Meg

Dopo l‘intervista ai 99 posse della scorsa settimana ha senso recuperare anche quest‘altra, di quattro anni successiva, che coglie la cantante della band napoletana all‘epoca del suo (vero) debutto da solista. Il secondo album, Psychodelice, arriverà nel 2008. Stiamo ancora attendendo il terzo.

Meg fotoAutarchico pop
Con i 99 Posse ancora in fase di volontario stallo, Maria “Meg” Di Donna ha confezionato e pubblicato il suo omonimo album d’esordio solistico, riuscito esperimento pop dove la banalità non trova asilo e dove la personalità e la creatività della cantante e musicista napoletana emergono in modo molto più spiccato di quanto non avvenisse nel suo gruppo. Logico che a tale rivelazione facesse seguito un approfondimento a quattr’occhi.

* * *

Nel giardinetto del Franklin, l’hotel più musicale di Roma, Meg è sola, senza discografici né addetti stampa al seguito: una situazione inusuale che in qualche modo rimarca la voglia di autonomia della voce femminile dei 99 Posse, così come le prime chiacchiere a registratore ancora spento rivelano la sua sincera voglia di raccontarsi e spiegarsi. Ne è scaturita una conversazione distesa e chiarificatrice, il cui respiro è andato oltre il semplice dibattimento di argomenti musicali.
Devo ammettere che mi hai spiazzato, non mi aspettavo un album così. In realtà non sapevo bene cosa attendermi, ma di sicuro non pensavo a un pop tanto singolare e di ricerca. Tu a cosa puntavi?
Io volevo fare Meg. Avevo un’assoluta esigenza e un’assoluta urgenza di andare alla ricerca di me, nelle varie accezioni che la parola può avere. Quando mi sono accorta che questo processo stava iniziando in maniera più sistematica, e forse anche un po’ maniacale, sono andata a recuperare una serie di cose mie del passato più antico, rimosso e messo da parte per vari motivi… cose mie ed estremamente vitali.
Una crisi dei trent’anni?
Non lo so, probabilmente di crisi ce ne saranno tante: ben vengano, sono periodi nei quali si creano quei rari sprazzi di lucidità che nella vita sono davvero rari.
Comunque, sono “cose” molto diverse da quelle dei 99 Posse.
Quando sono entrata nel gruppo la situazione era già definita e molto caratterizzata: quello che ho scritto non sarebbe stato adatto alla band perché è molto femminile e obliquo. Inizialmente avrei voluto intitolare l’album Multiformis, che invece è diventato il nome della mia etichetta: per me significa lasciare la porta aperta e magari realizzare un eventuale prossimo disco completamente diverso da questo. Obliquità nel senso di portare la musica in uno spazio che sia fatto contemporaneamente di canzoni e di immagini, teatro, poesia… trasversalità. E anche di potermi concedere momenti differenti tra loro negli stati d’animo, riflessioni e volti che pur essendo sempre miei sembrano contraddirsi: del resto sono proprio le contraddizioni ad arricchire, portando a ragionare o a prendere decisioni o ad ammettere che in te possano coesistere aspetti tra loro antitetici.
Non a caso la scaletta presenta brani scuri alternati ad altri più solari.
Gli unici pezzi che definirei luminosi sono forse Simbiosi e Senza paura, ma per il resto mi sento circondata dal buio più totale: mi basta pensare alla malainformazione, che è lo specchio più amaro dai nostri tempi, a tutte le bugie che ci vengono dette, al fatto che il mondo d’oggi è mosso da soldi e petrolio. A un certo punto, quando ci si sente schiacciati da tutto ciò, scatta magari una specie di istinto di sopravvivenza che fa desiderare altro; ben vengano, quindi, i sogni come spinta propulsiva a immaginarsi una realtà diversa, a provare a cambiare un minimo quella che si vive… e, dunque, a cercare un’empatia con quelle persone che in tutto il globo formano una rete molto delicata e fragile che chiamo “l’esercito mondiale dei sognatori”, persone come Michael Moore o le due Simone che nel loro piccolo si sforzano di ipotizzare un’alternativa. Mi rendo conto che tutti costoro, che siano volontari, registi, artisti o scrittori, combattono ad armi impari. Inutile farsi illusioni, è evidente: non c’è Moore che tenga, non ci sarebbe nulla da stupirsi se Bush rivincesse le elezioni con la frode, utilizzando stratagemmi subdoli per far votare alcuni piuttosto che altri. Però l’umanità ancora non si è estinta grazie a loro, a quelli che non smettono di scrivere libri, fare film e volontariato affermando la pace e non la guerra, a costo di asciugarsi e bruciarsi la gola dicendolo o di essere accusati di terrorismo. Viviamo in un mondo in cui ci hanno tolto il tempo libero, i diritti. Hanno svuotato le parole di significato. Ci sono rimasti solo i sogni.
