New York Dolls

Prima dello sconvolgimento portato da Internet, scrivere di musica era una faccenda per certi versi più bella e per altri più complicata. Il fatto che questo articolo risalga a vent‘anni fa spiega perché, parlando di fonti da consultare, mi riferissi solo a riviste (italiane) e libri.
New York Dolls fotoÈ prassi comune che la stesura di un articolo retrospettivo sia preceduta dall‘attenta consultazione di quanto libri e riviste abbiano dedicato all‘argomento oggetto di esame. Un‘analisi delle fonti che, nel caso dei New York Dolls, si è però rivelata assai poco laboriosa, visto che, a parte le periodiche recensioni dei numerosi dischi postumi e ai non meno inevitabili appunti relativi alle gesta solistiche dei singoli membri, del quintetto statunitense si è incredibilmente scritto poco; pochissimo, anzi, quasi che il ruolo nel proscenio rock della storica compagine di Johnny “Thunders” Genzale (chitarra), David Johansen (voce), Sylvain Sylvain (chitarra), Arthur Kane (basso) e Jerry Nolan (batteria) sia stato di comparsa invece che di stella di prima grandezza. D‘accordo che il gruppo non è mai stato un campione di incassi e che la sua notorietà non si è granché allargata, almeno durante la breve parabola della sua esistenza in vita, oltre i pur ampi confini della Big Apple, ma che i meriti delle “bambole” – numi tutelari della sovversione punk tanto quanto Stooges, Velvet Underground o MC5 – siano stati così pervicacemente sottovalutati dai cronisti italiani grida davvero vendetta.
A realizzare questo Archivio, che pur non potendo lavare le colpe degli imbrattacarte musicali nostrani funge comunque da tardivo e parziale indennizzo, siamo stati spronati dalla recente pubblicazione a opera della Mercury/PolyGram di Rock‘n‘Roll, un‘ottima raccolta che attraverso brani celebri e alcuni preziosi inediti ripercorre la carriera dell‘ensemble. Un ensemble (de)generato da una complessa amalgama di fattori, per inquadrare correttamente il quale è quasi doveroso far ricorso alle parole del critico Roy Trakin: “Al contrario di quanto sono in molti a ritenere, i New York Dolls non volevano seppellire il rock‘n‘roll. Anzi, cercavano di riesumare lo spirito del ‘60 senza rinnegare la luccicante, noiosa autocompiacenza dei ‘70 e anticipando l‘appassionata rassegnazione degli ‘80. I Dolls erano rock‘n‘roll filtrato attraverso la tipica spigliatezza newyorkese: identificandosi con la città, non volevano intendere solo Manhattan ma anche Queens Boulevard e Flatbush Avenue, Staten Island e Grand Concourse. I loro fan giravano in metropolitana e non in taxi, ma comunque aspiravano alle limousine e allo champagne”. Tale efficacissima presentazione è contenuta nelle note di Lipstick Killers, cassetta uscita nel 1981 per la ROIR che immortala alcune (acerbe) sedute di studio risalenti all‘estate del 1972. All‘epoca la neonata band, nel cui organico militava ancora il primo batterista Billy Murcia, si esibiva settimanalmente al Mercer Arts Center, servendo da catalizzatore di quella scena “alternativa” in embrione che di lì a poco avrebbe concepito Ramones, Patti Smith, Talking Heads e Television; con un sound ruvido ed essenziale seppur non privo di richiami alle mode del momento, un repertorio già ricco di futuri classici, un appariscente look da battone da poco (con Johansen quasi controfigura di Mick Jagger) e una public image tutt‘altro che rassicurante, i cinque coniugavano irruenza, autoironia, radici (tra le cover, pezzi di Sonny Boy Williamson, Bo Diddley e Otis Redding) e trasgressione, gettando senza saperlo le basi di quel punk rock che sul binomio “spazzatura e rossetto” costruì le sue iniziali fortune. Logico, in un certo senso, che una proposta cosi particolare non passasse inosservata, ma prevedere che quattro mesi dopo Thunders e compagni avrebbero suonato a Wembley come spalla dei popolarissimi Rod Stewart and the Faces (13.000 persone, un vero shock per musicisti abituati a platee di circa trecento spettatori), era davvero impossibile. Dopo questo exploit, dovuto alle lodi di Roy Hollingworth sulle pagine del “Melody Maker”, il traguardo dell‘ingresso nel grande giro era per incanto a portata di mano; triste che a fornire l’ultimo aiuto “pubblicitario” per raggiungerlo fu l‘improvvisa morte del povero Billy Murcia, stroncato secondo tragico copione dalla solita, micidiale mistura di alcool e droghe.
