Black Keys

Credevo di avere scritto molto di più dei Black Keys, ma a meno di non aver combinato qualche piccolo casino in sede di organizzazione del mio archivio di testi, mi sbagliavo. Boh, verificherò. Nel frattempo, ecco l‘unico reperto rinvenuto, ovvero la recensione del terzo album della band americana. Risale esattamente a dieci anni fa, quando Auerbach e Carney erano illustri sconosciuti e nulla faceva pensare che, un giorno, sarebbero divenuti stelle di prima grandezza nel firmamento rock.

Black Keys copRubber Factory (Fat Possum)
Come il marchio Fat Possum fa inequivocabilmente intendere, i Black Keys suonano blues. A differenza di molti loro compagni di scuderia, però, sono giovani (rispetto alla media dei bluesmen, praticamente bambini), bianchi e hanno avuto i natali in una città – Akron, Ohio, la capitale della gomma – che non possiede certo grandi tradizioni nell’ambito della Musica del Diavolo; in compenso, così come altri esponenti dell’ultima generazione di seguaci delle dodici battute, sono solo in due – Patrick Carney percuote piatti e pelli e Dan Auerbach si divide tra microfono e chitarra, concendendosi qualche divagazione al violino – e sviluppano uno stile essenziale e (moderatamente) urticante, sulla scia della gloriosa scuola lo-fi dello scorso decennio che ha promosso allievi quali Doo Rag, 20 Miles, Immortal Lee County Killers e White Stripes.
Nonostante i limiti dell’organico ridotto all’osso, i Black Keys vantano un gran bel piglio rock, rivelandosi abilissimi nell’allestire un sound piuttosto energico – anche se non mancano, com’è ovvio, brani morbidi ed evocativi – ma quasi privo degli eccessi caotico/abrasivi cari a tanti loro colleghi. E Rubber Factory, terzo capitolo di un’avventura partita nel 2002 con il The Big Come Up uscito per la Alive e proseguita con il Thickfreakness che lo scorso anno ha segnato l’esordio per la Fat Possum, si rivela un disco equilibrato e riuscito, di sicuro non rivoluzionario ma comunque efficace e coinvolgente nel suo ispirato dosaggio di blues delle origini affrontato senza rigori da calligrafi, indole qua e là garage, riferimenti al funk e al southern-rock.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.591 del 14 settembre 2004

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Black Keys

  1. Country Boy

    Doo Rag!!! I loved Doo Rag!!! Ma in effetti i primi tre Black Keys (ma ricordo che questo terzo, altrettanto preso in tempo reale da Giggi, er Giggi lo considerasse fra i dischetti d’ambito moscio, parameinculstrim) li trovai molto gustosi, anche se privi di particolare fascino e personalità che li rendesse per me qualcosa di più di semplici fanti, non cavalieri od ufficiali come ad es. Dan Melchior Don Howland Country Teasers e tanti altri che ora non fatico a cercare… non compresi l’eccessiva positività che riscontrò “la critica” nel camino (ci fu perfino una firma “importante” che riuscì a scrivere un sacco di righe senza citare Bolan e Glam e Billy Idol ma citando ah ah i gallinacci!!!!

  2. easter

    Tanto ho adorato The Big Come Up – lo acquistai appena uscito in vinile – quanto mi ha lasciato freddo la svolta degli ultimi due album.
    Di quello nuovo ammetto di aver ascoltato solo il singolo, Fever, che mi ha fatto abbastanza inorridire: non ho avuto il coraggio di andare oltre. Ma magari sbaglio.

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