The Housemartins

Nel 1988, tra la mia prima uscita dal Mucchio e la nascita di Velvet, e mentre scrivevo per Rockerilla, avviai una breve collaborazione con Ciao 2001, il settimanale che a partire dagli ultimi anni ‘60 ebbe un peso determinante – nel bene e nel male – sulla formazione musicale di tantissimi giovani, me compreso. In tre mesi pubblicai una dozzina di sintetiche monografie legate a questioni di attualità, che mi venivano man mano richieste dalla redazione interna. Finora ne avevo recuperata solo una, dedicata ai Talking Heads; è il momento di replicare con questa sugli Housemartins, il cui valore va molto oltre il semplice essere stati la vecchia band di Fatboy Slim.

Housemartins foto
Fin dall‘inizio, il gruppo The Housemartins è stato concepito come un progetto discografico della durata di soli tre anni. Tale termine scadrà nel giugno 1988. Dopo quella data gli Housemartins cesseranno di esistere, in quanto sentono di non aver raggiunto gli obiettivi musicali ai quali miravano. Semplicemente, in un‘epoca di Shakin‘Stevens e Pet Shop Boys, non sono stati abbastanza in gamba”.
Con questo bizzarro comunicato-stampa diffuso nel gennaio scorso, la pop-band più amata e politicizzata del Regno Unito ha annunciato l‘interruzione di una carriera tanto breve quanto prodiga di soddisfazioni artistiche e commerciali. Inaspettatamente e senza apparente motivo – ma fonti bene informate asseriscono che la vera ragione dello scioglimento risieda nell‘impossibilità del cantante Paul Heaton di vincere la sua fobia per i viaggi in aereo. con conseguente disagio per l‘organizzazione dei tour – gli Housemartins hanno scritto il capitolo conclusivo del loro romanzo. Uno dei pochi romanzi che davvero merita di essere conosciuto, in un‘Inghilterra oppressa da problemi sociali, dall‘insoddisfazione verso il governo. dal dilagare del più becero pop di consumo e dalle mistificazioni musicali propagandate da giornalisti inetti o venduti.