Il primo album, battezzato con il nome del complesso e caratterizzato da una eloquentissima foto di copertina (con i nostri perfettamente a loro agio, o almeno così sembra, nei panni di travestiti da bassifondi), vide la luce su Mercury nel 1973. L‘esperto e geniale Todd Rundgren, chiamato a occuparsi della produzione, riuscì nella non facile impresa di conferire agli episodi la necessaria correttezza formale senza sacrificarne troppo la grezza energia, imponendo il gruppo come portabandiera di un irriverente garage-pop capace all‘occorrenza di ostentare il carisma dell‘anthem. Come nel caso di Personality Crisis, la più nota di undici canzoni venerate – quale più, quale meno: ricordiamo anche Looking For A Kiss, Subway Train, Trash, Private World e Jet Boy – da ogni estimatore del rock “di strada”. Sebbene molto apprezzato dalla critica, e ben supportato da concerti di notevole impatto visivo e sonoro, New York Dolls ottenne vendite inferiori alle aspettative. Non cosi inferiori, comunque, da impedire il quasi immediato allestimento di un secondo lavoro, consegnato alle presse nel 1974: emblematicamente intitolato Too Much Too Soon, ovvero “troppo e troppo presto”, e supervisionato da George Shadow Morton (l‘uomo cui si deve il clamoroso successo delle Shangri-Las), il 33 giri ricalcò con maggior mestiere e con appena minore incisività la formula dell‘esordio, inanellando peraltro una buona manciata di brani destinati a entrare negli annales del rock a stelle e strisce (tra questi, Who Are The Mystery Girls?, Human Being, Puss‘n‘Boots e It‘s Too Late).
Ancora una volta, però, i riscontri di cassa lasciaronoalquanto a desiderare, accentuando lo stato di profondo disagionel quale la band si dibatteva dopo il forzato abbandono di unKane ormai schiavo dell‘alcoolismo (nelle session di Too Much Too Soon il basso è stato suonato anche da Peter Jordan) acausa della tossicodipendenza di Thunders e Nolan e dei rapportitutt‘altro che idillici tra Sylvain e Johansen. Proprio in questoperiodo, mentre la crisi stava per sfociare nello scioglimento, lavita (artificiale) dell‘ensemble fu travolta dalla foga di un personaggio che portò con sé un bel bagaglio di idee, entusiasmo ed energie: il tizio in questione. che aveva già conosciuto i musicistinell‘estate del 1973, proveniva da Londra e si chiamava MalcolmMcLaren. Con i Dolls, il vulcanico Malcolm tentò di applicare le terroristiche strategie promozionali che più tardi avrebbero prodotto benpiù fortunati esiti con i Sex Pistols; forte del suo carisma, McLarensi affermò nel ruolo di eminenza grigia del quintetto, risollevandolodal punto di vista individuale – finanziò addirittura una terapia di disintossicazione per Kane – e mettendo in atto il processo di rinnovamento dell‘immagine che nel febbraio 1975 si concretizzò nei famosi completi in pelle rosso fuoco e in un palco dietro il quale troneggiava un‘enorme bandiera con falce e martello (i richiami alcomunismo, in realtà, senrvivano solo a provocare e ad alimentarele chiacchiere dei media). Interessante testimonianza di tutto ciò è l‘album Red Patent Leather, registrato dal vivo al LittleHippodrome Club di New York e confezionato nel 1984 dalla francese Fan Club; un documento che ha anche funzione di epitaffio, visto che pochissimo dopo il sogno di una nuova chance si infranse definitivamente con le dimissioni di Thunders, Nolan e Kane e il ritorno in Inghilterra di McLaren. Quanto realizzato sotto la sigla New York Dolls dopo il giugno ‘75, compreso il tour giapponese dell‘agosto dello stesso anno, va infatti considerato come farina del sacco dei soli Sylvain e Johansen, e dunque come un discutibile tentativo di tenere in piedi un qualcosa che non era né sarebbe mai potuto essere più come prima.
Con i quasi due decenni di avvenimenti post-Dolls si potrebbero riempire almeno un altro paio di rubriche, e quindi non meravigliatevi se in questa sede non ci occuperemo approfonditamente delle lunghe carriere di Johansen (prima con le sue vere generalità e poi con lo pseudonimo Buster Poindexter) e di Thunders (purtroppo interrottasi con una overdose alla fine del 1991, dopo una girandola di sballi, dischi in proprio, riedizioni dei suoi Heartbreakers e collaborazioni varie) e di quelle certo più oscure di Kane (anche‘egli purtroppo scomparso), Sylvain e Nolan; ci limiteremo, invece, a segnalarvi l‘antologia Sons Of The Dolls (Fan Club, 1983), che raccoglie brani tratti dagli introvabili singoli di Killer Kane Band, Idols (sempre Kane, ma assieme a Nolan), Corpse Grinders (ancora con l‘onnipresente bassista) e Criminals (un Sylvain molto Sixties): diffondere a volume folle le note di uno di essi, a partire da quel crudo e devastante Mr. Cool della Killer Kane Band che da solo basterebbe a renderne obbligatorio l‘acquisto, è a parere di chi scrive il modo migliore per onorare la memoria di questi cinque rocker deviati e perdenti. R.I.P.
Tratto da Rumore n.34 dell’aprile 1994

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