Mauro Ermanno Giovanardi

Sono affezionato a questa intervista di tre anni e spiccioli fa all‘ex frontman di Carnival Of Fools e La Crus, sia perché mi sembra particolarmente riuscita, sia perché – visto che si accompagnava alla copertina del Mucchio – mi offrì l‘occasione di sostenere un musicista che stimo moltissimo in un momento assai delicato della sua carriera. Al disco di cui si parla è seguito nel 2013 il Maledetto colui che è solo realizzato con l‘orchestra di ukulele Sinfonico Honolulu, ma il nuovo “vero” album di Mauro deve ancora arrivare. Lo attendo fiducioso.

Giovanardi fotoQuasi quattro anni dopo la prova generale di Cuore a nudo, Mauro Ermanno Giovanardi sta per pubblicare il suo primo, autentico album da solista, significativamente intitolato Ho sognato troppo l’altra notte?: un disco ricco di contenuti e raffinatissimo nella forma che avrà il suo battesimo al Festival di Sanremo, sul palco del quale il cantante avrà al fianco – si tratta però di una rimpatriata occasionale e non di una reunion – quel Cesare Malfatti che per ben quindici anni è stato il suo alter ego nei La Crus. Molti e di peso, dunque, i temi affrontati nella lunga intervista condensata in queste pagine: la prima concessa alla stampa, e per un po’ di tempo anche in esclusiva.
Finalmente il tuo vero e sospirato esordio da solista, che presenterai a Sanremo. Partirei da qui, chiedendoti se hai superato le perplessità che, fino a non troppo tempo fa, avevi a proposito del Festival.
È vero: all’inizio, per usare un eufemismo, non ero granché entusiasta dell’idea… ma solo perché la mia partecipazione avrebbe inevitabilmente ritardato l’uscita del disco, pronto ormai da parecchi mesi. Superato il piccolo dramma dell’ulteriore “congelamento”, sono contentissimo: per me, dato che avrò una visibilità che sarebbe stato molto difficile ottenere in altro modo, ma anche per un certo tipo di cultura musicale italiana, una poetica che qualche decennio fa era associata proprio al Festival e che invece era ormai passata in secondo piano, se non abbandonata: mi riferisco a Mina, a Tenco, a Endrigo…
Tutti artisti con i quali non hai mai nascosto di sentirti per qualche verso in sintonia. Come ti poni, però, nei confronti della “gara”?
Non mi preoccupo di quella che sarà la graduatoria, anche se ovviamente spero di raccogliere consensi. Per me sarà comunque un’esperienza nuova: non ho mai preso parte a concorsi, nemmeno a un “Rock Targato Italia”, perché sono sempre stato scettico rispetto alle competizioni musicali. Le gare dovrebbero essere di atletica, di ciclismo… non fra canzoni e interpreti anche diversissimi fra loro. Questa, comunque, è la regola di Sanremo, e d’altro canto ho sempre pensato che gli artisti della nostra area cosiddetta alternativa dovessero confrontarsi con manifestazioni di massa, magari con una presenza consistente e non “isolati” com’è stato per Subsonica o Afterhours. Non fosse altro, per far sapere al grande pubblico italiano che non esistono solo le tendenze più pop e, negli ultimi anni, i talent show, ma che c’è pure un ampio sottobosco di gente che la musica la vive intensamente tutto l’anno e non solo per i giorni del Festival e per una quindicina di piazze durante l’estate. Con i La Crus ci siamo candidati spesso, ma per un motivo o per l’altro è andata male.
Al Teatro Ariston ti sei in ogni caso esibito parecchie volte per il “Club Tenco”. Il debutto dei La Crus avvenne proprio lì, giusto?
Già, nel 1993. Fu come nei film: andammo, eseguimmo tre pezzi e mezz’ora dopo avevamo un’offerta di contratto della Warner. Più che al palco, che peraltro ha il suo fascino “leggendario”, sono però interessato a tutto quello che ruota attorno a Sanremo: l’atmosfera, il trovarmi a contatto con un mondo molto distante dal mio e con il quale non ho in effetti mai voluto avere a che fare, ovvero quello della televisione, della plastica, delle paillettes. Da anni mi reputo un artigiano che lavora ogni giorno sulle sue cose, non un artista da TV: la musica di grande diffusione, purtroppo, è sempre più immagine e sempre meno cuore e passione. Sarà un gran casino stancante e stressante, chi c’è stato me ne ha raccontate di ogni genere… ma siamo adulti e vaccinati, e riusciremo a sopravvivere.
