Roy Paci

Non che adesso la situazione sia poi tanto diversa, ma c‘è stato un tempo in cui Roy Paci sembrava essere dappertutto, tanto fitta era la sua schedule di lavoro in proprio e, per così dire, conto terzi. Ricordo questa intervista di undici anni fa come piacevolissima.

Paci fotoIl mondo in una tromba
Alla sede della Etnagigante, l’etichetta della quale è uno dei titolari, Roy Paci arriva puntualissimo, nonostante sia reduce da un lungo viaggio notturno: non fosse uno preciso, del resto, non potrebbe certo gestire il suo tourbillon di impegni. “Prima ero più lento”, spiega; “bilanciando il calore mediterraneo al rigore nordico – sono un fottutissimo Vergine – ho imparato a essere rapido e razionale”. L’occasione per l’incontro è la recentissima uscita di Tuttapposto, il secondo album di quegli Aretuska dei quali il trentatreenne trombettista (e cantante) siciliano è voce e anima, ma come è logico il colloquio si trasformerà in un purtroppo sintetico excursus sull’intricata storia di questo funambolo delle sette note. Vero gentiluomo d’altri tempi nonché persona, va rimarcato, di straordinaria simpatia.

Proviamo subito a far luce sul caos della tua carriera con una domanda essenziale: quanti Roy Paci ci sono, in giro?
Fisicamente, uno soltanto. Professionalmente, tre: l’anima ludica attenta anche ai temi sociali impegnata come leader del gruppo Aretuska, tra l’altro un’esperienza più “di massa” rispetto ai miei standard; c’è poi il Roy Paci serioso e cultore di certe tradizioni, in funzione di un discorso più complesso, con una musica più complessa, che è quello della Banda Ionica; infine, c’è il terzo Roy Paci che attualmente è bloccato, cioè il folle collaboratore visto all’opera con band d’improvvisazione radicale. Devo riagganciarmi a questa terza dimensione, perché è quella che mi completa: spero di riuscire a farlo, con un nuovo progetto, dopo l’estate.
Hai lavorato con realtà di ogni tipo: dai Persiana Jones a Fossati, da Manu Chao a Trilok Gurtu, da Cesare Basile e Eric Mingus fino a Nicola Arigliano e i Subsonica. Non conosco nessuno capace di muoversi così a 360%.
Non vorrei sembrare presuntuoso, ma… neppure io! Penso che sia dovuto alla mia formazione, ai miei studi e insegnamenti poco ortodossi… il calarmi in progetti diversi non solo ha giovato al mio background, ma mi ha anche migliorato come persona. Molti si domandano come io riesca a entrare nel mood di quelli con i quali collaboro, ma non saprei fornire una risposta precisa: posso dire che mi stuzzica arrivare alla corte di un personaggio e cercare di penetrare un tipo di musica che per me può essere completamente nuovo… e il bello è che, al di là del genere, il mio stile non si snatura. Comunque da un paio d’anni ho un po’ staccato la spina: nel 1999 suonavo dal vivo con tredici band contemporaneamente, mentre adesso mi limito ad apparire come ospite quando ho tempo. E anche le collaborazioni discografiche si chiudono nel giro di due o tre giorni.
Nel tuo caso, il contributo non è il classico “cammeo”: tu dai una tua impronta.
La gente che mi chiama pensa spesso ad avere un mio assolo strombettante, ma quando accetto di collaborare con qualcuno voglio essere padrone di gestire quel che devo proporre. Prendi i Linea 77: nel loro ultimo Numb non ho inciso alcun assolo, ma ho seguito una precisa partitura e un preciso arrangiamento. Rimango sorpreso, alle volte, nell’accorgermi di come la sensazione sia che suoni con un certo gruppo da una vita, mentre magari ci si è conosciuti solo da poche ore.
Non sempre quella del musicista è un’occupazione gratificante dal punto di vista economico. All’inizio, tutte le collaborazioni ti sono servite anche per sostenerti finanziariamente?
