Tiromancino

Come anticipato lunedì scorso, ecco la seconda parte della doppia intervista Bandabardò-Tiromancino pubblicata oltre undici anni fa sul Mucchio (con le due band a dividersi la copertina). Il titolo “Spessore e leggerezza” valeva per l‘intero pezzo.

Bandabardò copSpessore e leggerezza
Negli uffici romani della Virgin, Federico Zampaglione sembra più che mai felice di raccontarsi, dando l’impressione di non serbare rancore per le pesanti stroncature inflittegli dal sottoscritto prima del penultimo La descrizione di un attimo. La bellezza di In continuo movimento non lascia del resto dubbi sul fatto che il musicista capitolino abbia finalmente trovato la via d’uscita dal labirinto della sua vena creativa, e l’intervista è l’occasione propizia per soddisfare le tante legittime curiosità sul passato e sul presente della band da lui guidata. Magari cominciando proprio dagli scheletri nell’armadio.
Da dieci anni i Tiromancino vivono la carriera in termini di “progetti”, realizzando dischi molto diversi tra loro. Al di là dei risultati, non pensi che un simile modus operandi sia piuttosto dispersivo e non aiuti granché a focalizzare?
Siamo stati sempre aperti alle collaborazioni e ai generi attraverso i quali esprimerci. Io sono cresciuto con De Andrè, Battisti e Dalla, cioè le sole cose che giravano a casa mia, mentre dall’altra parte avevo una passione per i Cream, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix: con la band sentivo la necessità di unire queste due anime in canzoni che avessero una veste sonora interessante. Il cammino, abbastanza disagevole, si è tradotto in lavori di qualità altalenante: non nego, e l’ho scritto anche nel nostro sito, che il nostro esordio sia uno dei cinque album più brutti mai incisi. Essendo legati a un modulo preciso non è troppo difficile, se si sono capiti i meccanismi e se si possiede una certa dimestichezza con gli strumenti, produrre qualcosa di accettabile, mentre gli esperimenti di contaminazione mirati a concepire una formula nuova possono richiedere tempo e aggiustamenti di tiro.
Posso chiederti un rapido giudizio sulla produzione dei Tiromancino?
Dei sei album finora pubblicati, sono contento solo di tre. Uno è Alone alieno, che secondo me ha centrato l’obiettivo di unire, seppur in chiave underground, elettronica e melodia; non così Rosa spinto, che era un gran casino forse perché risentiva della fase di passaggio. Con La descrizione di un attimo e l’ultimo abbiamo invece definito un percorso e una certa cifra stilistica: quindi, è come se per anni fossimo stati una specie di laboratorio finalizzato a imparare a suonare e trattare quanto ottenuto suonando. C’è chi ha subito le idee chiare e chi no: io ho dovuto sforzarmi molto per migliorare, ma non ho mai preso sottogamba la musica e ho sempre cercato di arricchirmi attraverso gli errori.
Dall’esterno si poteva pensare che i Tiromancino cercassero di adattarsi a ciò che al momento funzionava commercialmente.
Non era così, avevamo solo bisogno di pratica e di capire dove volessimo andare. Considera anche che questo mondo è spietato: se un disco non funziona, non è detto che ti venga permesso di farne un altro.
Voi, però, siete sempre caduti in piedi: chiuso il rapporto con un’etichetta ne trovavate immediatamente una nuova.
Dipendeva dalla costanza e dall’entusiasmo con cui riuscivo a contagiare i discografici: la mia energia positiva era uno stimolo a provare. Questo accadeva un po’ di anni fa, mentre oggi la situazione è molto diversa: chi non sfonda immediatamente spesso è bruciato e non avrà la possibilità di maturare e magari affermarsi dopo. Ora non si pensa più alla carriera ma al successo annuale e al fatturato, e fare centro al primo colpo è un caso eccezionale.
In questo decennio di tentativi hai vissuto di sola musica o questa è stata un’attività parallela a un lavoro normale?
Ho evitato di fare altro perché comunque dedicavo alla musica tutto me stesso: nei periodi di magra mi arrangiavo dando lezioni di chitarra, prendendo parte a progetti altrui, realizzando colonne sonore. La mia gavetta è piena di aneddoti: mi ricordo che una volta avevo contattato un’agenzia fingendo, per dare un’immagine di serietà, di essere il mio manager, e a furia di telefonate ero riuscito a convincerli a prenderci nel loro cast. Il problema si pose quando vollero conoscerci: dovetti presentarmi all’appuntamento dicendo che il manager era malato e simulare un abbassamento di voce perché non mi riconoscessero. Comunque, è stato divertente; inoltre, storie deliranti come questa sono utili a inquadrare le cose nella corretta prospettiva quando, come adesso, tutto gira per il verso giusto.
Sei rimasto spiazzato dal successo, seppur graduale, che hai avuto negli ultimi tre anni?
Sì. Per tanto tempo sembrava fosse un sogno irrealizzabile, mentre con La descrizione di un attimo abbiamo cominciato a ricevere segnali sempre più chiari: prima gli apprezzamenti al video della title track, poi il tour all’estero con i Morcheeba… però, onestamente, credevo che il “botto” sarebbe potuto arrivare con il disco seguente. Invece, l’inserimento di Due destini nella colonna sonora de Le fate ignoranti ha stravolto tutto in un batter d’occhio.
E qui è maturata la separazione da tuo fratello Francesco e da Laura Arzilli, che erano con te già da un po’.
Solitamente gli equilibri di un gruppo si assestano sulla base della sua realtà, ma una cosa come quella di Due destini è tanto devastante da far saltare tutto. Non sempre le persone hanno la pazienza e la volontà di continuare a esser parte di una cosa che è cambiata: il trovarsi sotto una luce più forte ha creato confusione e spiazzamento, e ogni minima incomprensione diventava una tragedia.
E Riccardo Sinigallia, il cui contributo era stato determinante alla riuscita de La descrizione di un attimo? Più d’uno riteneva che nel disco ci fosse più di lui che di te.
Due destini l’ho scritta interamente io, così come Strade. A livello di suono e d’atmosfera Riccardo ha messo sicuramente parecchio, ma poi abbiamo lavorato a quattro mani. Essendo il produttore portava avanti lui alcune linee, ma anche lì c’erano compiti divisi. Comunque il connubio ha funzionato dall’inizio, e il rapporto di scambio tra noi è stato davvero molto positivo: di lui mi piace la capacità di andare in profondità, di analizzare ogni aspetto di un pezzo per capire se “gira” o meno… una meticolosità che creava un bel contrasto con il mio affidarmi per lo più all’istinto.
E come mai il sodalizio si è interrotto?
Fondamentalmente perché le incomprensioni delle quali ti dicevo prima hanno coinvolto anche lui, che d’altronde vuole dedicarsi al suo album solitico. Se è andata così, così doveva andare, ma la musica va avanti: nuovi collaboratori, nuove energie, nuove teste.
Qual è, a tuo parere, la maggior differenza tra La descrizione di un attimo e In continuo movimento?
Credo che adesso ci sia un diverso utilizzo dell’elettronica: meno hip hop, che era un po’ il pallino di Riccardo, e più legami con cose inglesi tipo Autechre o i nuovi lavori dei Radiohead. Meno campionamenti, quindi, e più musica suonata: un campo nel quale Luigi Pulcinelli è molto bravo, specie con la batteria elettronica.
Sei l’unico superstite del nucleo originario: oggi per te, Tiromancino è una sorta di pseudonimo?
Sinceramente non mi trovo bene nel ruolo del cantautore, del solista: in studio mi piace divertirmi e da solo non mi diverto, amo condividere le esperienze con altri. Anche nel nuovo album ho cercato di instaurare una dimensione di gruppo con Luigi, il pianista Andrea Pesce e il batterista Piero Monterisi, confrontandoci sui brani e sulle decisioni da prendere per soddisfare tutti. È vero che ho composto quasi tutti i testi e le musiche e ho suonato basso, chitarre e altri strumenti, ma le sinergie con i miei compagni sono state importanti.
La tua musica è lieve ma sa insinuarsi in profondità. Sei d’accordo?
Certo, quello che cerchiamo di fare è comunicare contenuti di spessore senza essere pesanti. Acusticamente amo i dischi che creano atmosfera: Air, Pink Floyd, Nick Drake, Radiohead, Massive Attack: se alzi il volume balli, se leggi le parole ci scopri concetti rilevanti, se li lasci fluttuare nell’aria aiutano a vivere meglio la tua dimensione.
I Tiromancino sono una band d’atmosfera?
Certo, ma non mi piace solo l’idea di qualcosa di vago, di etereo: i testi sono importanti. Mi interessa un suono d’atmosfera che, però, sappia andare in profondità.
A proposito di liriche, le tue sono ricercate ma dirette. Qual è il tuo approccio alla composizione?
In particolare, per questo disco, ho scritto come se stessi parlando. Mi sono reso conto che spesso, nelle canzoni, si utilizza un linguaggio “da canzone” diverso da quello della vita di tutti i giorni. Io ho provato a ridurre il gap tra linguaggio parlato e “da canzone”, di comunicare pensieri che mi appartengono in modo semplice.
E quali sono, invece, le tue fonti di ispirazione a livello di temi?
Le mie riflessioni. Riflettendo ti rendi conto che in un attimo la tua vita può cambiare completamente: realizzare che le tue presunte certezze non hanno basi solide contribuisce ad aprire la mente. Mi è venuta voglia di analizzare una serie di pensieri che magari si è soliti non voler fare, e mettermi in discussione. O a nudo, come mi ha detto qualcuno.
Mi è parso che tu abbia voluto fissare dei momenti precisi: descrivere l’attimo, se mi passi il termine.
Esatto: raccontare l’emozione del momento proprio come la si è vissuta. Se lo faccio è per il piacere di condividerla, e dunque se la trasformo per renderla più piacevole la faccenda non ha più senso.
In scaletta, però, ci sono almeno due brani “anomali”: Il progresso da lontano e Nessuna certezza.
Non a caso sono i pezzi che vedono la presenza di ospiti. Il progresso da lontano è caratterizzato dalle recitazioni di Roberto Pedicini, il Jack Folla di Alkatraz, e le liriche – scritte con Adelchi Battista – esulano dalla quotidianità per affrontare argomenti quasi filosofici. In Nessuna certezza ci sono Meg dei 99 Posse ed Elisa, ero stuzzicato dall’idea di un terzetto con due ragazze che secondo me rappresentano, ognuna a suo modo, l’anima del “rock femminile”; il pezzo è uno scaccia-solitudine, una specie di mantra più pompato e mosso con un’ispirazione dub.
E cosa mi dici dello straordinario video di Per me è importante?
L’idea è nata da Dario Albertini, il ragazzo che che cura le magliette e le felpe del gruppo, raffiguranti proprio gli omini: ci siamo intrippati cominciando a pensare come sarebbe stata la vita dell’omino se avesse potuto scendere dal cartello stradale, e abbiamo pensato di proporre la cosa ai Direct 2 Brain, un team di grandi professionisti di animazione in 3D che si preoccupano non solo della tecnica ma anche dell’emozione. Per realizzarlo ci è voluto quasi un anno, ma credo ne sia valsa la pena: è stato un vero e proprio atto d’amore da parte di tutti.
In chiusura, vorrei tornare al “problema” del successo e chiederti come stai vivendo, a livello personale, questo momento così particolare.
Quando si emerge la gente si incuriosisce e ci si trova al centro dell’attenzione: è proprio allora che bisogna concentrarsi sulle persone che sai che faranno parte della tua vita anche quando il circo spegnerà le luci. Così come arrivano, certe cose possono finire, e non conviene mai confondere persona e personaggio. Io ho avuto un’enorme fortuna, visto anche quanti colleghi di talento per vari motivi non ce l’hanno fatta, e sto cercando di meritarmi questo privilegio: mantengo i piedi per terra e ho sviluppato un’attenzione maggiore verso il prossimo. Di solito chi arriva al successo, soprattutto nella musica, tende a mostrare di avere le idee chiare: beh, io non ho difficoltà a dire che le mie idee non sono sempre chiare. Anzi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.511 del 26 novembre 2002

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Tiromancino

  1. bella intervista… non nego che prima de “La descrizione di un attimo” non mi piacessero granchè.. troppa confusione sonora, quei suoni funky e le melodie incasinata. Ma con l’ingresso di Sinigiallia le cose cambiarono radicalmente. A livello di suono prevalentemente, come sostiene lo stesso Federico, ma da dichiarazioni successive dello stesso Riccardo – che dal vivo propone (anche) pezzi dei Tiromancino – mi pare che pure sui testi le cose fossero per lo meno condivise. In ogni caso due grandi talenti della musica italiana che insieme avrebbero continuato molto probabilmente a fare grandi cose, per quanto le carriere di entrambi si siano assestate su buoni livelli… seppur lontani da quei clamori di inizio 2000

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