Stroncature (2)

È la seconda volta che dedico un post a una selezione di mie recensioni molto negative. Se nella prima circostanza mi ero concentrato su gruppi di area indie, in questo caso gli spot sono puntati su band e solisti affermati pure a livello di massa. Comunque, si parla sempre e solo di artisti italiani, quelli più difficili da “maltrattare” a causa delle reazioni spesso stizzite di fan, management, etichette e musicisti stessi. Scrivi male di un tal disco perché ritieni che sia scialbo, mal congegnato e/o poco sincero? Subito una pletora di mentecatti vomita accuse pubbliche di non capire nulla o peggio ancora di “rosicamento, mentre l’autore, direttamente o attraverso l‘ufficio stampa, chiede stupito delucidazioni, magari con frasi tipo “ma come? ci conosciamo da tanto, ti ho forse fatto qualcosa?” e amenità simili. Certo, rispetto a qualche collega giovane o meno in vista sono avvantaggiato dalla credibilità datami da decenni di professione, e quindi gli attacchi sono minori e le ritorsioni nulle, ma il punto è che, ormai, a dominare sono il buonismo e la scarsa voglia di crearsi “nemici”. È da qui che deriva la meraviglia di fronte alle stroncature, specie se impietose e sferzanti.
Tutte le recensioni qui recuperate rientrano a pieno titolo nel quadro appena descritto. Ovviamente, la riesumazione non è finalizzata a dare (di nuovo) addosso a chicchessia, bensì a fornire una eloquente documentazione di questo genere di approccio giornalistico. Le reazioni? Morgan non fu felice ma, per chiarirsi, si rese in seguito disponibile per questa ottima intervista; Federico mi raccontò anni dopo di essersi interrogato lungamente sul perché mi fosse così antipatico; Piero mi tolse il saluto per circa un lustro; i Modena City Ramblers non fecero una piega; Dario mi disse col sorriso sulle labbra qualcosa come “mi hai fatto a pezzi!”; Pierpaolo si dichiarò “in disaccordo” con la mia analisi aggiungendo che un po‘ se l‘era presa, ma niente di più. Un paio di utili precisazioni: le recensioni di Brunori SAS e Il Teatro degli Orrori erano accoppiate ad altre due di segno diametralmente opposto, dato che con John Vignola avevamo deciso di offrire due diversi punti di vista sugli stessi album; lui vestiva i panni del “buono”, io quelli del “cattivo”.

Bluvertigo copBLUVERTIGO
Metallo non metallo (Sony)
I monzesi Bluvertigo non tentano affatto di mascherare la loro convinzione di essere grandissimi artisti, come ampiamente dimostrato da dichiarazioni pubbliche e comunicati – memorabile soprattutto quello dell’esordio, Acidi e basi del 1995 – che trasudano quantità industriali di boria (eeehm, il termine politically correct è “fiducia in se stessi”). Il secondo album – Metallo non metallo: ancora un riferimento chimico – registra il quasi totale accantonamento del crossover tendenzialmente aggressivo di vari vecchi episodi (vedi gli innesti di pianoforte e archi) a favore delle soluzioni più atipiche e avvolgenti peraltro già sperimentate nel resto del precedente lavoro: una proposta, dunque, poliedrica e articolata, la cui matrice “è forse da ricercarsi in alcuni gruppi di rock progressivo o psichedelico quali i King Crimson di Fripp-Belew oppure i Pink Floyd di Roger Waters” e la cui definizione sarebbe “musica di rottura fra arte alta e arte bassa” (dalle note-stampa). Di elevato, in questi solchi digitali, ci sono solo le qualità tecniche dei musicisti; di basso, con qualche eccezione (Vertigoblu, Ebbrezza totale o So Low-L’eremita, squisitamente e modernamente pop), c’è il livello compositivo dei brani; di arte, infine, non mi pare ci siano tracce, a meno che non si voglia ritenere tale un minestrone di suoni iperarrangiati e canto per lo più abulico dove la quantità di idee non trova purtroppo conforto – almeno a parere del sottoscritto – nella capacità di metterle in pratica in modo funzionale e convincente.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.248 dell’11 marzo 1997

