Chesterfield Kings

Per qualche anno, negli Ottanta in cui emersero, il mio rapporto con i Chesterfield Kings è stato controverso. Li trovavo bravissimi, ma non tolleravo granché il loro approccio filologico alla materia Sixties. La new wave mi aveva insegnato che nella musica bisognava puntare sempre al nuovo e mai al già sentito, e quindi mi sembrava logico riservare il mio plauso incondizionato solo a quelli che, nel folto plotone che per comodità si definiva neo-psichedelico, cercavano di guardare avanti invece di limitarsi a ricalcare quello che c‘era alle spalle. Oggi, con il senno di poi, penso di aver peccato di eccessiva intransigenza. O forse no? La recensione qui recuperata è di un disco del 1999, ma che sarebbe potuto uscire nel 1983. O nel 1965.

Chesterfield Kings copWhere The Action Is! (Sundazed)
Nonostante le numerose modifiche di organico accanto ai membri fondatori Greg Prevost e Andy Babiuk, i Chesterfield Kings continuano a rimanere una rassicurante certezza: pochi album centellinati nel corso di una carriera appena giunta al traguardo del ventennale e un inestinguibile amore per il rock’n’roll d’annata li hanno infatti resi un autentico fenomeno di culto, per nulla intaccato dalla più che legittima constatazione che per loro, “provinciali” di Rochester (Stato di New York), l’orologio sembra essersi fermato molto (troppo?) tempo fa.
A seguire alcune prove sempre revivaliste ma devianti rispetto al loro classico stile, Where The Action Is! ripropone Prevost e compagni nei panni di interpreti di un sound al 100% Sixties, secondo una formula che aveva già trovato impeccabile applicazione in Here Are The Chesterfield Kings (1982) e Stop! (1985): una perfetta rilettura del miglior folk-rock-pop-garage-psycho-beat di sette lustri orsono (anno più, anno meno), dai Rolling Stones agli Yardbirds fino ai Kinkss e agli eroi del mitico Nuggets, qui amplificata dall’elevatissimo numero di cover d’epoca (tredici brani su diciassette) e dalla collaborazione con Mark Lindsay, già cantante dei gloriosi Paul Revere & The Raiders. Una fuga dal presente, non c’è dubbio, ma anche un disco confezionato con classe, buon gusto e sentimento davvero notevoli. E se proprio non si sopporta il concetto, basterà ignorare il “1999” delle note e chiudere gli occhi: nulla, credete, potrà rovinare l’illusione di avere affidato al lettore la ristampa di una pietra miliare targata ‘65.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.355 dell’8 giugno 1999

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Chesterfield Kings

  1. ciao Federico, questo commento mi riempie di gioi a(nel 1999 non leggevo più il mucchio del qale ho ancora i primi 6 numeri che avevo comprato nel 77 ma che suonavano arabo dato che non conoscevo quasi nessuno e metteva tutte le novità nel punk …), ti ho odiato quando hai “stroncato” Here are, anche i gruppi garage anni 60 erano pieni di covers spesso eseguite calligraficamente.

    Greg è il vero erede di Mick Jagger (che poteva smettere nel 1981)e lui ed Andy li considero fra i pochi Rockers che sono on the road da una vita e che non si sono mai venduti. sono pochi: a memoria fra i grandi Gabriel, Winwood, Green, Burdon però tutti inglesi.

    Posso chiederti un parere sui Plan 9 (sono trentanni che li amo scisceratamente)? Soprattutto su Keep Your Cool And Red The Rules.

    Ugo (ultimamente i commenti mi escono anomimi …)

    è 3 giorni che il mio IPod trasmette praticamente solo i primi 3 Hoodoo Gurus, il primo Sunnyboys e The Orphans Parade dei City Kids uno dei dischi più “lirici” che abbia mai sentito (merito della produzione di Rob?)

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