MC5

Fu l‘uscita dell‘antologia The Big Bang! a darmi lo spunto per realizzare questa pur breve retrospettiva sugli immensi MC5. Una di quelle band che non vanno mai dimenticate.

MC5 foto
Non ha brillato molto a lungo nel firmamento rock, la cometa MC5: poco più di un lustro di attività discografica e tre album consegnati alle stampe con cadenza annuale tra il 1969 e il 1971, uno assolutamente memorabile (l’esordio 
Kick Out The Jams, edito dalla Elektra) e due forse non di pari livello ma comunque ben più validi di quanto non tramandino molte cronache (Back In The USA e High Time, entrambi marchiati dalla Atlantic). Un repertorio succinto che la giusta attenzione che si deve riservare alla Storia e la devozione feticista dei fan ha via via fatto arricchire di una lunga serie di postumi, confezionati quasi sempre con materiale inedito inciso dal vivo: non a caso, visto che è proprio sui concerti che i Motor City 5 – da Detroit, Michigan – hanno edificato il loro mito.
A ricordare al mondo la parabola di questa grande band, che assieme ai concittadini e coevi Stooges è giustamente annoverata tra i principali ispiratori del punk, giunge ora The Big Bang!, eccellente antologia assemblata dalla sempre ineccepibile Rhino: ventuno episodi scelti con cura che ripercorrono la carriera dell’ensemble dal singolo di debutto I Can Only Give You Everything (una cover dei Them) del 1966 fino alle testimonianze conclusive dei primissimi ‘70. Un testamento fondamentale non solo per via delle trame musicali – una torrida fusione di garage, rock’n’roll e hard-rock, a tratti caratterizzata da deviazioni verso il free-jazz – ma anche per il messaggio politico-sociale del quale esse erano sostegno e veicolo; il gruppo era infatti legato al White Panther Party, organizzazione di estrema sinistra guidata dal suo mentore John Sinclair, con conseguente amplificazione dell’effetto-shock di una formula che agli occhi e alle orecchie dell’America benpensante era già di per sé oltraggiosa.
A seguire un terzetto di estratti da 45 giri (il già citato I Can Only Give You Everything, il celebre Looking At You e il più oscuro I Just Don’t Know), The Big Bang! attinge a piene mani nello storico Kick Out The Jams, inciso dal vivo nell’ottobre 1968 alla Grande Ballroom di Detroit: l’intero lato A del vecchio 33 giri, con la micidiale sequenza hard/punk di Ramblin’ Rose, Kick Out The Jams, Come Together e Rocket Reducer no.62; da notare che la leggendaria title track è presente nell’edizione pre-censura (con l’urlo originale “kick out the jams, motherfuckers” al posto di quello edulcorato “kick out the jams, brothers and sisters”). Meravigliano un po’ le assenze di Borderline e dell’altro inno Motor City Is Burning, mentre appare più comprensibile – ma non condivisibile, considerata l’importanza del pezzo come trampolino di lancio per esperienze successive) – l’esclusione del remake di Starship di Sun Ra.
Il secondo album Back In The USA, dall’impostazione rock’n’roll più secca e meno estremista (tranne Let Me Try, nessuna traccia supera i tre minuti di durata), è rappresentato da ben otto canzoni, tra cui la bella cover di Chuck Berry da cui il titolo, le classiche Shakin’ Street e The American Ruse e la più stralunata The Human Being Lawnmower: in pratica, mancano all’appello solo l’altro rifacimento (Tutti-Frutti di Little Richard), Let Me Try e la nuova versione di Looking At You.
Abbastanza ricca, infine, anche la scelta da High Time, ai tempi non molto apprezzato a causa del suo mantenersi in bilico tra proto-punk e sperimentazioni jazz e black (alle session presero parte vari ospiti, e in due brani fanno anche capolino strumenti a fiato); Sister Anne, Baby Won’t Ya, Miss X, Over And Over e Skunk (cinque su un totale di otto) dimostrano invece come gli MC5 in via di scioglimento si stessero impegnando con discreti risultati per liberarsi dall’etichetta di “sovversivi fracassoni” con cui parecchi erano soliti apostrofarli. Chiude la scaletta Thunder Express, vivace rock’n’roll già edito in vari postumi e risalente alle ultime sedute di registrazione del marzo 1972 (con il bassista Steev Moorhouse).
The Big Bang! offre insomma un ampio e competente sguardo sulle vicende artistiche di un combo di ragguardevole spessore; il solo rimpianto è che un CD doppio (magari a prezzo ridotto) sarebbe stato sufficiente a racchiudere non solo tutto ciò che la band ha disseminato su vinile nel corso della sua breve e concitata esistenza, ma anche gli episodi più rilevanti tra quelli non pubblicati all’epoca e riesumati solo in album spesso semi-legali e comunque quasi mai di agevole reperibilità. Al di là di ciò, il dischetto raggiunge perfettamente l’obiettivo che di solito è alla base di operazioni così concepite: introdurre le giovani generazioni alla conoscenza di artisti del passato, che pur essendo riusciti a scolpire il loro nome nella storia del rock non possono ritenersi immuni dal rischio di cadere nel dimenticatoio. I cinque eroi della Detroit di trent’anni fa si chiamavano Wayne Kramer (chitarra), Fred “Sonic” Smith (chitarra), Rob Tyner (voce), Michael Davis (basso) e Dennis Thompson (batteria). Due, Rob e Fred, se ne sono purtroppo andati per sempre, mentre altri due (Michael e Dennis) si accontentano di ruoli di secondo piano e l’ultimo, Wayne, incide addirittura per la Epitaph. Un ascolto di The Big Bang! basterà ad imprimere i loro nomi nella memoria.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.386 del 29 febbraio 2000

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Un pensiero su “MC5

  1. Gianandrea

    Kick Out The Jams, uno dei primi dischi che ho acquistato dalla lista dei 333 album di Velvet.
    Era il 1991 e la versione in cd aveva all’interno un bel foglio con foto del gruppo oltre ad un bellissimo commento di Rob Tyner. Veramente uno dei miei album preferiti di sempre.
    Il bello sta proprio nell’aver colto gli MC5 dal vivo al massimo del loro splendore. Gli altri due album li ho ascoltati qualche anno dopo, ma mancavano di un qualcosa rispetto al primo. Innanzitutto la freschezza e poi il fatto che non coglievano a pieno la ruvidezza e la potenza del suono dal vivo. Ancora oggi mi sorprendo di quanto bene fosse registrato Kick Out The Jams.
    Peccato che non siano stati valorizzati ai tempi quanto meritassero, ma come spesso accade, solo dopo tantissimi anni. Mi ricordo che quando Fred “Sonic” Smith è scomparso, l’articolo sul giornale diceva che era morto il marito di Patty Smith, quasi a dimenticare che lo Smith in questione fosse grande, anzi grandissimo quanto la consorte. Che tristezza.

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