Tiromancino copTIROMANCINO
Rosa spinto (Polydor)
Conoscete i Tiromancino? È possibile, sia perché vantano una certa anzianità di servizio (hanno infatti da poco tagliato il traguardo del terzo album, non contando l‘esordio a nome Tiromancyno) e sia perché un paio di loro video sono stati programmati con relativa frequenza dalle solite emittenti televisive. Beh, sappiate che per me il quartetto capitolino costituisce uno dei più grandi enigmi della stravagante (e strampalata) realtà del cosiddetto rock italiano. Perché? Forse, molto semplicemente, perché non riesco a capire da dove viene e dove vuole andare, a che genere di pubblico può interessare e, soprattutto, come fa ad avere un contratto major quando decine e decine di altre band – forse meno dotate sotto il profilo tecnico, ma di sicuro più convincenti nel proprio progetto, commerciale o meno – vegetano a fatica nei sotterranei. Per sgomberare il campo da eventuali equivoci, preciso subito che non nutro preconcetti nei confronti dei Tiromancino, e che nessuno di loro mi ha mai fatto cose per le quali avrei motivo di risentirmi; che, nonostante le apparenze, sono profondamente rispettoso delle idee e del lavoro altrui, anche quando le mie convinzioni e i miei gusti mi impediscono di approvarne l’orientamento; che, infine, non amo affatto nutrirmi di quei tristi strascichi polemici che di solito seguono la pubblicazione su carta di articoli e/o recensioni non proprio favorevoli. Insomma: non ce l’ho con questo gruppo, così come non ce l’ho con i tanti altri che – spesso con sponsor multinazionali – si muovono o cercano di muoversi sul confine tra pop di consumo e “rock” alternativo strizzando l’occhio al trend di turno; ma se è vero che la mia naturale diffidenza verso chi non ha radicati rapporti con il circuito underground più attivo e propositivo (che non è quello dei locali alla moda o degli studi di incisione ma quello dei piccoli club e dei centri sociali) mi porta di solito a ignorare gli appartenenti alla categoria di cui sopra, è altrettanto vero che di tanto in tanto devo assumermi le mie responsabilità e pronunciarmi sulla spinosa questione. E i Tiromancino, che contrariamente a svariati loro colleghi non si sono ritirati dopo il primo insuccesso ma perseverano nel tentativo di farsi strada, sono l’esempio ideale per un discorso “critico” quanto più possibile sensato ed esauriente.
Giunto all’esordio discografico con l’insipido e mal distribuito Insisto (Gennarelli e Bideri, 1994), l’ensemble romano ha iniziato a farsi conoscere con Alone alieno, senza dubbio più maturo e incisivo del debutto ma contraddistinto da soluzioni sonore ancor più indecifrabili; edito per chissà quale singolare concomitanza di eventi dalla BMG Ricordi, l‘album metteva già in luce gli elementi-chiave dell’attuale formula, indirizzata verso un moderno pop a 360 gradi cui si accompagnavano i primi accenni di “ricerca” nel campo di un look piuttostoartificioso: aspetti, questi, ora enfatizzati nel nuovo Rosa spinto, uscito con il prestigioso marchio Polydor (e non si tratta, badate bene, del prodotto di chissà quale oscuro sottomarchio o di una distribuzione), realizzato con il contributo di illustri ospiti (tra cui Daniele Silvestri) e promosso con impegno senz’altro maggiore che in passato.
Detto che il look “figo ed eccentricamente alternativo” dei musicisti, seppure in linea con certe tendenze del momento, tracima in un kitsch persino superiore a quello ostentato dagli indiscussi maestri di “atteggio” Bluvertigo (notare la foto di copertina: si spera che il tutto rientri in una logica di autoironia, così come le pose ammiccanti della pur graziosa bassista), si spenda dunque qualche riga per la musica, che la stessa band dichiara “contaminata da tantissimi stili, con una particolare attenzione alle ritmiche, in bilico tra funky e hip-pop, jungle & drum’n’bass, senza rinunciare agli echi di rock psichedelico che avevano caratterizzato i primi due dischi e con l’interessante novità di un largo utilizzo di sonorità acustiche che si accompagnano alla consueta sperimentazione elettronica”. Traduzione semplificata: un guazzabuglio di pop danzereccio a sfondo tecnologico, sicuramente ben suonato ma freddo e povero di sostanza in quasi tutti i suoi tredici episodi (eccetto Senza cuore, una ballata davvero carina) oltre che corredato di testi per definire i quali mi trovo a corto di aggettivi (forse si potrebbe soprassedere sul fatto che “la storia è buona e non ti deluderà / è buona, è giusta, la storia è un vero babà”, ma come tollerare “30.000 culi, il sole è tornato normale / 30.000 guance ovali, uguali / 30.000 giorni sopra alla mia morale, normale”?).
Ricapitolando: i Tiromancino sanno suonare ed elaborare arrangiamenti estrosi, ma i loro brani – pur se formalmente impeccabili – lasciano molto a desiderare sul piano dell’anima e della convinzione. Ecco così che – limitando i paragoni alla scena autoctona – l’incalzante Bruciare fa pensare a dei Subsonica carenti di verve o la delicata Vero come sembra una outtake degli ultimi Üstmamo’, allo stesso modo in cui – uscendo dai confini nazionali – 30.000 culi evoca l’improbabile immagine dei Jane’s Addiction in chiave techno-edulcorata. E qui mi fermo, per scongiurare il pericolo di eccessi che potrebbero risultare politicamente scorretti. Al gruppo, comunque, auguro di cuore di trovare presto una sua strada che possa farne risaltare le qualità invece di esaltarne le prerogative di leziosità e autocompiacenza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.293 del 17 febbraio 1998