“Riusciremo”, appunto: al Festival ti presenti come La Crus e con al fianco il tuo vecchio compagno Cesare Malfatti. Sappiamo tutti che il vostro sodalizio non è più in essere, e allora perché?
I direttori artistici Gianmarco Mazzi e Gianni Morandi, mi hanno chiesto di utilizzare il “marchio” La Crus, anche perché il mio nome è molto meno conosciuto di quello della vecchia band. A un certo punto della nostra carriera i miei rapporti con Cesare erano diventati difficili, ma da quando avevamo deciso di separare le nostre strade – fa fede anche l’ultimo tour, durante il quale ci siamo divertiti e rilassati – erano tornati ottimi. Così mi sono sentito con lui e ci siamo detti “perché no?”. In fondo Sanremo era un obiettivo che non eravamo riusciti a raggiungere e la nostra lunga avventura era cominciata dall’Ariston: tornare assieme per questa occasione era una perfetta chiusura del cerchio.
Tutto giustissimo, ma devo ammettere che vederti “sfidare” i Modà e Anna Tatangelo sullo stesso palco dove sfileranno anche personaggi del giro di “Amici” e “X Factor” mi sembrerà alquanto bizzarro. Fai musica, la tua musica, da ormai venticinque anni e a certi livelli e quindi… boh, per te è normale?
Ormai non mi stupisco più di nulla, e non dovrebbe farlo neppure tu, del “magico mondo dello spettacolo”… Se ci pensi, un Giovanardi a Sanremo è molto meno strano di come siano cambiate, nel volgere di pochi anni, le modalità di fruizione e promozione della musica. Quando è venuto fuori “X Factor” proprio non riuscivo a credere a tutto ciò che gli era montato attorno: fanatismo, polemiche, dissertazioni di professori e sociologi. Comunque, indipendentemente dalla classifica finale che ne scaturirà, in quest’ultimo Festival la qualità non manca: Battiato e Luca Madonia, Patty Pravo, Tricarico, Roberto Vecchioni, Davide Van De Sfroos… Posso dire senza timore di smentita di trovarmi in una compagnia migliore di quella che mi sarebbe capitata in varie edizioni passate.
Il brano che presenterai, Io confesso, ha avuto una gestazione atipica: ne esiste anche, registrata, una esecuzione in duetto con Carmen Consoli.
Sì, ma purtroppo sono sorte complicazioni con la Universal che non ha voluto concedere il suo utilizzo come singolo – e un pezzo di Sanremo è “singolo” per forza – ma solo come traccia da album. Avevo pure tentato di avere Carmen come ospite al Festival, ma dalla casa discografica mi hanno fatto capire che la cosa era fuori discussione e allora mi sono rassegnato. La versione con Carmen, molto bella, è purtroppo rimasta nel cassetto, ma confido che prima o poi si riuscirà a utilizzarla in maniera intelligente.
Io confesso rimanda ai classici Sanremo degli anni ‘60 e anche gli altri pezzi del tuo album hanno lo stesso mood. Si tratta insomma di un lavoro molto focalizzato su uno stile specifico, una specie di concept… Per te non è certo una novità realizzare dischi che non sono semplici “raccolte di canzoni”.
Quella di avere una base concettuale forte è in effetti sempre stata una caratteristica dei La Crus, e in questo caso specifico l’idea di fondo ha avuto tantissimo tempo di consolidarsi e perfezionarsi. Ho sognato troppo l’altra notte? è il disco da solista che volevo realizzare già nel 2003, ne avevo parlato proprio con te quando mi intervistasti per la monografia uscita sul n.12 di Extra. All’epoca la Warner me lo bocciò, ma non tutti i mali vengono per nuocere: otto anni fa non sarei stato in grado di metterlo in pratica così bene.
Probabilmente qualcuno, con quella superficialità che è tipica di molti addetti ai lavori, sarà tentato di tirare in ballo il “revival”. Ti offro l’opportunità di inibirlo con una bella smentita preventiva.
Ma certo… Volevo assolutamente evitare ogni retorica della nostalgia, del manierismo, del citazionismo. Mi interessava, però, compiere un viaggio in un periodo musicale preciso – dalla Swingin’ London al beat italiano fino ai gloriosi Sanremo in bianco e nero – filtrandone gli insegnamenti attraverso le mie esperienze e la mia sensibilità.
Cosa ti affascina maggiormente, di quei giorni?