Nei primi tempi non facevo così tanti dischi con amici e colleghi, era solo una questione live: saltellando da una parte all’altra d’Italia e non smettendo mai di suonare riuscivo a sopravvivere nonostante le cifre modeste. Non sarei mai stato in grado di campare esibendomi solo con i Persiana Jones, e quindi dovevo barcamenarmi con altre situazioni: magari davo priorità a un progetto specifico, ma in sostanza non mi riposavo mai e questo è servito non solo ad arricchire il mio bagaglio ma anche ad alimentare la mia testardaggine e il mio stacanovismo.
Cosa ti ha spinto verso l’attività di musicista?
Mio padre voleva che facessi il muratore, più che altro che vivessi con un lavoro che mi permettesse di stare tranquillo e di farmi una famiglia, secondo la cultura tradizionale siciliana. Però, quando si è giovani, si è ribelli, e spesso si tende ad andare contro “il sistema”. Alla fine mi sono incaponito così tanto che quel benedetto stretto di Messina sono riuscito a passarlo. Ora le cose sono migliorate, ma appena vent’anni fa il decentramento geografico della Sicilia era una cosa davvero pesante: si era in un altro mondo, e per noi la sola idea di attraversare lo Stretto e confrontarsi con altre realtà richiedeva parecchio coraggio. Penso di essere stato il primo e unico jazzista di Augusta, il mio paese; mi rendevo conto, attraverso i dischi di Clifford Brown e Miles Davis che avevo letteralmente consumato, di non essere nessuno, per cui prima o poi qualcuno doveva per forza rompermi il culo per farmi crescere. Da lì ho cominciato a prendere una mazzata dietro l’altra, ma grazie al carattere che ho sono riuscito ad andare avanti. Credo che anche a quindici anni, se ci fossero stati Chet Baker, Miles Davis e chissà chi altro sul palco, con la faccia che mi ritrovo sarei salito lo stesso a suonare con loro.
Perché proprio la tromba?
Ho iniziato col pianoforte a cinque anni, avevo il maestro che abitava vicino, ma che poi si ammalò gravemente di diabete quando avevo dieci anni. Volevo smettere, ma poi mi spinsero a provare altri strumenti e non appena toccai la tromba mi venne la pelle d’oca, una folgorazione. Nel giro di un anno ero prima tromba della banda. All’inizio era drammatico, dovevo suonare con la sordina dentro il garage… però per fortuna abitavo di fronte al mare, e anche come ispirazione “aprire” la musica di fronte al mare funziona alla grande. Il suono che si propagava così lontano fu uno studio efficacissimo.
A casa tua c’erano tradizioni musicali?
Sì, mio padre suona trombone a tiro e sassofono. È da cinquant’anni con la banda del paese e nei ’60 aveva un gruppo strumentale di musica twist-surf. Un giorno gli dissero che sarebbe stato meglio inserire in organico una cantante: incontrò una ragazza minuta, si trovarono e diedero vita a un’altra band… solo che dopo un anno la ragazza divenne mia madre e perse la voce dietro a me, mio fratello e mia sorella.
I tuoi cosa dicono, adesso?
Quando vengono ai concerti si commuovono. Mio padre parla poco, però le cose le dice con gli occhi. Forse si sente anche un po’ in colpa per i consigli sbagliati del passato, ma non posso dargli torto: dalle mie parti i jazzisti erano considerati drogati, c’erano molti pregiudizi. Mia madre, invece, ha riempito la cucina di ritagli di giornale, una cosa anche molto folkloristica.
Dopo la band del paese e il jazz, a vent’anni sei andato in Sudamerica, per poi rientrare in Italia attraverso il Senegal carico di esperienze di ogni tipo. Eppure, una volta tornato in patria, ti sei messo a suonare con una formazione underground, i Persiana Jones. Come mai?
Mio fratello lavorava come tecnico nei villaggi Valtur, dove spesso capitavano band “alternative”, e disse ai Persiana di avere un fratello musicista e appassionato di ska. Io arrivai e imparai subito a memoria i loro pezzi, perché ho una capacità di apprendimento a orecchio che ha del prodigioso… e infatti quasi me ne vergogno. Siamo rimasti assieme un bel po’ e sono veramente grandi, il tempo trascorso con loro è una delle pietre miliari della mia vita.