Pelù copPIERO PELÙ
Né buoni né cattivi (Wea)
Caro Piero, credo che dopo aver letto questa recensione mi negherai saluto e interviste. Però, te lo giuro, mi sono accostato al tuo esordio da solista con la mente libera da pregiudizi e con la sincera speranza di apprezzarlo. E le mie valutazioni non sono viziate dalla storiaccia della tua uscita dai Litfiba, dalle tue deliranti accuse alle persone con cui hai diviso tutto per oltre quindici anni, dall’aver affidato la stesura delle tue memorie e dei tuoi pensieri a un altro giornalista (in fondo sapevi, perché mi conosci bene, che io quel libro non lo avrei mai scritto) o dal fatto che tu sia stato l’unico protagonista della vicenda Litfiba ad avermi rifiutato un contributo alla mia biografia della tua ex band: del resto, se la mia attività professionale dipendesse in qualche modo dalle questioni private non avrei per esempio strapazzato quella ciofeca di Infinito.
Una cosa, comunque, la ammetto senza problemi: hai fegato. Pur di seguire la tua strada hai lasciato il certo per l’incerto, ti sei assunto le tue responsabilità firmando testi, musiche (musiche? e da quando sei diventato musicista?) e produzione di questo tuo “biglietto da visita” e hai rinnegato la raggiunta sobrietà a favore di un’immagine pettovilloso e abiti kitsch assai più imbarazzante di quella già tamarra sfoggiata all’epoca di Pirata. A parte il coraggio sconfinante quasi nell’incoscienza, però, non ho molti altri meriti da riconoscerti: non bastano, infatti, i vaneggiamenti di un improbabile “Med-Rock” a giustificare il pateracchio di stili e influenze che rendono Né buoni né cattivi un’opera tanto ego(ec)centrica quanto confusa, così come la gioia di avere acquisito totale libertà di gestione di te stesso può spiegare – ma non scusare – i deliri di onnipotenza in sede di canto (enfatico, autocompiacente e artificioso), di liriche (non credevo potessi scendere più in basso di Mascherina o Il mio corpo che cambia: beh, sbagliavo di grosso) e di strutture (quale incubo avrà mai ispirato un obbrobrio come Homo Europeus? e come non sganasciarsi di fronte al finale di Bomba boomerang?).
Insomma, caro Piero, questo tuo album mi sembra veramente fuori fuoco, pacchiano e povero di sostanza: in estrema sintesi, brutto, anche se tutti gli strumentisti sanno il fatto loro, gli arrangiamenti sono per lo più equilibrati nei loro intrecci di tradizione e modernità e Toro loco, Il segno, Aquilone e il singolo Io ci sarò riescono a non affondare del tutto nella melma. Grazie, comunque, per aver chiarito oltre ogni ragionevole dubbio a chi spettasse la titolarità – artistica e non solo giuridica – della gloriosa sigla Litfiba.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.395 del 2 maggio 2000


