Max Gazzè

Nell‘ambito del pop italiano di qualità, ben pochi reggono il confronto con Max Gazzè. Lo affermo con convinzione dai giorni del suo esordio e, al di là di qualche inevitabile “basso” in mezzo ai tanti “alti”, non ho mai cambiato idea. Fra le varie interviste presenti nel mio archivio ho scelto di recuperare questa del 2001, che si accompagnava a una copertina del Mucchio (all’epoca settimanale).

Gazzè fotoPop genius
Dopo le promesse di Contro un’onda del mare, la rivelazione de La favola di Adamo ed Eva e il valido ma interlocutorio album omonimo (che per noi, non ce ne vogliano alla Virgin, sarà sempre Gadzilla), Max Gazzè è ritornato sulle scene con Ognuno fa quello che gli pare?: dieci canzoni surreali, fascinose e intriganti che lo confermano non solo artista estroso ed eccentrico e indiscutibile leader del “nuovo” pop d’autore, ma anche ideale trait d’union fra musica di massa e musica di culto, musica di intrattenimento e musica di ricerca, musica di forma e musica di sostanza. Ormai paragonabile soltanto a se stesso, Gazzè è il genio fantasioso capace di compiere con la massima naturalezza gli incantesimi più pirotecnici: impossibile spiegare a parole le sorprese che attendono chi vorrà approfondire la conoscenza della sua strana dimensione.

