Bisca

L‘ultimo album dei Bisca, una delle band-cardine del nostro rock (e dintorni) davvero alternativo, è del 2011. Risale invece ad altri dieci anni prima questa lunga intervista realizzata in occasione dell‘uscita de Il cielo basso, il disco del ventennale di carriera, che rimane uno dei capitoli più significativi e intriganti della carriera del gruppo napoletano.
Bisca foto(Nuovi) mondi sommersi
La prima apparizione pubblica dei Bisca risale al marzo del 1981: sono dunque esattamente vent’anni che l’ensemble napoletano sta scrivendo un capitolo non sempre visibile a livello di massa, ma comunque tutt’altro che secondario, della storia della nuova musica italiana, distinguendosi non solo per risultati artistici ma anche per coraggio, coerenza e fiero spirito antagonista. Nel suo lungo e accidentato percorso, costellato di modifiche di organico, il gruppo ha vissuto ogni genere di esperienza: dal rock d’avanguardia alle contaminazioni etniche, dall’autoproduzione militante ai rapporti con le major, dai successi all’estero a sodalizi importanti. Di tutto ciò, e in particolare dell’ultimo, eccellente album Il cielo basso, abbiamo parlato con il cantante/sassofonista Sergio Maglietta e con il chitarrista Elio Manzo, unici superstiti del nucleo originario del gruppo.

* * *

La Locanda Atlantide, nel quartiere S. Lorenzo, è un club che nel primo scorcio del 2001 si è segnalato tra i possibili fulcri della prossima stagione live romana per i concerti nell’ordine delle cinque/seicento presenze. E proprio nel locale, subito dopo l’anteprima/presentazione del videoclip della bellissima In superficie e durante l’allestimento del palco per l’esibizione serale del combo partenopeo, si è svolta la chiacchierata con Sergio ed Elio, il primo loquacissimo ed il secondo assai più taciturno ma responsabile di interventi sempre puntuali. Più che celebrare il loro ventennale, i due sembrano però interessati a godersi quanto di buono ha da offrire il presente, senza rivangare il passato ma senza nemmeno mostrare preoccupazione per il futuro; e il tono delle risposte li mostra come di consueto convinti delle loro scelte e nient’affatto disposti a farsi condizionare dalle troppe avversità.
Con Il cielo basso i Bisca sembrano avere imboccato una direzione diversa rispetto al passato.
(Sergio) Volevo essere completamente libero di esprimermi, e non a caso avevamo valutato l’ipotesi di pubblicare il disco sotto un’altra sigla. Poi, quando abbiamo iniziato a farlo sentire, tutti hanno rilevato una certa continuità con la nostra storia, e allora… Secondo me ci vuole coraggio per infischiarsene di ciò che la gente si aspetta e fare quel che si sente cercando di non corromperlo. I processi di autocensura sono molto, molto subdoli.
Nel vostro caso c’è voluto ancor più coraggio: per le band “di culto” come i Bisca i cambiamenti sono più rischiosi, visto che non avendo le spalle coperte non possono permettersi di perdere i consensi.
(S) Il successo è molto positivo dal punto di vista economico, ma non sul piano artistico. Pressioni esterne a parte, i riscontri su vasta scala fanno scattare un meccanismo inconscio che porta a cercare di continuare a soddisfare il proprio pubblico. Il trovare un canale di accettazione da parte del prossimo condiziona e spesso blocca i processi di crescita.
Questa tua osservazione deriva da esperienze indirette, visto che i Bisca – per fortuna o purtroppo – il successo vero l’hanno solo sfiorato.
(S) Il nostro “insuccesso” mi ha sempre stimolato ad essere me stesso: non avendo mai elaborato la formuletta banale da riprodurre ad libitum, sono andato avanti con l’idea di dovere sempre e comunque verificarmi. Il pericolo, per gruppi come il nostro che rappresentano l’underground e l’antagonismo, è avere una sorta di incapacità di essere rilassati rispetto a se stessi. Quando combatti a lungo il prezzo che paghi non è tanto quello della stanchezza, che pure è oneroso, ma quello di acquisire una certa rigidità. Come nel karate, che ho praticato per dieci anni, la vera forza è nella completa rilassatezza: in un millesimo di secondo sviluppi il massimo della potenza.
(Elio) Al proposito ho maturato un’idea, che ti spiego con un esempio: mio nonno era un artigiano bravissimo, lavorava il legno e tra l’altro si è sempre rifiutato di vendere quello che faceva. Lui è morto a novantacinque anni, felicissimo di come aveva vissuto. Io mi sento un artigiano della musica, e il ruolo mi piace.
Un minimo, però, vi seccherà che questo benedetto successo non vi abbia toccati. Specie ora che ha premiato altri gruppi napoletani che in un certo senso sono vostri figli, come i 99 Posse.
(S) Figli no: i figli riconoscono i padri così come i padri riconoscono i figli, e non mi sembra che la situazione sia questa.
Ruggine nei confronti dei 99 Posse?
(E) A proposito di certe loro dichiarazioni a posteriori, tra l’altro proprio in un’intervista con te, siamo solo rimasti male nel leggere commenti acidi da parte di persone che quella nostra avventura in comune non l’hanno neppure vissuta: Bisca99Posse era una faccenda tra Sergio, Luca, Massimo ed io, chi non c’era non può sapere com’è andata.
Comunque, vista con il senno di poi, come valutate quell’esperienza?
(S) Bene. A contare era quello che Bisca99Posse rappresentava per noi e per il nostro pubblico. Sotto questo profilo è stata un’esperienza unica: non ce ne sono state molte, in Italia, di situazioni nate dal basso che hanno avuto nel contempo radicalità, popolarità e possibilità evolutive. Che quel discorso si sia risolto in una scissione è stato anche un atto di coerenza, dato che tutti avevamo capito che la collaborazione non stava più funzionando a dovere.
Insomma, nessuna invidia.
(S) No, non ho mai provato nulla di simile: se dovessi essere invidioso di qualcuno lo sarei, per esempio, di Michael Jackson.
Radicale anche in questo, eeeh?
(S) Il successo costa e noi siamo disposti, ed anche abituati, a pagare il prezzo dell’insuccesso. L’ho detto poco fa: non vorrei mai diventare rigido, non solo rispetto alla musica ma anche nei confronti della mia capacità di essere altro e altrove. Se non ci si rinnova, la propria espressività diviene assai meno virulenta, e per me non avere più nulla da dire costituirebbe una enorme sconfitta. Cominciare a sentirsi vecchio e pensare cose tipo “in fondo quello che dovevo fare l’ho già fatto” sarebbe terribile.
Te la senti di tracciare una specie di bilancio di questi vent’anni, anche se detta così sembrano pesare come un macigno?
(S) Guarda, a me non pesano affatto. Davvero. La penso come quel gruppo di percussionisti senegalesi con cui abbiamo collaborato una decina di anni fa: si danno più anni, perchè per loro l’età significa maturità e importanza. Quando la gente mi dice “ma come, hai i capelli bianchi?”, io rispondo “eh, sì, ci ho messo quarant’anni per farmeli venire così!”.
Il bilancio, quindi, è positivo. Sapresti indicare un momento felice e uno da dimenticare?
(S) Un momento veramente brutto è stato verso la fine degli anni ‘80, quando sentivamo su di noi una vera e propria cappa e siamo “fuggiti” dall’Italia. Ero nauseato dal “craxismo” e siamo scappati in Francia, dove avevamo vari lavori. Avremmo dovuto iscriverci alla SIAE locale e diventare professionisti, e lì mi sono reso conto che in fondo non volevo farlo. Andava tutto bene, ma mi mancava qualcosa: non era il mio mondo, e allora ho capito quanto Napoli facesse parte di me. Uno splendido ricordo è invece quello del nostro primo concerto alla Rôte Fabrique di Zurigo, un famoso centro sociale anarchico, più o meno a metà anni ‘80: noi eravamo arrivati un po’ da poveracci, con il treno – non so se ti rendi conto di cosa vuol dire viaggiare in treno con la batteria – e l’accoglienza del pubblico fu straordinaria. È un episodio che mi è rimasto nel cuore e che lego a Bruno Esposito, il nostro primo batterista che ora purtroppo non c’è più. E a lui, tra l’altro, che è ispirato e dedicato Migrante, uno dei miei pezzi preferiti di Il cielo basso.
Quello era il periodo in cui i Bisca erano visti come una specie di next big thing a livello non solo nazionale.
(S) A Napoli c’era la convinzione che saremmo esplosi come Pino Daniele. C’erano grandi aspettative, dovute anche a quella popolarità di cui godevamo in nazioni come Svizzera, Francia, Austria e Germania, ma per me è fondamentare capire cosa voglio io. Il successo può farti perdere la testa, specie quando sei molto giovane: lo raggiungessi adesso, riuscirei probabilmente a prendere solo i lati positivi, tipo il non avere problemi economici… e se mai avessi i soldi di un Michael Jackson, il mio sogno sarebbe metter su un network televisivo con il quale fare dell’agitazione politica e culturale.
OK, non avete mai cercato il successo. Ma cosa è mancato perchè arrivasse da solo?
(S) Citando Daniele Sepe, non ho nulla di cui lamentarmi se penso che un genio della musica come Charlie Parker è morto senza una lira, Jimi Hendrix è stato soffocato dal suo vomito e Thelonious Monk ha vissuto da incompreso buona parte della sua carriera. Non credo sia mancato nulla: una realtà come i Bisca di fatto nasce per lottare, e lottare significa pagare il prezzo della propria diversità. Io non so simulare quello che gli altri vogliono, ho una scarsa immaginazione e non posso parlare di nient’altro se non di quello che sento; il luogo comune vuole che i musicisti come i Bisca siano estremamente creativi, ma non è vero: sono limitato, perchè riesco solo a raccontare quel che sento e quel che sono.
In ogni caso, Il cielo basso mostra una maggiore propensione alla melodia, uno sforzo di comunicazione che sarà pure spontaneo ma che mi sembra comunque indicativo di una maggiore apertura. Sbaglio?
(S) Sarò forse banale, ma lo vedo come l’album della maturità. Dovendo fare un’analisi critica della musica dei Bisca dalla nascita fino a oggi rilevo una serie di elementi difficilmente conciliabili tra loro: i ritmi “neri” contaminati con il punk e la new wave, un sassofono che definirei melodrammatico, il jazz e certe avanguardie, il proto-rap, le colonne sonore… tutto ciò ha bisogno di un tempo enorme per arrivare a una sintesi equilibrata, che secondo me è quella alla quale siamo giunti ora. In alcuni punti dell’album ci sono anche sei linee melodiche sovrapposte, e questo dà al suono una densità e una compattezza incredibili senza però renderlo astruso e poco accessibile. In passato non ho mai voluto risolvere gli attriti, mentre qui tutte le diverse forze in campo hanno trovato un loro punto di assestamento.
E come mai è accaduto proprio ora?
(S) Anche per gli sviluppi dell’elettronica, che dal mio punto di vista è uno strumento potentissimo. Fino a pochi anni fa i musicisti, a parte rare eccezioni, non controllavano le incisioni: negli ‘80 si entrava in studio con un’idea e se ne usciva fuori con in mano qualcosa di completamente diverso perchè di fatto, se non c’era chi sapeva dove mettere le mani, il ruolo del produttore era ricoperto da fonici che di certi suoni non sapevano nulla. Con i ‘90 e il crollo dei prezzi delle macchine chiunque ha avuto l’opportunità di suonare e registrare a casa la propria musica, e di manipolarla giorno per giorno fino a ottenere un prodotto corrispondente al progetto originario.
(E) Secondo me, avendo avuto per la prima volta la possibilità di lavorarci su per tanto tempo, Sergio è stato in grado di vestire le melodie sulla sua voce. Una voce non urlata come negli ultimi dischi, ma non per questo meno particolare.
Tra le cause della maggiore accessibilità citerei anche i toni nettamente più “narrativi” del canto e il freno imposto a un sax che altrove era piuttosto straniante.
(S) Beh, sotto il profilo strettamente tecnico ci sono in effetti molte differenze, nel senso che ho abbandonato il mio caratteristico “growl”, un effetto del sassofono applicato alla voce, perchè volevo che il canto fosse più “vicino” alle parole. La parola urlata ti colpisce fisicamente con grande impatto, ma può generare distanza oppure non darti il tempo di assorbire i concetti che vuole esprimere, mentre ora mi interessava più giocare con le melodie che sottolineassero i passaggi di senso dei testi. Riguardo al sax sono d’accordo fino a un certo punto: oltre al “ruggito”, incarnava anche la nostra anima ipermelodica. In Il cielo basso le linee melodiche più esasperate sono state affidate alla voce femminile che accentua ancor di più l’effetto lirico, mentre il mio compito era mettere nel giusto risalto le parole; tra l’altro, affondando nella tradizione che fino a un certo punto è stata sana del cantautorato italiano degli anni ‘70. Poi questo si è perso, un po’ perchè le cose da dire sono diminuite o si è sclerotizzato il modo di raccontarle e un po’ perchè l’approccio cantautoriale aveva il limite strutturale di voler rimuovere quasi del tutto le strutture musicali. E, quindi, tutta la “fisicità” predicata dalla black music e dal rock’n’roll.
Da cosa è derivata questa maggiore concentrazione sui testi?
(S) Prima inserivo le parole su pezzi che avevano già una loro precisa fisionomia, mentre questa volta ho costruito la musica dopo le parole. E le parole, tra l’altro, sono state particolarmente “studiate”. Se vuoi, la differenza principale è che Il cielo basso è costituito essenzialmente da canzoni. Ho cercato di comporre musiche il più possibile omogenee, ma non c’è nulla da fare: quando si mettono le parole al centro, si è quasi obbligati a costruire una canzone.
(E) Prima determinate idee venivano fuori anche suonando assieme, e lui le elaborava come testo sviluppato sulle musiche. In questo caso Sergio ha realizzato tutto da solo, e infatti io sono entrato nel disco dopo, su brani che già avevano già una forma ben definita.
L’importanza dei testi è sottolineata dall’idea, parallela al CD, di affidarne la lettura a musicisti e attori quali Nino D’Angelo, Piero Pelù, Marco Baliani o Daniele Sepe. Com’è andata?
(S) L’idea dei reading è nata un po’ come scommessa e verifica: volevo capire se le parole funzionavano anche senza la musica, se possedevano quella capacità – che riconosco alla musica – di emozionare anche senza il supporto musicale. È stata un’operazione molto spontanea, perchè sono andato dai vari interpreti – tutti miei amici, se non addirittura parenti – e ho chiesto loro di recitare all’impronta, senza far ascoltare le canzoni né dar loro tempo per prepararsi. Ero curioso ma avevo anche un po’ paura, perchè i reading danno di solito un’idea di intellettualismo e possono anche essere molto pallosi. I risultati di questo esperimento, che mi ha permesso di riscoprire la dimensione del racconto così come lo si concepisce da bambini, possono essere ascoltati presso il nostro sito Internet, all’indirizzo http://www.bisca.it.
Tornando all’album, avete già avuto modo di toccare con mano qualche reazione al vostro cambiamento?
(S) Il cielo basso ha alle spalle un lavoro di circa due anni, e quindi i riscontri arrivavano man mano che procedevo. Personalmente lo vedevo diverso da qualsiasi altra cosa avessimo realizzato prima e quindi prevedevo anche un totale rifiuto, ma non è andata così. C’è stato magari un comprensibile spiazzamento iniziale, ma ciò che conta è la fase successiva: se lo spiazzamento genera distacco è negativo, ma se porta a un salto di coscienza, ben venga.
(E) Prima che l’album uscisse abbiamo ricevuto alcune e-mail da parte di fan preoccupati, che dicevano cose tipo “non siete più gli stessi, abbiamo saputo che avete tolto il sassofono antifascista e avete messo i violini”. Poi, però, ci hanno riscritto manifestando il loro entusiasmo.
Sinceramente: quanto la scelta di incidere per Il Manifesto è una “scelta di campo” e quanto un fare di necessità virtù?
(S) Credo fermamente che la crisi in cui versano l’industria discografica in generale e quella italiana in particolare si possa superare solo con un’intelligenza che in questo momento, almeno da noi, latita. I dischi dovrebbero costare molto di meno, e cose come la diffusione in edicola e l’avere il supporto di un giornale permettono di portare avanti strategie altre rispetto alle merde che di norma vedi e senti in televisione o nelle radio commerciali. Dell’etichetta de Il Manifesto mi piace l’idea che costruisce intorno alla musica un’attenzione molto popolare, grazie al prezzo contenuto (i CD costano al pubblico solo 15.000 lire l’uno, N.d.I.): al giorno d’oggi nessuno “prova” a comperare un CD da 40.000 lire, e questo logicamente favorisce le produzioni più sponsorizzate dal sistema a danno di quelle che non vantano grossi appoggi promozionali. In Italia, negli anni ‘90, non si è creato un circuito alternativo forte perchè le major si sono in vari modi appropriate delle migliori realtà che provenivano dal basso; però si sono limitate ad appoggiare ciò che già esisteva, senza riuscire a presentare nulla di valido che non fosse affermato a livello underground.
Ma con le major non hai fatto alcun tentativo?
(S) Teoricamente sì, ma da tempo mi sono reso conto che l’attenzione che le major danno alla scena alternativa non è proporzionale a quella che essa meriterebbe. Stante la diversità totale di linguaggi e di obiettivi, mi convinco sempre di più che il futuro di un certo tipo di musica non può che essere al di fuori dei canali convenzionali. Anche Internet, una volta che si saranno trovati certi equilibri, potrebbe essere un valido aiuto: ad esempio, abbiamo diffuso gratuitamente il singolo In superficie tramite mp3.it, e abbiamo avuto diecimila contatti. Una promozione enorme e completamente gratuita.
D’accordo, ma come la mettiamo con la circolazione incontrollata della musica in Rete? Qual’è la vostra posizione in merito?
(S) Se fossimo contrari, non potremmo comunque farci nulla. Però l’idea in sè non ci dispiace, a patto che non si replichi quanto accaduto con le cosiddette “radio libere” negli anni ‘70: alla fine, cosa che del resto sta già accadendo con le varie strutture tipo Napster, il sistema ha “assorbito” il mezzo, e oggi la maggior parte del potere dell’etere è passato nelle mani dei network istituzionalizzati. Nel caso specifico dei Bisca, sinceramente, non penso proprio che Internet possa danneggiarci: il gratis va benissimo, ma sarebbe sciocco accontentarsi di una serie di file anonimi e di cattiva qualità quando con appena 15.000 lire si può acquistare il CD.
Prima abbiamo accennato a Migrante e In superficie, ma in generale Il cielo basso mi dà quasi l’idea del concept.
(S) Non è un’analisi poi così fuori luogo, anche se la scaletta è caratterizzata da una grande varietà di stili e atmosfere. Forse non sarò il più adatto a valutare la cosa, ma l’impressione che il fluire degli episodi sia molto naturale.
In chiusura, come descrivereste l’umore generale dell’album?
(S) Lo sento fiero, e per altri versi sereno. È un disco che mi dà molta forza, dove anche la mia rabbia trova il modo di essere non sfogo fine a se stesso ma energia costruttiva.
(E) Io lo definirei “intenso”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.442 del 15 maggio 2001

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