi.
La cupezza e la profondità di certi toni ti procureranno accuse di esserti ispirato a Nick Cave.
In realtà Nick Cave è stato influenzato da Brassens che a sua volta si è rifatto a Maupassant, e lui a Baudelaire. Comunque la mia voce è molto bassa, e più invecchio più questo mio bradisismo canoro aumenta. Le voci basse hanno una sorta di evocatività suadente, sono voci da “fuori campo”; mi è sempre piaciuto moltissimo Leonard Cohen, così come Lou Reed e il Dylan di Oh Mercy e Time Out Of Mind.
Non ti capita mai di avvertire qualche carenza di dinamismo stilistico? Diavoli & farfalle mi ha ricordato a tratti Rimini, dal quale sono trascorsi ben ventidue anni.
Forse si assomigliano a livello di atmosfere, ma sotto il profilo delle sonorità si tratta di dischi diversissimi tra loro. In ogni caso credo che nell’Arte non esista un “avanti” e un “indietro” ma qualcosa che va sviluppato, e credo che alla fine esistano solo le belle e le brutte canzoni e gli arrangiamenti buoni e cattivi. Non so se Rimini sia un disco superato, ma so che la modernità reale o presunta è un dato relativo quando si parla di grandi sentimenti e si affrontano lo strazio, l’amore, la morte, la separazione, l’abbandono, il rancore, la fatalità, la vendetta. Si devono usare tinte ad olio pesanti, far vedere le ferite che sanguinano, gli scheletri. Per rifarmi a un altro genere di paralellismo che amo molto, quello gastronomico, ho voluto mettere nella minestra venti gambe d’aglio, anche come provocazione, per ottenere un sapore forte.
I sentimenti profondi sono sempre così negativi?
Più che negativo, Diavoli & farfalle è un album che cerca un equilibrio sulla realtà: il male emulsiona bene e viceversa, o almeno così direbbe Dostoevskij. Parlare del male è anche una forma di non alienazione che serve come allenamento per il cuore, in modo da non essere soggetti impassibili in ostaggio delle teorie di marketing. Il nostro dovere di musicisti dovrebbe essere quello di creare negli ascoltatori una sorta di coscienza delle problematiche: non è importante fornire soluzioni ma stimolare.
Dal punto di vista sonoro, pur nella sua grazia d’insieme, Diavoli & farfalle presenta contrasti abbastanza forti. È un riflesso della tua indole?
È la mia vita, lo specchio di quarant’anni di rock che vanno da Ry Cooder fino ai Pearl Jam. Nel momento in cui un musicista compone diventa una sorta di filtro, una spugna che deve inglobare ettolitri di acqua per crescere di un granellino. La mia cultura classica mi porta ad ascoltare musica da camera veneta, madrigali e manfrine, ma arrivo fino ai Pixies e ai Sonic Youth così come vent’anni fa sentivo Dylan, la Nitty Gritty Dirt Band e i Led Zeppelin. Nei ‘70 avevo un repertorio stranissimo con un sacco di pezzi dei Rolling Stones, di Dylan, dei Jethro Tull. Suonavo addirittura il flauto traverso.
Nei ‘70 un appassionato seguiva il country e i Led Zeppelin, Battisti e i Tangerine Dream, i Jefferson Airplane e i Fairport Convention. Oggi tutto quello che è chiamato rock è diviso in compartimenti stagni, e la maggior parte del pubblico si interessa solo di un sottogenere.
La gente fa scelte pseudo-politiche sulla musica, e da qui nascono il settarismo e le guerre fra poveri. Il “mio” rock va dalla musica latina al tex-mex, dal country alle improvvisazioni folk, dal blues e al rock‘n’roll puro, e i miei dischi riassumono tutto ciò. Secondo me ogni stile ha il suo tipo di testo: il blues, per esempio, va bene per storie “nere”, così come Emmylou è in La minore, che è una tonalità da lutto. Non è certo una mia scoperta: per esprimere tristezza o speranza non si toccano le stesse corde, e ogni tonalità si adatta a un sentimento. Lo stesso avviene con i sottogeneri del rock, ognuno si presta a determinate tematiche e non ad altre. Il problema è che viviamo in un paese balordo: piuttosto che fare cultura musicale si creano scelte di campo che sono per forza di settore. In questo c’è una stupidità di fondo, perché non ha senso che a una scelta musicale ne siano collegate altre che non c’entrano nulla, dall’abbigliamento ai locali da frequentare.
Nell’album c’è un pezzo che stacca abbastanza rispetto all’umore globale: è la cover, molto allegra, di And A Bang On The Ear dei Waterboys.