Che quest’articolo dovesse intitolarsi “Pop Genius” era già stabilito da quando, un paio di mesi orsono, le nostre orecchie erano state più che piacevolmente sollecitate dal work in progress di alcuni brani di Ognuno fa quello che gli pare?. In origine, per la copertina di questo numero del Mucchio, si voleva quindi immortalare Max travestito da Genio di Aladino: un’idea che il baffuto musicista ha però bocciato per non incorrere in accuse di pretenziosità, e che è stata poi archiviata anche nella sua versione ancor più ironica – un Gazzè pseudo-Genio che sorgeva da un cassonetto dell’immondizia – a causa delle impreviste difficoltà incontrate nel reperire un turbante e una lampada abbastanza credibili. Abbiamo dunque accolto con entusiasmo la proposta alternativa del Nostro di realizzare una session decisamente fuori dalle righe e siamo andati a trovarlo nella villetta a una ventina di chilometri da Roma dove vive con moglie, bambini, una coppia di porcellini vietnamiti, galline, conigli, due oche canadesi e uno splendido pappagallone brasiliano di nome Carmela che ha volato libero sopra le nostre teste per l’intero pomeriggio. Futuri ospiti dello Zoo Gazzè, due alani arlecchino e due struzzi, che magari torneranno buoni per la prossima serie di foto: nel frattempo, ecco il riassunto della lunga chiacchierata agreste che ha avuto come sottofondo il carezzevole stormire delle fronde e il sommesso grugnire di Maialo e Maiala.
Partiamo dal titolo del nuovo album, piuttosto insolito e fortemente caratterizzato dal punto interrogativo finale.
Ci voleva una formula dubitativa, un’affermazione netta non avrebbe avuto senso: tutti vorremmo fare quello che ci va e a volte ci sembra quasi di riuscirci, ma siamo proprio sicuri che sia così? È ovvio che finchè si tratta di mangiare un panino con il tonno non ci sono grandi problemi, ma se analizziamo il quadro globale è difficile dire fino a che punto siamo padroni delle nostre azioni.
Questo è il messaggio più esplicito del disco. Per quanto riguarda il resto, invece, sei come al solito meno diretto.
Non amo fornire indicazioni interpretative precise, perchè ritengo che la lettura individuale sia fondamentale: ognuno di noi ha un filtro che ci fa valutare le stesse cose in modi differenti.
D’accordo, allora ti stresso solo con un brano: di cosa parla Non era previsto, il singolo che è servito come biglietto da visita dell’album?
Lo definirei come un pezzo d’atmosfera: non è serioso né ironico, mira a comunicare uno stato emotivo esaltando un contrasto. Guardando la TV è normale che un canale trasmetta un varietà e quello dopo un’agghiacciante scena di guerra, e questo mix fa sì che non si sappia bene cosa provare. Questa “confusione”, queste istantanee dicotomie, queste “informazioni colabrodo” che non fanno capire cosa è vero e cosa è finto, portano un forte disagio e abituano alla superficialità di giudizio o addirittura al non-giudizio. Non si riesce neppure più ad approfondire i propri stati d’animo, e sempre più gente si improvvisa quello che vuole essere in quel momento perchè ha l’impressione che tutto sia possibile. E magari facile.
Il primo singolo non doveva essere Questo forte silenzio?
Sì, ma alla luce di quanto accaduto negli Stati Uniti ho pensato fosse il caso di soprassedere: uscirsene ora con un brano che, seppure in modo giocoso, fa riferimento alle bugie americane, poteva essere di cattivo gusto. Avevamo già pronte due possibili copertine, entrambe con Neil Armstrong sulla Luna: in una la bandiera a stelle e strisce era stata sostituita dall’asta di un microfono, nell’altra da una bandiera russa.
E il prossimo quale sarà?
Spero una delle due ballate: Niente di nuovo o Non è più come prima.
Mi sembra che tutto l’album giochi molto sui contrasti.
Sì, il “contrasto” è un po’ il filo conduttore tra i brani, non solo nei testi ma anche negli arrangiamenti: pensa a Megabytes, che è un pezzo jungle suonato con il mandolino, e allo stacco con Il debole tra i due – sostanzialmente, un country – che lo precede in scaletta. Ci sono contrasti tra un episodio e l’altro e contrasti di strumenti all’interno dello stesso episodio. E ci sono contrasti anche nel mio modo di cantare: ho provato ad ampliare il mio spettro interpretativo, ad usare la voce in altri modi rispetto al solito.
Volevi un album così fin dall’inizio, ci hai pensato in un secondo tempo oppure è venuto fuori per caso?
Avevo circa venticinque brani e ho preferito scegliere i nove che mi trasmettevano sensazioni diverse tra loro, scartando quelli – pur validi – che assomigliavano a uno di quelli già approvati. La decima traccia, In questo anno di non amore, è stata aggiunta alla fine, poichè è nata in studio da una collaborazione molto spontanea con Francesco Magnelli. In generale ho ritenuto che fosse meglio enfatizzare l’eterogeneità delle canzoni piuttosto che cercare di soffocarla.
A parte l’idea del contrasto, ci sono altri motivi comuni?
Ho voluto in qualche modo rivestire e ricolorare tutte le varie musiche che ho frequentato nella mia carriera: la jungle di Megabytes si collega a quando in Belgio lavoravo in ambito dance, Eclissi di periferia va parecchio sul beatlesiano, Non è più come prima è giocata sullo stesso giro di accordi e le sue soluzioni orchestrali le conferiscono l’aspetto di uno slow anni ‘60 stile Procol Harum, seppure in chiave moderna.
Una modernità peraltro relativa: non rilevo esasperazioni tecnologiche.
Non abbiamo utilizzato tastiere elettroniche in senso stretto ma solo sintetizzatori come il mini moog, il Prophet V e l’harmonium. È stata una scelta tecnica, visto che le tastiere – me ne sono accorto registrando con il pro-tools e vedendo il suono tradotto in forma d’onda – tendono ad invadere l’armonia naturale degli altri strumenti. Inoltre ho impiegato un basso Precision 64 e un preamplificatore Neve degli anni ‘60 con un compressore mono artigianale, e l’atteggiamento è stato analogo anche in sede di masterizzazione: l’abbiamo affidata a George Marino, un esperto che tra l’altro ha curato il remastering dei dischi di Jimi Hendrix, e lui l’ha fatta a orecchio, senza bisogno di analizzatori di spettro…
È corretto affermare che nel progetto c’è anche una componente di ricerca?
C’è di sicuro un singolare tentativo di incastro tra l’emotività delle parole e l’emotività della musica. Ci sono successioni armoniche che automaticamente inducono a un certo stato d’animo, e le parole sono legate a intercalari armonici che a seconda dei casi ne appesantiscono o ne alleggeriscono il significato.