Modena copMODENA CITY RAMBLERS
Dopo il lungo inverno (Mescal)
Si deve senza dubbio credere alla loro buona fede, e certo va considerato legittimo il loro desiderio di esorcizzare prima possibile una defezione pesante come quella di Cisco, ma i Modena City Ramblers avrebbero fatto cosa saggia, prima di confezionare un altro album, a prendersi una lunga pausa: sarebbe servita per capire meglio quale direzione imboccare, per conferire maggior sicurezza del proprio ruolo ai nuovi cantanti Davide Morandi e Betty Vezzani, per comporre e arrangiare brani inequivocabilmente di grande spessore, anche per non dare all’ambiente l’impressione che la perdita di un ulteriore, importante pezzo della Grande Famiglia fosse un problema di poco conto (perché in fondo a contare sono il “marchio” e lo spirito e bla bla bla). Invece, appena un anno dopo l’abbandono del loro frontman, i Ramblers del 2006 hanno già esordito su disco: un disco fin troppo ricco (sedici canzoni e tre frammenti), fin troppo diverso dal passato (assai meno combat-rock e più folk, anche nel senso acustico del termine), fin troppo eclettico nell’ispirazione, fin troppo esplicito nel sottolineare il cambiamento avvenuto.
Perché “fin troppo”? Perché Dopo il lungo inverno, pur meritando un sincero plauso per il coraggio di reinventarsi messo in luce dai suoi titolari, si rivela in massima parte deludente: scarso impatto nei pezzi che dovrebbero essere “fisici”, poco pathos in quelli d’atmosfera, voci inadeguate (comunque espressiva quella di Betty, ma impersonale quella di Davide), intrecci strumentali limpidi e ospiti che paiono voler sviare l’attenzione dalla generale insipienza del songwriting, testi che per lo più scorrono via senza lasciar traccia e in qualche caso irritano (Mia dolce rivoluzionaria è da gogna, specie nel ritornello). D’accordo, si tratta di un secondo (terzo? quarto? quinto? Ho perso il conto) inizio, ma al momento il cielo è pieno di nubi e il sol dell’avvenir è oscurato dall’ombra inquietante di quei Nomadi dei quali i Nostri rischiano di raccogliere l’eredità. Una prospettiva terribile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.628 del novembre 2006

DF62KR.pdfBRUNORI SAS
Vol.2: Poveri cristi (Picicca)
Non che non ci sappia fare, Dario Brunori da Cosenza: sia con le musiche, ora più elaborate e persuasive rispetto allo scarno Vol.1, sia (forse, soprattutto) con i testi, dotati di una loro efficacia ruspante eppure poetica. Il problema, se così lo si vuol definire, è che tutto il clamore montatogli attorno, amplificato dalle vittorie dei premi più prestigiosi cui un esordiente italiano possa aspirare (il Ciampi nel 2009, la Targa Tenco nel 2010), può sembrare eccessivo per uno che, in fondo, è solo un simpatico ma sfacciato copione delle intuizioni di colleghi famosissimi, nonché un cantante con notevoli limiti e – ma qui è un questione di gusti – dai toni spesso sgradevoli. Conforta magari, ma per certi versi anche no, che le sue fortune siano figlie di un processo naturale (oltrettutto partito dal basso di una piccola etichetta) e non dei soliti trucchetti promozionali da major; e rende più bendisposti, poi, l’impressione che il trentatreenne calabrese, toscano di adozione, non abbia costruito il suo progetto a tavolino per riscuotere consensi ma se lo sia trovato in qualche modo cucito addosso. Molto probabile, invece, che questo Vol.2 abbia alle spalle almeno un piccolo sforzo di paraculaggine finalizzato alla conquista di ulteriore ufficialità: se così fosse sarebbe comunque una scelta legittima e non censurabile, soprattutto perché essa non ha comportato rettifiche della formula ma solo un suo perfezionamento.
Ciò non toglie, però, che l’arte reale o presunta della Brunori SAS sia fin troppo derivativa, che l’utilizzo della voce possa risultare persino irritante e che non sembri così cervellotico affermare che il Brunori si collochi grossomodo a metà strada fra Vasco Brondi e Vasco Rossi, o che sia una specie di versione indie del secondo. Dati di fatto, questi, che proprio non riescono a spiegare il successo (al momento ancora relativo, ma…) ottenuto anche presso platee che non sopportano neppure i suoi ben più autorevoli e originali modelli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.684/685 del luglio/agosto 2011