Era un’epoca di enorme creatività e di altrettanto grande libertà. Il rock nel senso moderno del termine è nato esattamente in quegli anni, fra il 1965 e il 1968: esistevano già dei canoni e c’era chi li ricalcava in modo pedissequo, questo è chiaro, ma inventarsi qualcosa di diverso costituiva un valore aggiunto e non un handicap. Sperimentare non era affatto un tabù e il mercato discografico incoraggiava la tendenza a escogitare cose mai sentite e magari bizzarre.
Per esempio gli Electric Prunes, ai quali hai “rubato” il titolo del più grande successo – I Had Too Much To Dream Last Night – tradicendolo quasi alla lettera.
È una citazione gustosa che spero sarò colta da tanti, benché sia un po’ scettico che ciò possa accadere.
E non è l’unica, sul piano musicale così come sotto il profilo dei testi: in Io confesso, per esempio, c’è un clamoroso rimando a Oscar Wilde…
Nel citazionismo in sé non c’è niente di male, l’importante è che se ne faccia uso con maturità e con equilibrio: se il tutto è ben calibrato e la citazione è collocata nel punto giusto, non per coprire carenze ma per arricchire ulteriormente, riesce a conferire altre suggestioni. Qua e là ci siamo concessi piccoli vezzi, come un passaggio di batteria – identico a uno di Crosstown Traffic di Hendrix – all’interno di Un garofano nero, ma sono dettagli.
In scaletta ci sono pure due cover famosissime: Se perdo anche te di Gianni Morandi, che poi è un adattamento di Solitary Man di Neil Diamond, e Bang Bang di Cher, che in Italia è stata cantata fra gli altri da Mina e Dalida e che tu hai proposto assieme a Violante Placido. Difficilmente avresti potuto sceglierne di più esplicative dei contenuti dell’album.
Servono infatti a fornire le coordinate. Come nell’esordio dei La Crus, che conteneva Il vino di Piero Ciampi e Angela di Luigi Tenco, bastano a far capire dove si voglia andare a parare.
In entrambe, pur mettendoci del tuo, ti mantieni fedele ai modelli, ma mentre Bang Bang è canonica, in Se perdo anche te ho come l’impressione di uno sforzo per renderla più profonda e meno “sciocchina”, magari più vicina all’originale di Diamond.
Sono d’accordo. Bang Bang è più “calligrafica”, mentre per Se perdo anche te più mi sono ispirato alla versione – in inglese – di Johnny Cash. Sono soddisfatto di entrambe: quando “sento” particolarmente mio un brano e lo interpreto, riesco in qualche modo ad appropriarmene, a dargli qualcosa di caratterizzante.
Tornando al discorso del revival che in realtà revival non è, trovo che a svuotare di senso le eventuali accuse siano soprattutto due elementi: la brillantezza, nitidezza e pienezza dei suoni – ben superiori a quelle dei Sixties, dove tutto era se vogliamo un po’ esile – e la letterarietà dei testi, laddove quelli dei ‘60 erano spesso leggerini…
È così. In linea di massima, le parole di quarant’anni fa non sono più tanto attuali, hanno un’aria troppo naïf… mentre le mie sono logicamente al passo con i tempi. Oltre che in questo, la modernità dell’operazione sta negli aspetti musicali. I dischi dei Sixties venivano registrati con un quattro piste, e fra le ragioni del loro fascino c’è anche la loro attuale irriproducibilità. Cioè, volendo si potrebbero riprodurre, ma in tal caso si scadrebbe, appunto, nel revival di cui sopra. Il mio album, invece, suona così perché ha dietro un notevole impegno di ricerca stilistica, mia e dell’intero team che ha contribuito alla sua realizzazione, a partire dai due produttori complementari ai quali mi sono rivolto, Roberto Vernetti e Leziero Rescigno. Il secondo ha molta dimestichezza con questo genere di materiali, soprattutto le atmosfere più morriconiane, mentre al primo, che si è sempre mosso nel campo dell’elettronica, ho proposto la sfida di un album orchestrale nel quale l’elettronica proprio non c’è: mi interessava, infatti, la sua lucidità nell’affrontare la forma canzone. Roberto è stato bravissimo a dare a tutti le giuste misure: anche in un disco suonato ha operato come se ci fossero di mezzo i campionamenti, facendo sì che l’insieme risultasse pulito, bilanciato. Il suo è stato un approccio minimale: non doveva esserci niente di più e niente di meno… e tutto era organizzato per ruotare attorno alla voce, che non doveva mai essere “infastidita” dagli strumenti.
Ecco, la voce: sei sempre riconoscibilissimo, ma qua e là colgo sfumature differenti.
