The Doors

Sono stato a lungo indeciso se recuperare o meno sul blog questa mini-retrospettiva sui Doors, realizzata nel 2000 in occasione di un blocco di ristampe. È piuttosto esauriente (nei diecimila caratteri disponibili era difficile fare di più) ed è scritto anche benino, ma non mi ha mai convinto completamente. Comunque, eccolo qui: consideratelo un “The Doors for dummies” e perdonatemi la conclusione davvero scontata e retorica.

Doors fotoViaggiatori nella tempesta
Per dedicare una retrospettiva ai Doors, gruppo tra i più conosciuti e apprezzati dell’intera epopea rock, attendevamo solo un “aggancio” con l’attualità. Un pretesto, insomma, che si è puntualmente presentato con le ennesime riedizioni in CD – due stampe: una con copertine in cartone che riproducono quelle degli originali in vinile, l’altra semplicemente remastered – dei sei album di studio pubblicati dalla band californiana prima della scomparsa del cantante Jim Morrison e del postumo Essential Rarities (le cui tracce erano finora reperibili solo nei cofanetti Box Set e The Complete Studio Recordings), nonchè della realizzazione del milionesimo The Best Of, accompagnato promozionalmente da una piccola serie di discutibilissimi remix di Riders On The Storm. Anche le più sfacciate speculazioni, comunque, non sono del tutto deplorevoli, se servono a mantener viva l’attenzione su un ensemble che come pochi ha saputo conciliare tradizione e trasgressione, energia rock’n’roll e melodia pop, qualità musicale e clamoroso successo di pubblico, forma e sostanza.

La vita…
La storia, quella che per esigenze cinematografiche è stata romanzata – abbastanza efficacemente, checchè se ne dica – in The Doors di Oliver Stone, è nota più o meno a tutti. Nel 1965, dopo varie vicissitudini, il trentenne Ray Manzarek e il ventiduenne James Douglas Morrison rendono finalmente stabile l’organico della formazione alla quale hanno da poco dato vita in quel di Los Angeles. Il primo è un tastierista di scuola classica devoto anche al blues e al rock che usa un organo Vox Continental accoppiato a un piano Rhodes che simula il basso, mentre il secondo non ha alle spalle alcuna esperienza musicale ma possiede una voce forte e armoniosa, la rara capacità di scrivere poesie tra il torbido e il visionario e una carica di vitalità – nonché il physique du rôle: bello come un angelo, ma con qualcosa di demoniaco – che ne fanno un perfetto frontman. Con loro ci sono il ventunenne John Densmore, batterista, e il ventitreenne Robby Krieger, chitarrista. Il nome scelto è un riferimento alle “porte della percezione” ipotizzate da William Blake.
Per tutto il ‘66 il gruppo suona nell’area californiana, raccogliendo consensi e stupore. La bellezza delle canzoni – firmate da tutti, ma per lo più farina del sacco di Morrison e Krieger – e le pose ora animalesche e ora ieratiche di Morrison non sfuggono al lungimirante Jac Holtzman, che attende la scadenza di una vecchia opzione con la Columbia e ingaggia i Doors per la sua Elektra. Il matrimonio, che non conoscerà divorzio, parte subito con il piede giusto: nel 1967 l’omonimo 33 giri di debutto e il secondo singolo da esso estratto, l’epocale Light My Fire, arrivano rispettivamente al n.2 e al n.1 delle classifiche americane, mentre in autunno il secondo album Strange Days raggiunge il terzo gradino. Da qui in poi, per più di tre anni, la carriera del quartetto sarà una concitata sequenza di uscite discografiche, hit, concerti ed episodi di cronaca – resistenza a pubblico ufficiale, atti osceni e istigazioni alla violenza – che vedono protagonista il sempre più sregolato Morrison, la cui lucidità è ormai irrimediabilmente compromessa da problemi di droghe e deliri di onnipotenza. Intrappolata nell’ottovolante della fama e del denaro, la band accusa flessioni artistiche, mentre il cantante – bramoso di nuove provocazioni e nuovi eccessi – imbocca una corsa che si concluderà, nelle prime ore del mattino del 3 luglio 1971, nella vasca da bagno della casa di Parigi dove si era trasferito da qualche mese con la moglie Pamela. La versione ufficiale parla di morte per cause naturali, ma nessuno ci crede: anche se non sarà mai possibile provarlo, a uccidere Jim è stata con ogni probabilità l’eroina.
Manzarek, Krieger e Densmore tenteranno di continuare come trio, ma le loro velleità saranno stroncate dalle carenze di spessore musicale dei due album realizzati e dalla conseguente indifferenza del pubblico. Il mito dei Doors verrà comunque mantenuto costantemente vivo da un gran numero di antologie e postumi, così come la figura di Jim Morrison – ovviamente quella splendida degli esordi, e non quella imbolsita e invecchiata dell’ultimo periodo – conquisterà l’immortalità come icona rock per eccellenza. Più di Jimi e Janis, più di Presley, più di John Lennon, più dell’anti-eroe Sid Vicious. Ci vorranno oltre due decenni perchè nell’immaginario collettivo si faccia strada un nuovo simbolo altrettanto credibile e universale, Kurt Cobain: anche lui, per un bizzarro scherzo del destino, scomparso ad appena ventisette anni.