Teatro Orrori copIL TEATRO DEGLI ORRORI
Il mondo nuovo
(La Tempesta)
Diffidare almeno un po’ di vati e profeti dovrebbe essere un imperativo categorico, tanto più in questi giorni dove una scorreggia riesce – anche se per pochi attimi, per fortuna – a fare il rumore di una bomba: sono in troppi a spararle gross(issim)e, a fingere di essere ciò che non sono, a cavalcare l’idiozia di coloro che, bovinamente, seguono gli hype montati ad arte da piccoli Malcolm McLaren wannabe. A scanso di equivoci, però, qui nessuno sta accusando Pierpaolo Capovilla di cialtroneria: qualità ne possiede a iosa (e pure il sottoscritto non ha mancato di sottolinearle, proprio su queste pagine), e della sua superiorità sulla plebaglia rock nazionale il Nostro era del resto convinto da molto prima che qualcuno iniziasse ad attribuirgli prerogative semidivine. Se (più o meno) se la tirava quando quasi nessuno sapeva chi fosse, perché non dovrebbe farlo oggi che c’è chi lo considera un intellettuale e un pensatore illuminato, seppure con atteggiamenti alla Vittorio Sgarbi nei confronti di colleghi, giornalisti e pubblico?
Terzo album del Teatro degli Orrori in nemmeno cinque anni, a certificare irrefrenabili urgenze creative e/o intento di battere il ferro finché è caldo, Il mondo nuovo non è in assoluto un brutto disco, al di là della sua evidente funzione di fungere da amplificatore del mito-Capovilla. È però verboso e compiaciuto di se stesso per quanto riguarda i testi, dei quali non si può tuttavia disconoscere il messaggio educativo, la forza immaginifica e lo spessore poetico, e incoerente – per scelta, ovvio – nelle musiche, sorta di catalogo (ottimamente confezionato) di qualsiasi tendenza alternative degli anni 90. Sedici brani per oltre settantaquattro minuti che a tratti convincono ma più spesso risultano irritante sfoggio di pretenziosità, fra citazioni colte innestate con accuratezza chirurgica e costante ricerca dell’effetto-shock. Insomma, più che del “teatro degli orrori” si è al cospetto della “fiera delle vanità”, ma non proprio quella di Thackeray.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.692 del marzo 2012

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Categorie: recensioni | Tag: | 11 commenti

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11 pensieri su “Stroncature (2)

  1. Anonimo

    Ricordo che se la presero non poco. Tipo che Pau in una intervista disse “manco gli avessimo scopato la moglie”, la recensione era con il tuo pseudonimo e non so se loro al tempo lo sapessero

    P.S.:Appaio con anonimo ma sono backstreet70

  2. Me l’ero proprio dimenticata! Sì, l’ho recuperata, e in effetti era una bella stroncatura, anche se “educata”. Magari la recupero assieme a un’intervista che gli feci per il disco successivo…

  3. Anonimo

    Non vorrei sbagliarmi ma una tua stroncatura storica era quella a XXX dei Negrita (sulle pagine di Rumore).
    Andrebbe ripresa (io comunque l’album l’ho apprezzato).