In origine, il progetto Aretuska era un divertissement?
Era l’ennesimo cazzeggio nato dal fatto che quando scendevo in Sicilia non avevo con chi suonare. Avevo adocchiato vari picciotti più o meno giovani e di talento, e così mettemmo su un gruppo per far ballare e divertirci in un clima festaiolo e casareccio. Il primo disco lo abbiamo fatto quasi per gioco, ma poi si è innescata una serie di meccanismi del tutto inattesi che mi ha portato a dedicarmici con professionalità: pensa che per gli Aretuska ho addirittura dovuto rinunciare a tornare a suonare con Manu Chao, non c’era la possibilità di conciliare le due cose.
Il primo album degli Aretuska, Baciamo le mani, è uscito per Extralabels, mentre Tuttapposto è marchiato V2. Perché il cambio di etichetta?
Al di là dell’amicizia che rimane con tutto lo staff di Extralabels, non abbiamo trovato i giusti equilibri tecnico-burocratici, anche a livello di investimenti. A quanto pare la V2, dove già mi conoscevano per il mio lavoro con Manu Chao, non aspettavano altro che di trovarmi libero.
Ci sono progetti di esportazione?
Quest’anno faremo cinquanta date all’estero, e peccato che sia saltato il festival di Rosklide. Io ne sono contentissimo: mi sento cittadino del mondo, e poi devo suonare suonare suonare; sono un po’ malato, sotto questo aspetto. In Olanda siamo ormai di casa, in Francia sta accadendo lo stesso… ora come ora, in ambito rock, siamo forse la band italiana più “da esportazione”. Quasi quasi mi dispiace ammetterlo, perché ci sono gruppi come i Subsonica che dovrebbero suonare sempre all’estero e invece non accade.
E che mi dici del Roy Paci cantante?
Non mi considero un cantante. La colpa, o il merito, è stata di Manu, che si era intestardito a farmi fare il raggamuffin. Ho cominciato a credere che potevo studiare sulla voce, fare esercizi e lavorare, perché mi dedico sempre con un certo criterio a qualsiasi cosa intraprenda. So di dover studiare molto: non mi piace l’idea di far l’idiota e continuare a cantare sempre così, anche se ho sempre amato lo spirito punk e quelli che pur non avendo grandi doti vantano un’espressività pazzesca. Prima o poi vorrei incidere un disco di canzoni d’amore: non mi sento solo quello che fa saltare la gente, amo le atmosfere fumose e da crooner e cantare anche cose strampalate. D’altronde, Tom Waits mi fa impazzire, e avendo suonato con Vinicio Capossela ed Eric Mingus…
Ora come ora sei una sorta di versione aggiornata di Fred Buscaglione.
All’inizio si cerca sempre di imitare, per poi intraprendere un percorso proprio. Come trombettista volevo unire la tecnica di Chet Baker alla fantasia e alla stravaganza di Miles Davis, come cantante vorrei creare un mix tra Buscaglione, che amo moltissimo, e Spike Jones, del quale ho visto tanti filmati anni ‘50. Lui e la sua band, dal vivo, suonavano “da cazzari” cose incredibili.
Che ironia c’è dietro a un titolo come Tuttapposto?
L’ironia amara di quello che stiamo vivendo in questi giorni con le vicende della nostra piccola Italietta: dire che tutto è a posto quando a posto non c’è niente. La cosa che mi fa impazzire è che se tutti avessero l’opportunità di girare come facciamo noi, si renderebbero conto ancor di più di come vanno le cose e di come sono visti, all’estero, il nostro Cavaliere e la scena politica italiana, un’accozzaglia di buffoni. La manipolazione mediatica oscura la verità.
Il tuo approccio vivace e il vostro look da mafiosi non potrebbero far percepire gli Aretuska come un qualcosa di leggero, magari anche di più “sciocco”?