Infatti, al di là di ogni retrogusto doloroso, Meg è molto… onirico.
Bene, mi fa piacere. Però spero di riuscire a cambiare, stupendo per prima me stessa. Credo che evolversi e fare tutto il contrario di quello che il pubblico si aspetta sia un’aspirazione comune a parecchi artisti creativi.
Prima mi dicevi che ti sei dovuta “cercare”: a giudicare da quanto hai impiegato per realizzare il disco, “trovarti” è stato laborioso.
Il fatto che abbia curato io in prima persona, soprattutto per la fase iniziale, tutto il programming e la composizione, ha sicuramente inciso sui tempi. E anche nella stesura dei testi sono stata un po’ lenta. Ho voluto lavorarli con attenzione e cura, come facevo da bambina quando giocavo con le parole come in una caccia al tesoro: le cercavo, le gustavo, le ripetevo, le sfoggiavo… è una passione che mi è stata trasmessa da mia madre, che è professoressa di italiano.
I brani sono partiti dai testi o dalle musiche?
Dipende: alcuni sono nati dalle parole, altre da un arrangiamento, altri dalla melodia. In altri ancora parole e musica sono venuti fuori assieme. Il territorio della composizione è strano, vi confluiscono intuizioni, associazioni, ricordi, vissuto. Per me è stato un lavoro faticoso e allo stesso tempo esaltante, che mi ha divertita e appagata.
Dal disco hai lasciato fuori molte cose?
Di finito, no: di norma, quando comincio a lavorare su un brano so già che lo porterò a termine. Ho accantonato solo abbozzi, accenni, idee.
Quanto ha pesato, in questo processo, la tua esperienza come Nous assieme a Marco Messina?
Da un certo punto di vista è stata fondamentale, visto che è stato proprio in quel periodo che Marco mi ha insegnato il programming, rendendomi così autonoma e indipendente. Un altro elemento importante è stato il poter sperimentare e spingermi in una musica diversa, fatta di contaminazione di discipline.
Altre “influenze”?
Una frase di Shakespeare sulle illusioni e sulla vita, “siamo fatti delle stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”, che mi è ritornata in Simbiosi. Il recupero di certi retaggi infantili e di certa letteratura è iniziato forse proprio con i Nous: non va dimenticato che La tempesta, pur essendo un’opera con maghi e folletti, affronta temi politici, ed è stato proprio questo a spingermi a coltivare sempre più l’idea di scrivere attraverso metafore e immagini. Lo facevo già con i 99 Posse, ma qui la cosa è stata probabilmente accentuata: senza limiti ci si può scoprire e autocostruire in modo da assomigliare al “sogno” che si ha di sé.
Nelle canzoni ho riscontrato un mood particolare: sarebbe magari esagerato parlare di misticismo, però qualcosa di “aereo” c’è. Tu come la vedi?
In generale mi volevo mantenere con i piedi a terra, ma conservando la testa fra le nuvole. Mi sento molto terrena, ma sicuramente c’è una parte di me che si distacca dal suolo e che traspare dalle musiche.
Che sono, attitudinalmente, un po’ psichedeliche.
Sì, la psichedelia è un concetto che mi piace molto, e del resto vengo da lì, dai Beatles, che sotto questo profilo mi hanno segnata. Comunque in Meg ci sono suggestioni diverse: dalla musica classica, che ho studiato, alla canzone napoletana, che fa parte del mio DNA ed è assieme sanguigna e liquida. Ha un che di miracoloso e stupefatto nel creare immagini e andare sul soprannaturale. In qualche modo sono stata influenzata da Roberto De Simone con il mix tra classica e napoletana de La gatta cenerentola.
Com’è il tuo rapporto con la “napoletanità”?
Unico, specie in questo momento in cui mi sono riappropriata delle radici delle quali prima mi vergognavo un po’. Come logo della mia etichetta ho scelto un ramo di corallo, un simbolo delle mie origini: io sono di Torre del Greco, una cittadina a sud di Napoli che vive di mare, dove la gente naviga o lavora il corallo. In più mi piaceva l’idea di questa forma di vita ramificata, che sembra ferma e invece cresce sui fondali.