…e le opere
La discografia “storica” dei Doors, quella venuta alla luce nel lustro che va dal 1967 al 1971, comprende sei album di studio e uno – doppio, come da consuetudine – inciso dal vivo: sette titoli che, senza nulla voler togliere a quanto assemblato con materiale d’archivio per scopi celebrativo-speculativi, bastano e avanzano per individuare tutte le coordinate, positive e negative, della parabola dell’ensemble.
The Doors, in generale più secco e irruente, e Strange Days, leggermente più sofisticato, sono le fondamenta della leggenda e sono a tutti gli effetti inscindibili: non solo perchè entrambi sono datati ‘67, sono realizzati nello stesso studio (i Sunset Sound Recorders), vantano lo stesso team tecnico (il produttore Paul A. Rothchild e l’ingegnere del suono Bruce Botnick) e presentano strutture quasi identiche, ma anche per l’eccezionale livello qualitativo delle ventuno tracce che li compongono. Volendo fare qualche citazione, non si sa bene da dove cominciare: dal tiro ritmico di Break On Through o dalla sensualità di Light My Fire e Take It As It Comes? Dalla teatralità mitteleuropea di Alabama Song (a firma Kurt Weill-Bertolt Brecht) o dal Chicago Blues riveduto e corretto dell’altra cover, Back Door Man di Willie Dixon? Dall’ombrosa End Of The Night o dalla solenne The Crystal Ship? Oppure dalla conclusiva The End, che si snoda in più di undici minuti di inquietante drammaticità evocando persino Edipo? E, nel secondo, dal delirio di Horse Latitudes o dalla malinconica delicatezza di You’re Lost Little Girl? Dai miraggi di People Are Strange, Moonlight Drive e I Can’t See Your Face In My Mind o dalla grinta di Love Me Two Times? Dalla psichedelia della title track o dagli scontri tra graffi e carezze della lunghissima When The Music’s Over? Da dovunque si decida di muovere il primo passo, il concetto non cambia: The Doors e Strange Days sono un tutt’uno, la massima espressione creativa di una band ancora guidata soprattutto dall’istinto.
Benchè sempre seguiti in studio dalla coppia Rothchild/Botnick, Waiting For The Sun (1968) e The Soft Parade (1969) non rinnovano l’incantesimo: colpa degli arrangiamenti forse troppo curati – specie nel secondo, in cui affiorano archi e fiati – e di un approccio meno “mistico” e più pop, ma anche colpa di un’ispirazione – sia sonora che di testi – piuttosto soffocata dall’apparente ricerca di maggior commercialità. D’accordo, i fortunatissimi singoli Hello I Love You e Touch Me sono poco più che cantilene radiofoniche, ma nonostante i mezzi passi falsi dai solchi affiorano parecchie pietre miliari: in Waiting For The Sun, almeno la cruda e potente Five To One, l’inno antimilitarista The Unknown Soldier, la non meno intensa ed esoticheggiante Spanish Caravan e la recitativa Not To Touch The Earth (“cuore” del poema The Celebration Of The Lizard, poi eseguito integralmente in Absolutely Live), mentre nel suo successore spiccano solo Wild Child, Wishful Sinful e l’allucinata, onirica The Soft Parade posta in chiusura. È crisi? Difficile non pensarlo. A sorpresa, però, i Doors ritrovano parte dell’antico smalto per Morrison Hotel (1970), facendo piazza pulita dei barocchismi e riproponendosi in una veste essenziale e incisiva come quella del 1967, seppure con un maggior peso del basso (come al solito, imbracciato da turnisti). Piacciono le sanguigne Roadhouse Blues e Peace Frog, le divagazioni filo jazzistiche di Queen Of The Highway, il fascino in odore di trascendenza di Waiting For The Sun, la ballata d’atmosfera Blue Sunday; e anche se i giorni di Light My Fire sembrano molto più lontani di quanto dica il calendario, c’è la sensazione che il quartetto abbia ancora buone carte da giocare.
La coppia d’assi tenuta da tempo in serbo è Absolutely Live (1970), con estratti da due straordinarie performance live – agosto 1969 e giugno 1970 – nelle quali sono condensati tutta la carica e il carisma dei Doors on stage (la ristampa in CD, arricchita di numerose bonus già apparse su un paio di postumi, si intitola In Concert). Qualche spanna più sotto, ma assestato su standard più che accettabili, è infine L.A. Woman (1971), il primo senza Rotchchild in cabina di regia e stranamente sottovalutato nonostante la presenza di brani quali l’accattivante Love Her Madly, l’ipnotico L’America, la valida rilettura di Crawling King Snake di John Lee Hooker e tre autentici capolavori quali L.A. Woman, Hyacinth House e Riders On The Storm. Un degno epilogo per un’avventura gloriosa, sulla quale solo tre mesi si sarebbe posta una pesante pietra: tombale, nella quiete del cimitero parigino di Père Lachaise che è ancora oggi meta di migliaia di fan.
Lecito, se non addirittura scontato, fantasticare su ciò che sarebbe potuto accadere senza quel fatale arresto cardiaco. Magari avremmo ancora tra noi un quasi sessantenne Jim Morrison: di sicuro grasso, sfatto e fuori fase, aggrappato all’asta del microfono per non cadere invece che per esigenze sceniche, a intonare stancamente accendi il mio fuoco e a urlare con voce resa tremante dall’età e dai vizi padre, voglio ucciderti e madre, voglio fotterti. Di fronte a tale prospettiva, per certi versi più tragica della tragedia effettivamente vissuta, c’è da cedere a una sorta di romantico cinismo e concludere che il Fato è stato in fondo più benevolo di come possa superficialmente apparire: con la morte Jim Morrison ha ottenuto l’immortalità, rimanendo per sempre l’angelo-demone giovane e perverso che si trasforma in Re Lucertola per officiare il sacro rito del rock’n’roll.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.414 del 17 ottobre 2000

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Categorie: articoli | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “The Doors

  1. Massimo Sarno

    Dissento riguardo all’opinione espressa su Absolutely Live. E’ diifficile , anche oggi , trovare un live frutto di un collage di esibizioni che trasmetta in modo così potente e vitale l’essenza della performance di un gruppo che dal vivo dava davvero il massimo.

  2. È vero, forse è un po’ invecchiato. Ma se lo si rapporta all’epoca rimane un monumento.

  3. Anonimo

    Credo cha siamo in molti ad apprezzare veramente solo i primi due album, forse non “seminali”, ma sicuramente “influenti”. Per me The Soft Parade è un album veramente scarso, mentre il doppio dal vivo è invecchiato male.

  4. Premetto che probabilmente mi sto sottoponendo a un linciaggio, ma in tutta sincerità non ho mai apprezzato così tanto i Doors, nè ho mai capito l’alone di leggenda creatosi attorno a Morrison. Ascolto ancora con discreto piacere (e con il telecomando per lo skip a portata di mano) i primi due album, ma i seguenti, a mio avviso, già mostravano segni di stanchezza e povertà di idee. Azzardo: non li ritengo così “influenti” e “seminali” come narrano le tradizionali storie del rock.
    Ne approfitto, Federico, per farti i complimenti per il blog e per i tutto, insomma, ti seguo da tempo immemore e continuerò a farlo.

    • In realtà conosco un sacco di gente che per i Doors non è mai impazzita… ci sta. Sugli album, ok i primi due, ma se dovessi aggiungerne un terzo, oggi, direi L.A. Woman (sì, ho rivisto un po’ il mio parere di allora: capita). L’influenza della band sul rock del futuro, però, credo sia innegabile, così come quella del Jim Morrison performer.

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