Colapesce

A due anni e cinque mesi dall‘apprezzatissimo Un meraviglioso declino, nulla di ufficiale è ancora emerso sull‘uscita del secondo album di Lorenzo “Colapesce” Urciullo. Se ne parlava già, assieme alla graphic novel annunciata per il 2015,  in questa intervista pubblicata nel dicembre del 2012 che faceva un po‘ il punto sull‘anno eccezionale del musicista siciliano. La recupero qui, ricordando che di Un meraviglioso declino è stata poi confezionata una versione “deluxe” con un‘infinità di brani in più.

Colapesce fotoUn successo annunciato? Niente affatto. Vero che, nel circuito indie, di Colapesce si parlava in termini positivi già da un po’; vero che la band guidata dal ventinovenne musicista siracusano, gli Albanopower, non era passata inosservata; vero che l’EP Colapesce, in origine concepito solo in formato digitale, era stato apprezzato così tanto da “obbligare” la 42 Records – tuttora l’etichetta dell’artista – a distribuirlo pure in CD; vero che il “mini” Nove cover, regalato in digitale a chi acquistava in preordine Un meraviglioso declino, aveva sorpreso con le sue (ispirate) riletture di Enzo Carella, Michael Jackson, Alan Sorrenti, My Bloody Valentine, Antonello Venditti, Blonde Redhead, Mauro Repetto, Herbert Pagani e Rosa Balistreri; vero, soprattutto, che la canzone d’autore italiana non proponeva da tempo qualcosa di tanto “nuovo” e intrigante, ma che accadesse tutto quello che poi è accaduto – consensi plebiscitari, Targa Tenco per il miglior esordio, candidatura per “Sanremo Giovani”… – era difficile da immaginare. La lunga e piacevolissima chiacchierata che abbiamo affrontato con Lorenzo per farci raccontare il suo trionfale 2012 è partita proprio da qui.

Insomma, te l’aspettavi?
No, assolutamente: non avrei mai pensato che Colapesce sarebbe diventato, seppure con tutte le incertezze del caso, “il mio lavoro”. La musica è da sempre una mia grandissima passione, ma quest’album ha cambiato tutto.
C’è un momento preciso in cui hai cominciato a capire che Colapesce non era solo una sorta di tuo sfogo privato, bensì qualcosa di potenzialmente molto serio?
Avevo avviato il progetto in sordina, senza alcuna ambizione… anche per risolvere il mio rapporto con la lingua italiana, dato che fino ad allora avevo scritto e cantato solo in inglese. L’album è stato concepito in un momento per me parecchio difficile: è figlio del disagio personale che ho vissuto mentre lo incidevo, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e il relativo ingresso nel mondo dei disoccupati. Alla fine delle session non sono stato bene psicologicamente, per un paio di mesi non ho neppure voluto riascoltare quello che avevo realizzato: una sorta di rifiuto che mi ha spinto a intraprendere un viaggio in Africa assieme al mio amico Alessandro Raina, degli Amor Fou. Al ritorno ho scoperto che attorno al vecchio EP si era creato interesse, e allora mi sono quasi imposto di portare a termine il lavoro, quasi una terapia d’urto per uscire dal tunnel in cui mi trovavo. La presa di coscienza è coincisa con le prime offerte di concerti pagati dignitosamente rispetto alla media, e anche la bella risposta della critica ha avuto il suo peso. Queste cose mi hanno motivato a cercare di fare ancora meglio.
Com’è andato, Un meraviglioso declino? Puoi darmi qualche numero?
È alla terza stampa, quindi finora ne sono state vendute 2.500 copie. Ho però suonato parecchio dal vivo, una cinquantina di concerti con la band più quelli in acustico da solo. Avrei preferito esibirmi solo con il gruppo in modo da poter riprodurre sul palco le tante sfumature musicali del disco, ma spostare e ospitare cinque o sette persone più il fonico alza parecchio il budget e la spesa non è alla portata di tutti i locali. Non a caso ho ricevuto molte più richieste per i set acustici, che per me sono senza dubbio più gratificanti sul piano economico; nonostante ciò, tendo a evitarli, perché sono convinto che la vera dimensione di Colapesce sia con la band.
Affrontiamo allora il tema “vile denaro”: un bilancio di questo 2012?
Sarebbe stato durissimo se non avessi firmato un contratto di edizioni musicali, sia come autore che per quanto riguarda Colapesce: Ferdinando Arnò mi dato un anticipo che mi ha consentito di autogestirmi e di fare alcuni investimenti, come ad esempio quelli per i videoclip. Vivere solo del disco e dei live sarebbe stato impossibile: il mio guadagno netto delle prime due settimane di date è stato di poco più di duecento euro!