E cosa mi dici dell’umore? Vedi Ognuno fa quello che gli pare? come un album più sereno rispetto ai precedenti?
Più sereno? Sì, per certi versi è così: del resto, due anni fa vivevo a Roma in un appartamentino circondato dallo smog e dal caos, mentre adesso ho due figli e sto in campagna. Mi sono accorto che non mi arrabbio più per le tante piccole contrarietà del quotidiano e che rifletto parecchio su questioni più profonde: non voglio tirare in ballo lo zen, ma certo le mie inclinazioni meditative sono cresciute in parallelo al miglioramento subito dalla mia vita. La controindicazione è che mi intristisco di più per le tante aberrazioni del mondo che mi trovo sotto gli occhi.
Dipenderà soprattutto dall’essere diventato padre.
Sì, credo siano stati i figli a rendermi più sensibile verso determinati argomenti: è cambiata l’ottica attraverso la quale filtro la realtà che mi circonda. Da un punto di vista il mio approccio è più disteso, ma da un altro i “messaggi” emergono con molta più forza: Niente di nuovo, ad esempio, è una canzone crudissima.
Secondo te, nella ricezione della tua musica da parte del pubblico, “pesano” più le faccende di dettaglio o più l’immediatezza? Mi spiego meglio: Max Gazzè colpisce più al primo impatto o più dopo lunga e attenta frequentazione?
Credo che più o meno tutti i miei brani siano in grado di incuriosire, ma che per essere “capiti” fino in fondo abbiano bisogno di approfondimento: intendiamoci, funzionano anche se li si ascolta distrattamente, ma credo che sarebbe sbagliato interpretarli sulla base dell’impressione iniziale. Io sono il primo a stancarmi delle mie canzoni, ma queste ultime mi sembrano ancora vive e interessanti.
Anche grazie ai testi, che credo continuino ad essere la base di partenza della tua scrittura.
Sì, infatti: la musica viene dopo. Cerco di proporre combinazioni e contrasti anche nell’unire le parole e di trovare il miglior vestito per testi che comunque hanno una loro autonomia. Non è infrequente che essi derivino da storie preesistenti, come Non è più come prima, Il debole tra i due o Eclissi di periferia: quest’ultimo è derivato da un racconto di mio fratello Francesco, intitolato Sogno d’autunno inoltrato: parla di un palazzo, Corviale (un allucinante serpentone di nove piani per un chilometro di lunghezza costruito nei ‘70 alla periferia di Roma, NdI), che a un certo punto decolla.
Sotto questo aspetto, ti senti maturato? E non pensi di essere sempre un po’ troppo ermetico?
Non so se “ermetico” sia ancora il termine giusto, come magari lo era per il primo album. In fondo oggi c’è da decodificare solo l’accostamento dei significati e delle parole, l’utilizzo dei sinonimi…
Però ti diverti a inserire in un brano termini che nessun altro si sognerebbe mai di adoperare.
Sì. Mi piace sfidare la parola e cantarla anche se sembra incantabile. Non a caso apprezzo molto le collaborazioni Battisti-Panella e Battiato-Sgalambro.
Nella logica dei contrasti rientrano anche i numerosi contributi esterni?
Non era previsto l’ho lavorato assieme a Francesco Magnelli dei C.S.I., mentre Niente di nuovo stata completamente riarrangiata. In questo anno di non amore, invece, è partita da una traccia di pianoforte suonata da Francesco alla quale ho adattato una melodia, un testo e un arrangiamento abbastanza allucinato. Se questi non sono contrasti…
Non era previsto non doveva essere in duetto con Giovanni Ferretti?
Lindo doveva cantarne una strofa e anche recitare qualcosa in In questo anno di non amore. Purtroppo non ce n’è stato il tempo, magari sarà per la prossima volta.
Poi ci sono Paola Turci in Il debole tra i due e Carmen Consoli in Il motore degli eventi.
Quelle collaborazioni sono nate soprattutto dall’amicizia e dall’aver girato assieme la scorsa estate con il cosiddetto Trio. A Paola piaceva molto Il debole tra i due, quando sentivamo i provini in macchina la canticchiava sempre. Lo stesso faceva Carmen con Il motore degli eventi, che è stata registrata praticamente dal vivo: Carmen ci ha anche suonato la chitarra e l’ha coprodotta.
E Giorgio Baldi, il tuo chitarrista “storico”, è meno presente.
Lo stile di Giorgio è talmente forte sotto il profilo caratteriale che ho ritenuto opportuno provare a battere nuove strade e creare un ennesimo contrasto con un altro musicista di grande personalità come Massimo Roccaforte, il chitarrista di Carmen.
Insomma, hai risulto il problema dell’eccesso di omogeneità che aveva un po’ penalizzato Max Gazzè.
Sì. Se vogliamo, più che al suo diretto predecessore, Ognuno fa quello che gli pare? è paragonabile a La favola di Adamo ed Eva, anche se non possiede il suo stesso numero di “singoli”: da lì ne abbiamo estratti ben sei! L’ultimo è comunque un disco più aperto di Max Gazzè: ovviamente ha i limiti strutturali che sono dati dal mio marchio di fabbrica, ma sono molto meno rigorosi. Laddove il terzo album procedeva in un tubo, questo lo fa in un tunnel.
Hai già deciso come presentarlo dal vivo?
Non voglio ripetere il solito giro nei club: sto pianificando una tournée teatrale con riarrangiamento totale del repertorio i cui concerti saranno divisi in sezioni, tipo una elettrica e una acustica. La band comprenderà di sicuro un paio dei ragazzi della Bandabardò e alcuni archi.
E poi che farai, tornerai a Sanremo?
No, quest’anno no. Sono felicissimo di ciò che faccio e della fortuna che, in modo assolutamente casuale, ho cominciato ad avere con le mie canzoni, ma non intendo sfruttare ogni occasione che mi si presenta pur di mantenere un’alta visibilità: ci tengo a non confondere l’espressione di quel che sono realmente, cioè la mia musica, con la popolarità fine a se stessa del personaggio Gazzè. Per me, considerato come sono severo, puntiglioso e pesante nelle mie scelte, il successo si identifica nella realizzazione di un disco che mi piace. E adesso, riascoltando Ognuno fa quello che gli pare?, mi sento come se avessi venduto un milione di copie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.460 del 30 ottobre 2001

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Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Max Gazzè

  1. Gian Luigi Bona

    Bravo Federico, ottima intervista.
    Vorrei chiederti solo se hai recensito il disco di Max del 2013.
    Ciao

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