  4. Matteo

    Non concordo sulla recensione di Metallo non metallo, che reputo uno dei dischi italiani più belli degli anni ’90.Sono completamente d’accordo invece sull’esordio solista di Pelù,che nella sua carriera da singolo ha oggettivamente combinato poco ( forse il solo “in faccia” è un disco all’altezza della sua fama ), e condivido anche il discorso sulla presunta titolarità della sigla Litfiba ( che da lì in poi, a dirla tutta, ne azzeccarono poche pure loro ).
    Tutto ciò nulla toglie alla caratura artistica di Piero, che è e rimane tuttora il miglior frontman del rock italiano.

  5. Massimo Sarno

    Rispetto in pieno il tuo punto di vista, ma per me Pelù non ha mai inciso nulla di particolarmente significativo. Comunque, faccio ammenda per le mie sviste: non ricordavo affatto quella vecchia intervista ai Tiromancino, non mi sono accorto del suo inserimento fra gli articoli del blog e, per giunta, mi sovviene solo ora che avevi inserito quel disco tra i 50 migliori di rock (in) italiano. Inoltre, ho controllato quel vecchio numero di Extra e effettivamente in copertina c’erano i Byrds..

  6. Massimo Sarno

    Condivido in pieno il giudizio sui primi album di Grignani, che posso dire di aver scoperto in virtù delle tue segnalazioni. Vorrei, però, muoverti un piccolo appunto: se la memoria non mi inganna, qualche tempo fa sul Mucchio Extra è comparso un tuo articolo dedicato a “Sua Eminenza” Piero Pelù. E’ pur vero che si trattava in gran parte di una retrospettiva sui Litfiba ed è anche vero che Pelù è stato pur sempre il frontman di una band importante, ma, visto il tuo giudizio sulla sua “caratura artistica” (che condivido in pieno), non ti pare contraddittorio dedicare tante pagine e una copertina a un personaggio di tale pochezza? Quanto ai Tiromancino,,niente da dire sulla tua recensione; non credi però che con album come “In continuo movimento” si siano proposti su ottimi livelli?

    • Secondo me, rispetto a quell‘esordio così maltrattato, il Piero solista ha fatto cose di gran lunga più valide, anche se è ovvio che le migliori sono quelle con i Litfiba. L’articolo di Extra (solo articolo, niente copertina) mi sembrava comunque doveroso per un personaggio che ha segnato trenta e più anni di rock italiano, specie considerando la sua disponibilità, in sede di intervista, a raccontarsi, chiarire punti di vista e mettere in discussione alcune sue scelte.
      Per quanto riguarda i Tiromancino, sono d’accordo con te, e ciò traspare anche dall’intervista (successiva) che ho recuperato nel blog; all‘epoca di “Rosa spinto”, ovvero prima dell‘arrivo di Riccardo Sinigallia, nulla lasciava però trasparire un luminoso futuro.

  7. Anonimo

    D’accordo anche io per “la fabbrica di plastica” e super d’accordo su Pelù, la sua tamarraggine purtroppo è sempre più accentuata

  8. donald

    assolutamente si Federico, quei due in particolare sono tra i primi dischi che ho davvero amato e che mi hanno accompagnato per un bel pezzo (tra i 17/18 e i 22, almeno) davvero splendidi.

  9. Pensa le prese per il culo che mi sorbivo io per avere avuto l’ardire di scrivere benissimo di quel Grignani lì, mettendolo addirittura sulla copertina dell’inserto “Fuori dal Mucchio”. Ma non rinnego nulla, “La fabbrica di plastica” e “Campi di popcorn” rimangono dischi splendidi.

  10. donald

    e pensare che all’epoca c’erano legioni che si ciucciavano Pelù e molti di meno (ma convinti di ascoltare roba di estrema qualità e alternativa) che orgogliosi quando gli chiedevi cosa si ascoltavano ti rispondevano Bluvertigo atteggiandosi da grandi conoscitori di musica, io non ho mai sopportato nè l’uno nè gli altri e in musica italiana ascoltavo Verdena e Grignani (Il Grignani dei primi 3 dischi, of course) e per quest’ultimo le prese per il culo che ho dovuto sorbire te le lascio immaginare

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