John Frusciante

Una decina abbondante di anni fa, il Mucchio ancora per poco settimanale mise in copertina il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers. All‘interno, una lunga intervista tradotta da – mi pare – “Les Inrockuptibles”, che fu necessario integrare con un box biografico. Da allora il musicista americano, oltre a essere nuovamente uscito dalla band, ha pubblicato altri sei album a suo nome, più due assieme a Josh Klinghoffer e Omar Rodriguez Lopez: ciò rende l‘articolo qui recuperato un (bel) po‘ obsoleto, ma non per quanto concerne i primi sedici anni di carriera di Jack (ooops!, John).

Frusciante fotoSolo e accompagnato, 1988-2004
Almeno qui da noi, John Frusciante è senz’altro il componente più noto dei Red Hot Chili Peppers: sarà il cognome dal suono italiano, e sarà soprattutto il romanzo di Enrico Brizzi che ha poi ispirato l’omonimo film (si parla, naturalmente, di Jack Frusciante è uscito dal gruppo: non sottilizziamo se in entrambi il nome di battesimo è stato cambiato), ma se dalle Alpi a Pantelleria dici “Frusciante” saranno in molti a rispondere immediatamente “chi, quello dei Red Hot Chili Peppers?”; meno probabile che lo stesso accada con Anthony Kiedis (che è difficile da pronunciare), con Flea (che in qualsiasi modo lo si pronunci saranno comunque in pochi a capire) e con Chad Smith (che è il batterista e dunque quasi nessuno se lo ricorda, e inoltre ha un cognome così comune che è facile confondersi).
Scherzi a parte, il mondo sente parlare per la prima volta di Frusciante nel 1988, quando neppure diciottene – è nato il 5 marzo 1970 – entra a far parte dei Red Hot Chili Peppers al posto del membro fondatore Hillel Slovak, morto di overdose in giugno. Ai tempi, la band californiana esiste da cinque anni e ha già realizzato tre album per la EMI, ma è proprio grazie alla notevole creatività del nuovo chitarrista che il suo stile acquista ciò che occorreva per raggiungere i consensi commerciali fino ad allora mancati: Mother’s Milk del 1989 (quello con Higher Ground e Taste The Pain), ultimo lavoro per la EMI, e soprattutto il capolavoro Blood Sugar Sex Magic del 1991, esordio per la Warner Bros prodotto dal vate Rick Rubin (l’hit è Under The Bridge), impongono il torrido e fantasioso funk/rock dell’ensemble presso critica e pubblico, scolpendo la sigla RHCP nella storia del rock.
Nel maggio 1992, non appena divenuto una star, Frusciante abbandona però all’improvviso i compagni per una sorta di crisi di rigetto, che ha come conseguenza l’ingresso in un personale delirio fatto di droghe e varie bizzarrie. Nel pieno della sua fase “di allontanamento” dal mondo reale, il musicista realizza il suo primo album solistico, Niandra Lades And Usually Just A T-Shirt (American, 1994): una raccolta di registrazioni casalinghe, frammentaria ma non priva di stralunata brillantezza, che per i maligni serve solo a finanziare il suoi vizi ma che è comunque un ulteriore attestato di ispirazione e caratura artistica. Gli fa seguito Smile From The Streets You Hold (Birdman, 1997), che riproponendo la stessa stimolante ricetta a base di lo-fi, esperimenti e composizioni più o meno compiute non lascia affatto supporre che il suo artefice si sta ormai ritrovando: non solo con se stesso ma anche con i Peppers, che rimasti nuovamente senza chitarrista a causa delle dimissioni di Dave Navarro lo invitano subito a riprendere il vecchio posto.
Rientrato nei ranghi nel 1998, Frusciante dà un fondamentale contributo ai due (vendutissimi) dischi della svolta commerciale dei Red Hot Chili Peppers, Californication (Warner Bros, 1999) e By The Way (Warner Bros, 2002), inanellando anche alcune collaborazioni di prestigio (Macy Gray, Johnny Cash, Tricky) e confezionando altre due prove in proprio nelle quali riversa il bisogno di esprimersi anche attraverso musicalità più intimiste e “a misura d’uomo” al paragone con il rock magniloquente e plastificato della band madre. Se To Record Only Water For Ten Days (Warner Bros, 2001), pur essendo concepito come vero album e non come “antologia” di home-recording, si limita a ricalcare con maggiore efficacia gli schemi “poveristici” dei suoi due predecessori (nonché di From The Sounds Inside, reso disponibile sempre nel 2001 in download gratuito), il nuovo Shadows Collide With People (Warner Bros, 2004) è di sicuro un articolo più raffinato e tecnicamente riuscito, seppur nel pieno rispetto di quell’approccio spontaneo e attitudinalmente naïf che ha finora guidato il Nostro nella sua carriera parallela. Alla luce degli ultimi eventi, noi non nutriamo dubbi: molto meglio l’hobo visionario che canta, suona e registra nel salotto di casa al trascinatore di folle che è comunque in grado di conferire un tocco di classe ai brani altrimenti spenti dei Peppers del terzo millennio. E tanto peggio per chi non è d’accordo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.570 del 16 marzo 2004

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