Bandabardò

Fra otto giorni, il 10 giugno, vedrà la luce il primo album marchiato Warner della Bandabardò, L‘improbabile, anticipato giorni fa dal singolo E allora il cuore. Una sorpresa, anche se una quindicina di anni fa il gruppo fiorentino aveva già avuto un contratto importante, con la Ricordi. Recupero quindi con piacere questa intervista del 2002, quando Erriquez e compagni si divisero equamente con i Tiromancino la copertina del Mucchio e le pagine del servizio interno, intitolato “Spessore e leggerezza”. Per par condicio, la prossima settimana tirerò fuori dal cassetto l’altra intervista, quella a Federico Zampaglione.

Bandabardò copSpessore e leggerezza
Enrico “Erriquez” Greppi, cantante e portavoce della Bandabardò, arriva puntuale all’appuntamento, con la sua barbetta da fauno sempre più lunga e un’auto meno zingaresca di quanto ci si potesse aspettare. L’incontro, svoltosi in un bar di quella Firenze che al sestetto ha dato i natali, ha lo scopo di approfondire il discorso sul gruppo e sul suo ultimo, ottimo Bondo! Bondo!, che nella settimana dell’uscita è oltretutto balzato al decimo posto delle classifiche. Ed è proprio da questo insolito avvenimento che ha preso piede la nostra chiacchierata.
La Bandabardò nei Top 10: come è accaduto?
Tanto per cominciare siamo spariti del tutto per nove mesi: un periodo lungo per la gente che ci segue e ci vuol bene, che attendeva il disco e l’ha comprato subito. Confidavamo in un buon risultato, ma nessuno si attendeva nulla del genere: i nostri CD avevano sempre funzionato col passaparola, ma con molta più lentezza. Siamo felicissimi, e a parte l’ilarità del trovarsi vicini, che so, alle Ketchup, c’è la soddisfazione di aver vinto la scommessa fatta nell’abbandonare il mondo delle major e lavorare con una struttura indipendente sia come produzione che come distribuzione. È bello essere padroni di se stessi e accorgersi di come, con meno soldi ma investiti benissimo, si possa andare molto avanti.
Ritieni che l’accoglienza così positiva dipenda dalla qualità dell’album o semplicemente dalla vostra lunga semina? Insomma, con un altro disco sarebbe cambiato qualcosa?
È chiaro che i nove anni di sbattimenti vari, di musica e di sudore che abbiamo disseminato in giro sono serviti. La massima parte del fan club avrebbe comprato qualsiasi cosa con scritto sopra “Bandabardò”, ma il nostro zoccolo duro sa essere anche molto critico. Di primo acchito, magari, Bondo! Bondo! suona un po’ difficile: rispetto ai predecessori non ha la canzone della quale ti innamori subito, ma possiede un suo fascino globale che prende dal secondo/terzo ascolto. Ne siamo fieri e non cambierei nulla… e dire che lo abbiamo realizzato di getto, senza alcuna premeditazione, e che nutrivamo qualche dubbio su come sarebbe stato accolto.
L’album denota una maggiore ricerca di atmosfera, a scapito dell’irruenza festaiola del passato. Volevate che fosse così, oppure è successo per caso?
Da Mojito Football Club in poi stiamo seguendo un’evoluzione stilistica naturale, fondata sul fatto che Finaz o Don Bachi, suonando benissimo di tutto, offrono possibilità enormi. Da compositore e produttore artistico devo tenere conto delle spinte che arrivano dai miei compagni. La nostra legge è usare immediatamente alla nostra maniera ogni stile che impariamo a suonare, sviluppando qualsiasi tipo di musica ci piaccia. Il set di strumenti particolari con cui abbiamo iniziato influenzati dalla canzone acustica francese e italiana non solo non ci vincola ma, anzi, ci consente di fare di tutto.
Di tutto, ma sempre con il marchio inconfondibile della Bandabardò.
Esatto. Quando abbiamo cominciato c’era la moda dell’unplugged, che in fondo era un trucco per fare due dischi con lo stesso materiale. Per quasi tutti suonare acustico significava abbassare le luci, accendere le candele e proporre musica soffusa, quasi noiosa… noi, al contrario, pensavamo e pensiamo ancora che gli strumenti acustici possano far pogare e sudare come quelli elettrici, perché c’è uguale potenza.
In Bondo! Bondo!, però, siete andati oltre questa logica elementare: il disco è molto curato anche a livello di incisione.
Questa volta ci siamo divertiti a spaziare anche nei suoni, a utilizzare anche il missaggio come uno strumento, come un’occasione di inventiva e di divertimento. Questo ha conferito all’insieme ulteriore omogeneità, nel senso che il disco è risultato quasi un concept: ha un inizio, uno svolgimento e una fine.
Anche questa è una novità.
Sì e no. I nostri vecchi album sono raccolte di canzoni e basta, anche se il primo parla di personaggi, il secondo di reazioni a un certo tipo di vita indotta e il terzo è un cocktail dove, grazie anche alla produzione di Gianni Maroccolo, ogni episodio è diverso dall’altro. Anche qui i pezzi non si somigliano affatto, ma si susseguono come in uno zapping televisivo in cui i programmi si occupano tutti dello stesso argomento, perché non ci si riesce proprio a liberarsi da questa continua parata di finti sfavillii, soldi, donne, cosce, morti e via di questo passo. C’è un panorama che non si può fingere di non vedere, e noi non siamo più gente che canta di feste e di piccole anime sparse per la città di notte ma gente che è costretta, invece, a confrontarsi con una realtà orribile. Questo disco è la nostra risposta al momento difficilissimo che l’intera umanità sta vivendo: noi cerchiamo sempre il lato buono delle cose e abbiamo trovato nell’adrenalina, nella passione, nell’attenzione al nostro mondo, lo stimolo a essere persone vive e creative.
In Bondo! Bondo! la tensione insita nella protesta è quasi subliminale, priva di irruenza fisica.
Posso garantirti che il disco è suonato picchiando sugli strumenti e dandoci dentro a bestia. Abbiamo interpretato ogni brano con il massimo possibile di energia, ma concentrati anche sull’emozione. Prima cercavamo di rendere le canzoni fresche, allegre e pimpanti; qui, invece, si è preferito mettere in evidenza altri aspetti.
È rimasto, comunque, l’amore per le filastrocche: il vostro strumento favorito per dire con garbo cose anche pesantissime.
Garbo è la parola giusta. 1-2-3 stella si riferisce ovviamente al gioco con lo stesso nome, dove ogni volta che stai per vincere e vieni beccato perdi tutto quel che avevi e ritorni a zero: così devi essere capace di ripartire con lo stesso sorriso di prima, mettendoti in discussione. A mio parere queste sono figure semplici e dirette, che faccio mie perché voglio essere semplice e diretto. Lo stesso accade con 7 sono i re, che ho voluto scrivere perché sono un amante delle filastrocche: con questa scansione ritmica di parole si arriva al cervello e al cuore di chiunque senza bisogno di termini altisonanti e slogan, ma con un tuo linguaggio tranquillo, normale e quasi infantile.
In generale, in che modo si è svolto il lavoro di songwriting?
Come al solito non ci siamo messi a tavolino per decidere il da farsi; l’unico dato certo era che non volevo più comporre da solo, e l’essere riuscito a scrivere l’intero l’album assieme a Finaz – tredici pezzi in dieci giorni – mi ha dato una gioia enorme. Per il futuro mi piacerebbe che tutti prendessero parte al processo: cementa l’unione del gruppo e permette a ogni elemento di manifestare la sua personalità. Intanto, però, la nostra identità collettiva si sta definendo sempre più, com’è provato dal fatto che nelle ultime interpretazioni si avverte in misura maggiore il carattere di ciascuno di noi. Alla maniera delle grandi band francesi, cerchiamo di sommare le nostre culture musicali e di vita: la ricerca di un punto d’intesa minimizza e banalizza, mentre il segreto è far coesistere i diversi linguaggi dei componenti.
Vogliamo approfondire il discorso sul “concetto” del disco?
Siamo in un mondo veramente allucinante e assurdo, popolato da gente allucinante e assurda, con un’elite di persone che lo sta usando a suo piacimento e che decide come organizzarlo e sfruttarlo. La voce di Mick Jagger in apertura è il filo conduttore, il riassunto che spiega l’intera scaletta e al quale ogni episodio in qualche modo rimanda. Il tutto giocato tra malinconia e speranza.
Infatti l’asse pende più verso la malinconia che verso la vostra tipica ironia “sdrammatizzante”.
Con l’ironia non abbiamo mai voluto sdrammatizzare: l’ironia, se unita a una sana dose di autoironia, è un’arma molto pungente, consente di far male alzando le braccia. È l’arma dei grandi comici, che noi nel nostro piccolo tentiamo di coltivare. La malinconia è maggiore perché, durante il nostro periodo di pausa, è accaduto di tutto: Berlusconi ha vinto, hanno buttato giù le Torri Gemelle, Genova è stata ridotta in una specie di Santiago del Cile ai tempi del golpe… Però, d’altro canto, vedo che tanta gente reagisce, che tanti cittadini decidono di impegnarsi in battaglie di volontariato: la rivoluzione parte dal singolo, e anche se per motivi generazionali sono ancora legato alle grandi manifestazioni di piazza ho capito che il cambiamento non può dipendere solo da qualcuno – un politico o una rockstar – che chiama a raccolta. Se l’iniziativa non è anche individuale, tutto rimane fermo.
Non credi che, qui in Italia, la mancanza di un leader di opposizione credibile generi divisione, favorendo chi sta al potere?
Penso che un’ampia parte del paese sia comunque unita nel suo essere “contro”: la dispersione non mi fa paura, più voci di sconforto e di ribellione ci sono, meglio è. Se mi ritrovo da solo contro Berlusconi non è che poi lo voto perché sono, appunto, solo. Ritengo che il nodo sia capire il valore del singolo, l’importanza della presenza attiva nel proprio microcosmo. Se siamo sempre di più a interessarci di certe cose e a dire certe cose, anche senza chi ci spinge in piazza, non si potrà che crescere: Manifesto, l’inedito di studio che abbiamo inserito nel live dell’anno scorso, era esattamente un appello a far levare alta la propria voce di persona.
Mi sembra che un numero sempre più elevato di artisti tenda a esprimersi in modo pacato, rifiutando la comunicazione “urlata” e sloganistica.
Di questo sono contento, perché non apprezzo molto la canzone-slogan e credo che pochissimi abbiano saputo svilupparne bene la formula. A me piacciono quelli che, come Daniele Silvestri, fanno capire bene come la pensano ma vogliono proporre, e non imporre, il loro pensiero.
Trovi che in questo discorso possano rientrare anche i Tiromancino? In fondo le loro storie sono un invito a guardarsi dentro, e questo può essere il primo passo verso una presa di coscienza più generale.
Assolutamente sì. I Tiromancino e Tiziano Ferro parlano entrambi d’amore, ma i primi lo fanno con tutt’altra profondità. E mi ritrovo in quello che dicono perché, pur non occupandosi di politica e di sociale bensì della sfera privata, riescono a essere universali. Questo, per un musicista e un paroliere, è fondamentale.
Una domanda polemica: non è un controsenso scagliarsi contro il sistema globalizzato e massificato e poi partecipare al “Brand: New Tour” di MTV?
Infatti ci siamo posti mille problemi. Non è stata una scelta facile, ma alla fine abbiamo accettato per varie ragioni: erano concerti gratuiti e in posti dove di solito la musica dal vivo non ha molto spazio, abbiamo avuto precise garanzie sulle altre “attrazioni” e abbiamo voluto credere all’intento manifestato da MTV Italia, che speriamo essere sincero, di promuovere chi suona davvero oltre a chi si limita a realizzare video d’effetto. Alla fine è stata un’ottima esperienza, soprattutto perché gli artisti si sono impossessati del tour e hanno fatto quel che hanno voluto in piena sintonia con il loro temperamento.
Per chiudere, qual è il segreto della Bandabardò?
Forse solo essere quello che siamo, gente normale che si dimostra tale in ogni circostanza. Quando scrivo e quando suono mi rivolgo a persone come me: non spiego nulla, non ho capito più di loro, non riesco a dire cose in più. Ci ritroviamo in una proposta di vita, con i nostri linguaggi e andiamo tutti insieme: tanto, non si sa dove andare. E magari, seguendo la strada contraria al fiume, qualcosa di buono si troverà.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.511 del 26 novembre 2002

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Bandabardò

  1. grandissima la banda, li seguo dagli esordi… non mi hanno mai deluso, e anzi sono migliorati molto, senza svendersi o commercializzarsi (tutt’altro, sono stati indipendenti fino.. all’altro ieri) ma elevando il livello tecnico delle registrazioni e della produzione

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