No, perché il traino e il motore del progetto sono i concerti e lì la sostanza si vede e si tocca. Dal vivo mi autosfotto, come nel testo di Yettaboom, e questo raramente è frainteso. A volte vorrei strapparmi di dosso questo look gessato e iper-raffinato per presentare la mia parte più fricchettona, ma allo stesso tempo questo modo di propormi mi piace perché ho in me questa forte tradizione siciliana dell’uomo d’onore rispettoso, galante e curato nell’aspetto.
E in questo quadro, come si inserisce la discreta pancetta che ti gonfia la camicia?
Potrei dirti, senza mentire, che odio l’esaltazione del maschio super-palestrato, ma in verità sono stato devastato da birra, vino e cuba libre post-concerti. Però in passato ho fatto lotta greco-romana, e avevo un gran fisico.
Mi sembra che in Tuttapposto ci siano anche maggiori riferimenti alle tradizioni della tua isola. Sbaglio?
Avrei voluto metterli in evidenza anche prima, ma il CD d’esordio fu fatto velocemente e senza troppa cura. Adesso, invece, ho potuto approfondire questo aspetto che mi interessa molto. Ci sono brani come Il mercato, una specie di filastrocca stile Alla fiera dell’Est, che mi porto dietro da anni: fa ballare, piace per la mimica e la gestualità, fa ridere. Al sito mi sono arrivate duecentocinquanta e-mail di persone che la volevano assolutamente su disco. Riarrangiare pezzi come Ciuri ciuri è un omaggio al mio paese, alla tradizione.
La tradizione, per te, deve essere “in movimento”?
Sì. La vedo così anche nel campo del jazz, e ricordo che mi intristivo quando nei locali ascoltavo solo musicisti che interpretavano sempre gli stessi standard. Perché ripetere continuamente le solite cose, che per di più venivano anche male, e non provare a farne di nuove? Rispetto agli Aretuska, in generale, preferisco le radici più dinamiche e festose, anche se i nostri concerti sono aperti dalla registrazione di Rosa Balistreri che canta con la chitarra La tirannia: usandola come “sigla” colpisce un bel po’ di gente che chiede “ma chi è quella?”. E così contribuiamo a propagandare una delle più straordinarie interpreti di musica popolare di tutti i tempi.
Un po’ come fai, per le tradizioni bandistiche, con la Banda Ionica: il vostro secondo album, Matri mia, è un autentico capolavoro.
La Banda Ionica è un progetto molto difficile e di culto, che in Italia – a livello di promoter, più che di stampa – non è stato valorizzato come merita. Bregovic è stato portato da noi cinque volte perché è conosciuto, mentre la Banda Ionica ha difficoltà a esibirsi: mi pare stravagante, visto che abbiamo ricevuto copertine di riviste specializzate straniere e all’estero abbiamo suonato come headliner a vari festival. Comunque, no problem: spero solo che prima o poi la ruota cominci a girare nell’altro verso, per amore della cultura e per rispetto alle radici che ci onoriamo di omaggiare.
Ci sarebbero mille altre cose da dire, ma non posso davvero fare a meno di una tua dichiarazione sul Roy Paci arrangiatore e produttore.
L’arrangiatore l’ho fatto con tutti i dischi nei quali sono stato ospite: quando arrivavo in studio c’era gente che mi suggeriva fraseggi tirati fuori da altri strumenti, ma non è la stessa cosa. Io ho sempre voluto fare di testa mia, e ho avuto la fortuna che le cose sono andate bene. La storia del produttore è nata con spirito assolutamente filantropico: non appena ho iniziato a guadagnare un po’ di più e l’introito mensile era superiore alle mie aspettative e alle mie necessità, mi sono chiesto cosa poter fare con questi soldi. La casa non mi interessa, resto in affitto. La macchina nemmeno, visto che mi piace viaggiare con i treni, i furgoni, gli aerei. Certe altre cose materiali, neppure a parlarne. Alla fine ho capito che mi piaceva dare a ragazzi che mai e poi mai sarebbero stati ingaggiati da una major la possibilità di realizzare un disco. Siamo partiti in economia, con produzioni anche piuttosto assurde, e via sono arrivato a credere in questa cosa. Non siamo nessuno, però piano piano facciamo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.543 del 22 luglio 2003

Annunci
Categorie: interviste | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: