The (International) Noise Conspiracy

Gli (International) Noise Conspiracy si sono sciolti nel 2009, mesi dopo aver realizzato l‘album – prodotto da Rick Rubin – The Cross Of My Calling. Insomma, non contando l‘EP dal vivo del 2005, un solo disco dai tempi di questo articol(in)o che accompagnava un‘intervista alla band scandinava e che rimane dunque ancora esauriente.
International Noise fotoKick Out The Jams (revisited)
La storica esortazione degli MC5 rivista in chiave moderna, tenendo conto dei trenta e più anni nel frattempo trascorsi? Potrebbe essere questa la chiave giusta per inquadrare gli (International) Noise Conspiracy, che tra i gruppi in attività – almeno, da quelli lontani da ogni estremismo stilistico – sono forse i più rigorosi e lucidi nel predicare l’impegno politico e sociale attraverso il rock’n’roll. Originaria del nord della Svezia, la band affonda comunque le sue radici nell’hardcore punk, dal cui circuito provenivano il chitarrista Lars Strömberg, la tastierista Sara Almgren, il bassista Inge Johansson, il batterista Ludwig Dahlberg e il cantante Dennis Lyxzén, teorico dell’ensemble oltre che suo indiscusso leader: per le sue doti di songwriter, certo, ma anche in virtù della notevole esperienza acquisita come frontman di quei Refused che, tra il 1992 e il 1998, confezionarono tre album e un’infinità di altri dischi di contorno all’insegna di un sound “contaminato” davvero feroce e senza compromessi.
Il primo passo della Cospirazione (Internazionale) del Rumore consiste in quattro singoli in vinile editi nel 1999 da varie etichette di nazioni diverse, con l’obiettivo di far girare il più possibile il nome del quintetto; i 45 giri, grezze ma convincenti prove generali di quanto sviluppato nel prosieguo di carriera, saranno raccolti nel CD The First Conspiracy, edito inizialmente solo in Canada e ristampato in Europa, con copertina cambiata, nel 2002. Il vero e proprio esordio, nel 2000, è però Survival Sickness, dove i musicisti ribadiscono efficacemente la loro devozione al (miglior) garage-punk dei Sixties, senza eccedere in sterili calligrafismi e arricchendo il tutto con liriche – spiegate nel dettaglio all’interno del libretto – che sono altrettanti proclami di dissenso, spunti di riflessione e incitamenti alla lotta contro nemici conclamati quali la globalizzazione e le altre infinite aberrazioni della società occidentale. Gli stessi principi sono poi espressi, ma in una dimensione più intimista, in Songs In The Key Of Resistance (Startracks, 2000), dove Lyxzén, dietro lo pseudonimo The Lost Patrol, sfoggia il suo eclettismo e la sua prolificità con quattordici brani cantautoriali vagamente “alla Billy Bragg“ che non lasciano dubbi sul messaggio da trasmettere (esempi? Every Capitalist Has A Terrorist In His Family, If Voting Would Change Anything, America Fucked Me Up).
Nell’autunno del 2001, dopo un lungo tour che tocca addirittura la Cina (l’album della Your Choice Live Series, inciso a Berlino e pubblicato in tiratura limitata l’anno dopo, ne offre una sanguigna cartolina-ricordo), è la volta di A New Morning, Changing Weather, analogo al predecessore ma più maturo e raffinato – anche se energia e distorsione sono sempre ai livelli di guardia – nella sua fusione di punk’n’roll e pop screziata di soul e R&B; a sintetizzarla, quella canzone straordinaria – peraltro non l’unica della scaletta – che è il singolo apripista Capitalism Stole My Virginity, alla quale il solo titolo basterebbe a conferire il carisma dell’anthem. I successivi concerti e concerti e concerti incrementano la notorietà dell’ensemble, che nel 2002 impingua la sua discografia con altri tre singoli: uno (The Reproduction Of Death) curiosamente ripescato da Survival Sickness e due estratti da A New Morning, Changing Weather, cioè Up For Sale e Bigger Cages, Longer Chains, quest’ultimo impreziosito da ben cinque nuove tracce altrove inedite (tra le quali una sorprendente cover di Baby Doll dei N.E.R.D.).
Si arriva così al 2003, con l’uscita del secondo e non meno riuscito Lost Patrol (Songs About Running Away, Burning Heart) e del Live At Oslo Jazz Festival per l’etichetta jazz Moserobie, registrato nell’agosto del 2002 con la partecipazione degli ospiti Jonas Kullhammar (sax) e Sven-Eric Dahlberg (Fender Rhodes); intanto la band – con organico ridotto a causa della defezione di Sara Almgren – comincia a lavorare con il produttore d’eccezione Rick Rubin al terzo album Armed Love, che segna un ulteriore perfezionamento della formula: come evidenziato anche dal singolo Black Mask, la solita, grande potenza ma un po’ di aggressività sonora e canora in meno, il tutto unito a un approccio più sfumato alle liriche che con comporta però annacquamenti concettuali. Lyxzén e compagni sono insomma ben lungi dal gettare la spugna, e rimangono una delle più eccitanti e ispirate compagini del rock’n’roll dei giorni nostri: “i Fleshtones che incontrano gli MC5 nei solchi di Nuggets“, affermammo qualche anno fa, e alla luce di Armed Love non possiamo che confermare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.587 del 13 luglio 2004

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