La tua etichetta è distribuita dalla BMG: che tipo di accordo avete?
Di tipo distributivo, appunto. Ho cercato di far tesoro delle esperienze finora raccolte, e ritengo di aver agito per il meglio. Sono stata anche fortunata e le circostanze mi sono state favorevoli, dato che alla BMG speravano che prima o poi avrei realizzato qualcosa in proprio. Così ho firmato un contratto per due dischi, con opzione sul terzo, che mi garantisce un budget da gestire in piena autonomia: sono io, insomma, a stabilire quanto destinare alla produzione, quanto all’ufficio stampa, quanto al video. E se volessi pubblicare lavori di altri artisti potrei rivolgermi a chiunque altro, senza alcun obbligo.
Napoli dove altro sta, in Meg?
Sicuramente nella parte finale di Puzzle, il brano più lungo del disco. E Audioricordi è una cosa napoletana al massimo, anche se è cantata in italiano. Un mio amico che sta rifacendo tutto l’album in napoletano, un altro pezzo che si presta moltissimo è Parole alate: magari un giorno lo farò uscire in CD, o lo metterò in Rete per il download.
La tua opinione sulla musica in Internet?
Senza dubbio è stata una rivoluzione, ed è una rivoluzione inarrestabile che oltretutto sta rendendo quasi obsoleti certi accorgimenti che prima si adottavano per favorire gli acquisti di dischi: il prezzo ridotto, per esempio, ha perso molto del suo senso quando l’alternativa è scaricare gratis. In generale, comunque, trovo che la Rete sia un valido strumento di propaganda per la musica, soprattutto per quella fuori dai canali di promozione convenzionali.
Qui in Italia c’è poi il problema della pirateria: un problema che a Napoli – scusa il luogo comune – è particolarmente presente.
È una faccenda complessa in cui nodo non è ovviamente il ragazzo africano che vende i CD a cinque euro ma i camorristi che posseggono la fabbrica, gli stessi che spacciano cocaina. Lo Stato potrebbe arrestarli, ma se mandasse in carcere tutti i boss ci sarebbe una rivolta popolare: a Napoli la disoccupazione è frenata dal lavoro nero retto dalla camorra. E questo rimanda a chi siamo governati e a come lo siamo.
Tornando all’album, cosa mi dici di Elementa? Sono rimasto parecchio intrigato da quel suo respiro ecologico-naturista.
C’è Napoli anche lì: vivendoci mi sono resa conto che è fatta di opposti, dove da un lato i quattro elementi convivono nel loro fulgore e dall’altro si respirano atmosfere molto metropolitane. È una città matrigna, che offre ai suoi figli dolcissime delizie e poi senza remore li uccide. Lì ho imparato di essere fatta di questi estremi che convergono e che canto in Elementa, dove sono partita identificandomi con la natura e mi sono ritrovata persino nella plastica e nella pece.
A proposito di contrasti: sei vista come una ribelle da centro sociale, mentre Meg offre di te un’immagine molto più sofisticata e “pop”. Ti sei posta il problema di questa apparente dicotomia?
Sinceramente, no. Anzi, dichiaro ufficialmente che ho fatto un disco per puro egoismo: non l’ho fatto per gli altri ma per me. Non vedo perché non si possa fare il rap e anche scrivere canzoni dove le liriche sono pregne di metafore e immagini più sfumate; chi fa fatica a concepire l’esistenza parallela del Pasolini di Scritti corsari e di quello di Poesie in forma di rosa non ha capito Pasolini. Sono indecisa se adoro di più il Neruda delle poesie d’amore o quello delle poesie politiche; lo adoro quando per parlare di politica usa le metafore, mi esplode il cuore in petto quando parla del sangue versato in una rivoluzione paragonandolo al succo rosso delle ciliegie.
Il resto del gruppo che dice?
Finora l’unico che ha ascoltato Meg è Marco, e gli è piaciuto. Per quanto riguarda gli altri, credo di avere a che fare con persone di ampie vedute e pertanto non me ne preoccupo.
Quindi non hai neppure pensato a chi ti rivolgevi, alle reazioni del tuo pubblico.
Ma anche i 99 Posse, in fondo, fanno pop. Come ti dicevo prima, il disco l’ho fatto essenzialmente per me, senza curarmi del possibile target.
E hai ragionato sul fatto che calarti in questa dimensione potrebbe rendere difficile, quando sarà, il tornare a calarti nei panni della “vecchia” Meg?
No. Assolutamente no.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.598 del 2 novembre 2004

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