Volevo inserire un country leggero, perché quella leggerezza – che definirei calviniana – fa parte di me, la sento molto vicina. È un country celtico, poi, perché l’argomento è disimpegnato: una classica casistica di fidanzate con l’ironia della auto-tirata d’orecchio. Death Is Not The End di Dylan, un brano profondamente religioso, nel disco di Nick Cave diventa ironico, e questo dimostra che una canzone acquisisce significati e funzioni diversi a seconda del contesto in cui è collocata; E una tirata d’orecchio è la risposta alla negatività dell’album.
Diavoli & farfalle riassume meglio dei vecchi lavori il carattere di Massimo Bubola?
La mia concezione di album rimane quella dei tipici dischi rock, la cui struttura-base è quella creata dai Rolling Stones: quattro brani medio-lenti, due veloci, due acustici, uno atipico che può essere un reggae o un cha-cha-cha…
Mi sembra una logica molto matematica e poco istintiva.
È come per le trame di Shakespeare: semplicemente è una struttura classica, che fornisce un richiamo con il passato e dà la possibilità di costruire e bilanciare le parti: strofe, bridge, ritornello. Però non deve essere un vincolo, conoscere le regole non impedisce certo di inventare qualcosa di differente.
Insomma, non lo vedi come un album più importante degli altri?
È importante nella misura in cui mi rapporto in maniera dialettica e senza rapporti di sudditanza con le produzioni internazionali. Lo dico con umiltà, ma credo che Diavoli & farfalle abbia sonorità e soluzioni ritmiche che potrebbero interessare, magari, a qualcuno come Daniel Lanois: lui è un francofono canadese e ha un altro tipo di estetica, mezza europea e mezza americana, mentre io sono figlio del Rinascimento veneto e la mia estetica deriva da queste radici, ma le strade sono vicine… Una volta Lou Reed mi ha detto: “se partite dalla coscienza della vostra cultura, avete grandi vantaggi sugli altri”, e in effetti l’idea di un gusto italiano da riversare nel rock è tutt’altro che assurda. Io vedo il rock come una koiné, un linguaggio comune a tutto l’Occidente, e gli impartisco un carattere personale: d’altronde, il cocktail è nuovo se su quattro elementi ne inventi uno. Sono convinto che questo modo di porsi sia adulto e razionale, e sicuramente più sensato del limitarsi a riprodurre dei modelli che non ci appartengono e che da noi sono fuori contesto.
Spesso hai voluto evitare le rime.
Su Innocente, soprattutto. A volte ho usato assonanze, altre ho privilegiato il significato: certe urgenze sono imprescindibili. In effetti ci sono licenze o “movimenti” strani: sai, capita che una semplice pietra sia talmente bella che può valere la pena di spostare il contesto che le sta attorno. In ogni caso, questa mancanza di rigidità fa un buon effetto.
Suoni da molto tempo e hai ascoltato tanta musica: sei in grado di formulare un giudizio sulle nuove generazioni italiane che propongono rock cantato nella nostra lingua?
Alcuni mi sembrano bravi e coraggiosi, sia nelle intenzioni che nella forma. Come ben sai ho lavorato con gli Estra, che sono abbastanza vicini al mio mondo, ho più volte scambiato idee di scrittura con Mauro dei La Crus e, in generale, coltivo buoni rapporti con tanti altri. Non ho mai voluto fare scelte generazionali, la discriminante è la bellezza.
Anche in considerazione della tua “anzianità di servizio”, non ti secca rimanere un personaggio di culto, poco noto a livello di massa?
Ognuno di noi è il risultato delle sue scelte, questo è chiaro, ma nel mio caso il problema è anche un altro. Negli anni Settanta, all’epoca del boom dei cantautori, i dischi erano pochi e c’era più attenzione, mentre oggi il sovraffollamento e il caos impediscono di far sapere che esisto ai miei possibili estimatori.Di solito le mie canzoni piacciono, riesco a scrivere cose molto “rare”. Non è facile, però, arrivare anche solo a una parte di quelli che, ascoltandole, le apprezzerebbero.
Qui tocchiamo un tasto dolente: al di là delle tue personali qualità, l’essere stato coautore di una ventina di canzoni rese celebri da De André e l’aver collaborato a lungo con lui avrebbe dovuto garantirti un posto privilegiato nelle varie celebrazioni di recente allestite per il primo anniversario della sua morte. Solo pochi, invece, si sono ricordati di te, preferendoti gente che con Fabrizio non ha mai avuto nulla a che spartire. Che ne pensi?