Una storia comune
Il luogo: Hull, una città portuale britannica. L‘anno: il 1984 di orwelliana memoria. Il fatto: Paul Heaton, giovane cantante, affigge un annuncio per la ricerca di musicisti con cui fare del busking, cioe suonare per i passanti agli angoli delle strade. All‘appello risponde subito Stan Cullimore, chitarrista, e i due iniziano a collaborare esibendosi assieme e componendo qualche canzone; un anno di divertimento e quindi il desiderio di formare un vero e proprio gruppo, concretizzatosi con l‘arrivo di Ted Key (basso) e Hugh Whitaker (batteria), già compagni d‘avventura in una band locale. Una storia tutto sommato comune, che comincia ad acquisire connotazioni particolari quando l‘etichetta indipendente Go! Discs sottopone al quartetto un contratto discografico che viene firmato senza alcuna titubanza.
Flag Day, il 45 giri di debutto uscito alla fine del 1985, ottiene la qualifica di singolo della settimana sulle pagine delle principali riviste inglesi: è il primo passo di un‘ascesa fulminea. sostenuta da un battage pubblicitario del tutto sincero e disinteressato al quale contribuiscono la critica, i programmatori radiofonici, molte eminenti personalità del rock d‘oltremanica (fra le quali Billy Bragg e gli Smiths, dichiaratisi accesi fan) e soprattutto il pubblico, che dapprima timidamente e poi in modo sempre più massiccio si recherà ai concerti del gruppo e acquisterà migliaia e migliaia di copie dei suoi dischi. Piacciono, questi Housemartins, anche perché completamente diversi dai loro colleghi: non ostentano look appariscenti, presentandosi con abiti normalissimi e aria da tranquilli studenti; scrivono brani allegri e orecchiabilissimi, caratterizzati però da liriche polemiche nei confronti della società contemporanea; nelle interviste avallano l‘ipotesi di un matrimonio fra socialismo radicale e Cristianesimo, e in un loro messaggio natalizio coniano la massima ”non tentate di fare irruzione a un party affollato di banchieri; invece, bruciate la casa”; in più, posseggono un irresistibile senso dell‘umorismo. che li porta ad apparire in televisione vestiti dei soli indumenti intimi, a scambiarsi gli strumenti durante le esibizioni, a improvvisare scherzosi dialoghi con gli spettatori, a promuovere l‘iniziativa “Adottate un Housemartin”, che prevedeva la sistemazione dei membri del complesso nelle case dei propri fan dopo ogni tappa di un tour. Tutto ciò, naturalmente, a fungere da coloratissimo contorno alla loro genialità musicale, che fa loro concepire autentici gioiellini sonori dove l‘incontenibile amore per il pop dinamico e frizzante si fonde a quello non meno pronunciato per il gospel e il soul.
Dopo altri due eccellenti EP, Sheep e Happy Hour, che ratificano la sostituzione del dimissionario Ted Key con il nuovo bassista Norman Cook, nell‘estate del 1986 vede la luce il primo album, London 0 Hull 4: al di là della metafora sportiva (tutti i membri dell‘ensemble sono grandi appassionati di calcio), il titolo ironizza sul contrasto fra Londra, centro del potere politico ed economico, e il Nord del Paese, reale fulcro dell‘attività produttiva. Salutato dalla stampa internazionale come disco-rivelazione dell‘anno, London 0 Hull 4 sintetizza mirabilmente, in dodici episodi di elevata caratura, il discorso espressivo dell‘ensemble: una musica fresca e ottimamente strutturata, accattivante sia nei momenti più corposi e frenetici – in netta prevalenza, con una menzione speciale per Happy Hour, Anxious, Sheep e We‘re Not Deep, e qui è meglio interrompersi prima di elencarli tutti – sia nelle canzoni più sommesse e avvolgenti quali Flag Day, Think For A Minute e Lean On Me. I testi, come di consueto profondi, affrontano in modo serio ma senza slogan né retorica da comizio gli argomenti più disparati, dalla disoccupazione alle barriere tra classi, riuscendo nella non agevole impresa di far pensare divertendo.
Immediatamente dopo l‘uscita sul mercato, London 0 Hull 4 e già nei Top20, confermando come la ricetta degli Housemartins sia gradita a molti palati, da quelli fini del rock impegnato a quelli più accomodanti dei distratti seguaci delle banalità da classifica. In men che non si dica fioccano paragoni con i Beatles, motivati dall‘impatto di certi ritornelli, dall‘armonia degli impasti vocali, dalla brillantezza degli arrangiamenti e dalla lucidita delle trame compositive. Legittimi anche gli accostamenti ai più blasonati colleghi Smiths, sottolineati da Sitting On A Fence – una delle punte di diamante del 33 giri – dove Heaton fa spudoratamente il verso a Morrissey. Il tempo di raccogliere i meritati allori, grazie anche al nuovo EP Think For A Minute, e sul finire dell‘anno il quartetto partorisce Caravan Of Love, la sua hit di maggior successo: primo posto nelle charts di vendita inglesi. nonostante il pezzo – e gli altri quattri che gli fanno compagnia nel 12 pollici – sia eseguito a cappella, cioè solo con le voci. Quindi, un periodo di stop, in parte per necessità di riposo e in parte per permettere a Dave Hemingway, subentrato a Hugh Whitaker, di prendere confidenza con la band e il suo stile. Solo pochi mesi, comunque, perché all‘arrivo dell‘estate gli Housemartins sono ancora sulla breccia con Five Get Over Excited“, seguito a fine stagione da Me And The Farmer: due 45 giri riuscitissimi, benché prevedibili, che fungono da apripista per il secondo LP, The People Who Grinned Themselves To Death. Appena più raffinato del predecessore, l‘album ripropone con quasi uguale efficacia i temi dell‘esordio, risultando forse un po‘ meno vivace ma colpendo ugualmente nel segno: la title track, i due episodi già apparsi su singolo e altri quadretti deliziosi del calibro di We‘re Not Going Back, The World‘s On Fire e le lente Johannesburg e Build, quest‘ultima edita anche su un ennesimo EP, dicono di un gruppo in forma smagliante, apparentemente in grado di essere uno dei cardini del pop-rock degli anni Novanta.
Invece, come spesso accade, il diavolo ci mette la coda. Soffocati dalla loro stessa popolarità e dalle pressioni, forse stanchi delle continue tensioni o magari davvero condizionati dalla paura di volare del loro frontman, gli Housemartins decidono di ritirarsi dalle scene, lasciando in eredità quarantotto canzoni impresse su vinile e il ricordo della loro abilità nel trasformare il pop in arte. Sarebbe stupendo scoprire che gli ultimi avvenimenti sono frutto della fantasia, e che la notizia dello scioglimento è stata solo la più stravagante burla di un gruppo di buontemponi rivoluzionari che oltre Marx conoscono il modo di far sorridere.
Tratto da Ciao 2001 n.10 (anno XX) del 9 marzo 1988

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