Anche in questo, molti meriti vanno a Roberto: ha saputo convincermi a orientarmi su un altro modo di cantare, più “maschio”… anzi, come diceva lui, “meno ambiguo”. Questo emerge soprattutto in pezzi come Il diavolo, La malinconia, anche Io confesso… non è stato semplice, ma ritengo di aver conseguito buoni sisultati. Si è trattato di una bella esperienza: mi ha fatto capire che, quando meno te l’aspetti, qualcuno può aprirti all’improvviso davanti una finestra e mostrarti qualcosa che non avevi mai notato. Ciascuno di noi è concentrato su di sé, immerso nel proprio mondo, e quindi è facile chiudersi e pertanto negarsi, involontariamente, buona opportunità. Con i La Crus mi piaceva molto coinvolgere qualche ospite per ricevere input inusuali, dato che con Cesare decidevamo tutto in due. Era diventato come un rapporto di coppia, e quando ci si trovava davanti a un bivio non c’era nulla da fare: o aveva ragione uno o l’aveva l’altro. Non a caso, di tutte le tipologie di organico, quello a due è il più soggetto al logoramento.
Il clima delle session, insomma, è stato eccellente.
Assolutamente sì. C’era un confronto quotidiano, anche con discussioni sempre positive. Io, che naturalmente sono immerso più di loro in questo tipo di immaginario e di cultura, cercavo di illustrare le mie visioni, e loro aggiungevano la modernità che a me serviva proprio per scongiurare il pericolo della filologia. Anche con Fabio Gurian, che ha arrangiato archi e fiati, c’è stato un bello scambio collettivo, così come con Marco Carusino, de I Cosi, che si è occupato di chitarre e bassi: lo conoscevo da un po’, ma quando nel corso di una chiacchierata mi ha detto che uno dei suoi gruppi preferiti erano i Walker Brothers non ho potuto fare a meno di assoldarlo. In generale, la parola che più spesso ripetevamo, e che ci trovava tutti d’accordo, era “cinema”: per caricare chi stava registrando a dare il contributo più evocativo possibile, gli gridavamo “più cinema!”.
Comunque tra la prima incisione e l’ultima è passato un anno e mezzo…
Sì, ma con infinite pause. La “squadra” è stata testata nella notte subito dopo il concerto finale dei La Crus, il 4 dicembre 2008 al Teatro degli Arcimboldi di Milano: dopo la cena con tutti gli ospiti che avevano presenziato al nostro addio, abbiamo salutato e siamo andati a Vercelli a registrare. Dalla prima tranche di registrazioni sono nati i cinque brani con i quali mi sono dato messo a cercare un contratto: non erano provini, a parte gli archi veri che sono stati aggiunti dopo sono gli stessi poi finiti sul disco.
È stato difficile trovare validi interlocutori nel mondo disastrato della discografia?
Niente affatto… E questo un po’ mi ha stupito. Nel giro di due mesi mi sono trovato in mano offerte di tutte le major, eccetto la Warner: a loro non ho fatto ascoltare nulla perché, dopo quindici anni di contratto, era il caso di cambiare aria.
E la Sony cos’ha messo sul piatto di più delle altre?
Un maggiore entusiasmo e un budget notevole: imprescindibile, dato che si era capito che l’album sarebbe costato un sacco di soldi.
Toglimi una curiosità: quando nel 2008 è uscito all’improvviso The Age Of The Understatement dei Last Shadow Puppets, un album decisamente vicino al tuo come riferimenti e suoni, cos’hai pensato?
A parte che lo ritengo bellissimo, e che sono rimasto davvero stupito della sua “credibilità” e del talento dei due ragazzini, ho in effetti pensato “merda, io un disco così l’avrei fatto quattro anni fa!”. Però la cosa mi ha anche dato uno sprone ulteriore a cercare di portare a termine il progetto, e ha rafforzato la mia convinzione di come certe sonorità e atmosfere che da noi sono più o meno “di culto”, all’estero siano invece tenute in grandissima considerazione.
Scommetto che stai già pensando al prossimo album.
Mi piacerebbe qualcosa di più blues, vagamente affine a quello che facevo tanti anni fa con i Carnival Of Fools ma naturalmente in italiano. Però… boh, ho già quattro o cinque pezzi molto belli che ho dovuto tener fuori per questione di costi. Comunque Ho sognato troppo l’altra notte? va bene così com’è: la sua durata è perfetta per il vinile e infatti alla Sony mi hanno promesso che stamperanno anche il 33 giri. E ne sono molto felice, negli anni 60 mica c’erano i CD.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.679 del febbraio 2011

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