Suonare dal vivo comporta comunque altri problemi: mesi fa in Rete si è scritto parecchio di una tua, chiamiamola così, disavventura…
Arrivati a Battipaglia da Milano, dopo dieci ore di furgone, siamo stati trattati malissimo: problemi per suonare a causa dei tavoli prenotati per la partita di calcio, cibo pessimo, alloggio in un garage. Ho raccontato su Facebook questa situazione paradossale e così si è appreso che nello stesso posto, solo per fare qualche esempio, Cesare Basile aveva dormito in macchina e Paolo Benvegnù si era dovuto coprire con un tappeto. Non si tratta di avere pretese da rockstar, figuriamoci, ma non è neppure giusto subire angherie e far finta di nulla perché l’organizzatore è quello che, in pratica, ha il monopolio dei concerti in Campania. Questa esperienza, alla quale sono seguite minacce di querela che naturalmente – c’era un contratto che non è stato rispettato – sono cadute nel nulla, mi ha fatto addirittura venire dei dubbi se fosse il caso di proseguire l’avventura. Alla fine, però, è servita, perché mi ha indotto a ragionare meglio sugli aspetti logistici. Anche mantenere la mia base in Sicilia è stato messo in discussione: succede tutto a nord, e spostarsi in furgone è devastante in termini di spese, tempo e fatica.
Parlando di questioni spinose dell’indie nazionale, noto con dispiacere come le “nuove leve” pensino poco alla qualità della proposta e molto a operazioni discutibili per farsi notare. Colapesce, per fortuna, è una felice eccezione alla regola.
Sono fra quelli che ritengono che la musica sia uno degli ultimi campi dove i meriti contano, e credo che chi si pone con sincerità e passione prima o poi raccoglierà i frutti della semina. Io ho investito parecchi soldi, almeno per i canoni del circuito indipendente, per registrare il mio disco quanto meglio possibile, con grande cura e attenzione: se poi la gente l’ascolta su YouTube peggio per loro, io sono a posto con la coscienza. Pure nei testi e negli arrangiamenti mi sono impegnato al massimo per trovare il giusto equilibrio di armonie, contenuti, forma. Oggi, però, si punta più a creare il “caso” per ottenere un trafiletto laterale su “La Repubblica”: un modo di lavorare che alla lunga non paga e che, soprattutto, non ha niente a che spartire con la musica. Penso ai Perris, che hanno dato dieci euro ciascuno ai primi che hanno scaricato il loro disco, o ai Thegiornalisti che hanno postato su Facebook una lunga serie di prese in giro – a volte offensive – a loro colleghi, cercando però di passare per ironici e simpaticoni. Non sarebbe meglio impiegare le proprie energie a comporre e suonare?
Dopo il passaggio da “sfigato” a “star dell’indie”, hai rilevato qualche cambio di atteggiamento nei tuoi confronti da parte dell’ambiente?
A un incremento del pubblico corrisponde sempre un aumento di quelli che ti odiano, o comunque manifestano antipatia e la esprimono anche andando sul personale. La cosa tristissima è che ad alimentare questa negatività sono molto spesso altri musicisti e non i semplici ascoltatori.
Chissà quante te ne diranno, se parteciperai a “Sanremo Giovani”.
Il brano che ho presentato alla selezione, Anche oggi si dorme domani, rispecchia la mia personalità: nessuna forzatura, nessun compromesso, il ritornello entra dopo due minuti. Non devo giustificarmi: se le canzoni che compongo raggiungono due milioni di persone invece di duemila sono molto più contanto, a patto di non compromettere la mia autenticità.
So che le major ti hanno corteggiato: ci hai fatto un pensierino?
Sono convinto che rimarrò nel mondo indipendente, perché mi permette di scegliere cosa fare e come e quando farlo. Ho ricevuto proposte, sì, ma a parte che erano poco allettanti ritengo che in questo momento storico le multinazionali agiscano in maniera piuttosto goffa, a differenza delle buone etichette indipendenti e degli editori musicali che sanno lavorare bene. Negli ultimi tempi le major italiane hanno posto sotto contratto un sacco di gruppi del giro più o meno alternativo, ma l’impressione è che non sappiano bene cosa farne e finiscano per immobilizzarli bloccandone la crescita invece di agevolarla. Mi piace la struttura con la quale mi muovo, la 42 Records: è agile, snella, basata su rapporti con persone davvero appassionate e non con impiegati e burocrati che oltretutto oggi ci sono e domani chissà.
Rifiutare offerte ridicole è abbastanza facile: e se le proposte fossero state interessanti, tipo accompagnate da un anticipo a cinque zeri?