Alla manifestazione più importante, quella di Genova, ho partecipato, anche se all’inizio il mio nome non era stato fatto: probabilmente, trattandosi di un evento organizzato dalla famiglia di Fabrizio un po’ al di fuori dei soliti “giri”, si era creato qualche disguido. Quel che mi ha addolorato è che i media, al momento di raccontare l’accaduto, non hanno quasi parlato del lato artistico – vedi le splendide versioni di Amico fragile e Fiume Sand Creek interpretate rispettivamente da Vasco Rossi e Ligabue – o delle cinquantamila persone radunate in piazza, ma hanno voluto puntare i riflettori sul testo sbagliato da Celentano. Inoltre, ai giornalisti non interessava affatto fornire un’informazione corretta, magari grazie alle testimonianze di persone come me o Mauro Pagani che Fabrizio lo hanno conosciuto sul serio: hanno preferito, al contrario, chiedere un parere a Jovanotti, che ovviamente non ha potuto far altro che rispondere con uno scontatissimo “l’ho visto tre volte: due mi ha detto ciao e una mi ha parlato per quattro secondi”. È vero che a Genova, presumo per impegni assunti in precedenza, mancavano artisti che hanno collaborato anche strettamente con Fabrizio come De Gregori e Fossati, ma nessuno ha ritenuto di rimarcare che in Italia non c’era forse mai stato un raduno così di peso, o di soffermarsi sulla bella atmosfera che si respirava dietro le quinte: agli occhi dei media, l’episodio chiave è stato l’errore di Celentano. Una cosa patetica.
Il punto è che Celentano e Jovanotti “fanno audience” e tu o Pagani no. Anche nei servizi dei telegiornali si sono visti soltanto i soliti noti.
Il problema è proprio questo, come ho voluto anche mettere in evidenza entrando in polemica con la Dandini a proposito di Studio 18 e di come la cosiddetta alternativa si sia adeguata a certe logiche. Mi indigna che una come lei, emersa oltretutto nei tanto vituperati anni della DC e del craxismo, si sia convertita al triste “tu non puoi venire al mio programma perché non sei abbastanza famoso”. Anche Taratatà, nella sua celebrazione di Fabrizio, ha invitato i soliti cinque/sei, quelli che erano in promozione da settembre. Rimango allibito nel constatare come la politica della Sinistra sia quella di creare una pseudo-informazione monolitica, e come l’area cattolica sia in definitiva più democratica e più aperta: a Quelli che il calcio, almeno, mi hanno chiamato. Se ci fosse un incontro, per esempio, sulla microbiologia marina, i commenti verrebbero chiesti sempre a Jovanotti, a Vasco Rossi o a Ligabue. Capisco che il discorso suoni interessato, ma se gente già poco visibile come me o Pagani è tenuta fuori anche dai contesti in cui entrerebbe di diritto più di chiunque altro, si tocca davvero il fondo. A livello politico di parla tanto di par condicio, ma perché non esiste una sorta di par condicio artistica? È chiaro che non avrei mai la pretesa di ottenere gli stessi spazi di musicisti con un mercato molto più ampio del mio, ma mi piacerebbe poter far conoscere le mie canzoni.
Invece non ci riesci, o ci riesci poco.
In questo momento la canzone d’autore è considerata musica altra, per non dire di emarginazione. I network non ti trasmettono accusandoti ingiustamente di non essere radiofonico, i tuoi video non vengono considerati perché non rientri nello sterereotipo “da video” (e anche perché non elargisci mazzette, NdI), la TV non ti vuole perché non “tiri”. Possibile che non esistano spazi per propagandare musiche che non siano di tendenza o di regime? Secondo me, almeno a livello RAI, dovrebbero esserci programmi intelligenti che assolvano doveri civici di informazione. La conoscenza dei testi di Lou Reed, Bob Dylan e Leonard Cohen, ad esempio, arricchisce senza dubbio linguaggio e interiorità; qui, invece, siamo al livello che se Calvino fosse vivo e pubblicasse un nuovo libro, i telegiornali non se ne occuperebbero perché non è “di moda”. Inutile negarlo, l’appiattimento del gusto è creato: è ovvio che il pezzo di X viene passato mille volte e quello di Y zero, Y non avrà nessuna chance.
Hai ragione. Però, scusa se te lo dico, questo mi sembra un discorso stile “la volpe e l’uva”.
È chiaro che vorrei essere passato di più, figurati, ma questo c’entra fino a un certo punto: il mio attacco è contro questo modo di fare – o, meglio, non fare – cultura. Non ce l’ho con i colleghi, scrivilo, non mi va di avere il danno e la beffa: già la prendi nel culo perché non ti passano, ma essere anche considerato acido o invidioso dai colleghi sarebbe proprio troppo. A non andare è il sistema, e sarebbe importante capire se c’è davvero un disegno che mira a soffocare la capacità critica e di approfondimento dei giovani per poter piazzare con più facilità determinati prodotti e solo quelli. I risultati di questo processo sono purtroppo visibili: negli anni ‘70 gli operai cantavano L’avvelenata di Guccini o Rimmel di De Gregori, mentre oggi la maggior parte degli universitari si butta sulle canzonette.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.394 del 25 aprile 2000

Annunci
Categorie: interviste | Tag: , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: