Soulsavers

Se mi dichiarassi fan sfegatato dei Soulsavers sarei un bugiardo, ma lo sarei pure se affermassi il contrario. La verità è che apprezzo il progetto e stop, come emerge anche da questa recensione del loro ultimo album di due anni fa.

Soulsavers copThe Light The Dead See (V2)
Dopo tre album le cui parti vocali erano state affidate a Josh Haden (Tough Guys Don’t Dance, 2003) e per lo più a Mark Lanegan (It’s Not How Far You Fall, It’s The Way You Land, 2007, e Broken, 2009), Rich Machin e Ian Glover hanno avviato un nuovo sodalizio con un altro filo-crooner e autore di testi, Dave Gahan. Una scelta, quella del frontman dei Depeche Mode, in un certo senso speculare – e per altri versi contraddittoria – a quella dell’ex Screaming Trees: quest’ultimo, storicamente legato al rock di stampo classico, accolto in squadra quando i due produttori/remixer inglesi erano più inclini all’elettronica, e il primo coinvolto solo dopo la (semi) svolta chitarristica/tradizionalista del lavoro precedente.
Al di là delle questioni di organico, e rimarcato che le risorse canore dell’illustre “ospite” non possono essere una novità per nessuno, su The Light The Dead See non c’è moltissimo da dire: è un disco costituito al 100 percento di ballate rock morbide, avvolgenti e tendenti al solenne, solo un paio delle quali – ad esempio, il singolo apripista Longest Day – più incisive sul piano ritmico. Il rischio del tedio è però scongiurato da qualche fulmineo momento di ricchezza strumentale, dall’equilibrio di arrangiamenti raffinati ma non ridondanti che sfoggiano anche vibranti contaminazioni soul/gospel e dal magnetismo di Gahan, che trascina nei meandri di un intimismo comunicativo e non autistico. Oltre che, è il caso di specificarlo, dallo spessore di un songwriting che compensa con l’intensità la propria impostazione un po’ scolastica. Ecco, se a The Light The Dead See si vuole proprio muovere un appunto, lo si potrebbe fare osservando come i suoi dodici brani diano l’impressione di essere esercizi di stile e/o sfoggio di capacità: questioni di lana caprina e fisime da critici, comunque, perché gli estimatori del genere di sicuro apprezzeranno The Light The Dead See, le sue fascinose armonie, il suo buon gusto, il suo essere lieve e allo stesso tempo profondo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.694 del maggio 2012

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Soulsavers

  1. Uno dei miei dischi preferiti negli ultimi anni, ballads evocative, grande pathos e con Gahan in grande forma..

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