Ci ho ragionato, ma preferirei comunque rimanere dove sono. Artisti ben più famosi, e pertanto con maggior “potere contrattuale” di me, ne hanno viste di tutti i colori, e vorrei evitare di finire macinato nel giro di uno o due dischi. Gli Afterhours ebbero mille problemi, gli Amor Fou non sono riusciti a imporsi seriamente nonostante avessero un album splendido come I moralisti, i Verdena incontrano costantemente difficoltà a gestire la loro carriera. Poi, certo, se le major rivedessero drasticamente il loro assetto e ingaggiassero responsabili davvero illuminati si potrebbe essere indotti in tentazione dalla prospettiva di investimenti molto più ricchi, ma questa eventualità mi pare piuttosto improbabile.
Hai mai provato ad analizzare le ragioni del tuo successo?
Suppongo che a colpire siano state l’onestà e la trasparenza. L’avere utilizzato la forma canzone e i testi in italiano, inoltre, è servito a ottenere una visibilità più ampia di quella toccata agli Albanopower.
Già. Qual è la situazione, al proposito?
Giuseppe Sindona, il bassista aggregatosi dopo l’incisione del disco, è tuttora con me, mentre Toti Valente – l’unico altro membro originario – si è trasferito da qualche mese a Londra. Insomma, il discorso è adesso in stand-by, ma prima o poi realizzeremo un secondo disco: avevamo tante idee che sono rimaste congelate.
Tornando a Colapesce, molti hanno sottolineato come il tuo approccio sia diverso da quelli dei “normali” cantautori. Tu ti senti particolarmente… nuovo, a livello stilistico?
Non saprei. Ho iniziato ad approfondire il mio rapporto con la musica italiana solo in tempi relativamente recenti, compiendo una specie di ricerca che mi ha portato a scoprire dischi ottimi e particolari come Vocazione di Enzo Carella o Anima latina di Lucio Battisti. Escludendo quello che si suonava in casa quando ero piccolo, storicamente i miei ascolti sono sempre stati orientati all’estero. Tutti mi considerano un cantautore, ma io non mi sento tale: sono più in sintonia con l’idea del songwriter americano che, sì, interpreta ciò che scrive ma lavora con una band o con filosofia da band. Non voglio azzardare paragoni stilistici o qualitativi, ma mi vedo affine a uno Jeff Tweedy o a Manuel Agnelli. Tra l’altro, che quest’anno la Targa Tenco per il miglior album in assoluto sia andata agli Afterhours è un segnale importante: forse il termine “canzone d’autore” sta finalmente assumendo un significato più ampio.
Cosa ha rappresentato, per te, la vittoria della Targa Tenco come esordiente?
Una grande soddisfazione, come pure il Premio Fuori dal Mucchio. È ovvio che questi riconoscimenti non cambieranno nulla del mio rapportarmi alla musica, ma essendo un tipo fondamentalmente insicuro mi hanno confermato che sto facendo bene il mio lavoro e dato ulteriore fiducia. E persuaso a “osare” di più.
Com’è costituito il tuo pubblico?
Spazia moltissimo, dai signori sessantenni alle ragazzine di quattordici anni: è bello essere apprezzato da chiunque e non solo da una casta di presunti eletti. Oggi abbondano i cantautori “generazionali”, per così dire, mentre io mi sento trasversale: credendo nella funzione sociale di chi fa canzoni, non nel senso di schierarsi politicamente ma di essere una sorta di polo aggregativo, non posso che essere felice di arrivare a platee diversissime.
Altre novità in cantiere?
Sto pianificando una graphic novel assieme ad Alessandro Baronciani: si era pensato di legarla ai testi dell’album ma preferirei svincolarla dai pezzi, anche per evitare l’autoreferenzialità. Poi, fra poco, partirà un tour di dieci date assieme a Meg, con un repertorio metà mio e metà suo più qualche cover e un paio di inediti: andremo sull’elettroacustico, con un po’ di elettronica. Ci siamo conosciuti dopo la pubblicazione del mio album e subito è nato un bel feeling, tanto che abbiamo organizzato il duetto per la nuova versione di Satellite che è stata diffusa a inizio estate.
Hai detto “inediti”: dato che la scrittura di Un meraviglioso declino risale ormai a parecchio tempo fa, presumo che tu abbia approntato molti nuovi brani.
Sei o sette, quattro o cinque dei quali sono già definiti nei dettagli ma non ancora incisi. Mi sarebbe piaciuto uscire con il secondo album nella tarda primavera del 2013, ma l’ipotesi di Sanremo ha sconvolto i piani: essendo impossibile terminare il disco in tempo per il Festival, dovrei ripubblicare il vecchio aggiungendoci il brano di Sanremo e magari Nove cover, che non ha mai avuto forma fisica. Il nuovo, invece, potrebbe uscire dopo l’estate.
E come sarà, a livello di orientamento?
Suppongo più “corale”, meno leggero e più suonato. Ultimamente ascolto parecchio Bon Iver, Wilco, Tame Impala, Ariel Pink… non mi influenzeranno a livello di suono, ma di attitudine magari sì.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.701 del dicembre 2012

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