Wall Of Voodoo

Lo dico subito: questa breve retrospettiva buttata giù al volo per tappare un buco creatosi in un inserto “Classic Rock” del 2000 non è ‘sto granché, e certo non rende giustizia allo spessore del gruppo cui è dedicato. Sullo stesso tema ne ho scritto uno più esteso (e, credo, migliore) nel 1986, ma ce l‘ho solo su carta e al momento non sono attrezzato per la conversione in formato testo. Un giorno arriverà anche quello.
Wall Of Voodoo foto
Esattamente vent’anni fa, nel settembre 1980, vedeva la luce con il marchio Index l’omonimo mini-LP d’esordio di un’ennesima formazione californiana proveniente dal prolifico circuito punk di Los Angeles ma consacrata a uno stile che con il punk non aveva nulla a che spartire. Il disco, che racchiudeva quattro composizioni standard e due brevi episodi strumentali, era intestato ai Wall Of Voodoo, bizzarro quintetto il cui organico comprendeva il chitarrista Marc Moreland, il tastierista Chas T. Gray, il bassista Bruce Moreland, il batterista Joe Nanini e il cantante Stanard Ridgway. Fui proprio io a recensirlo nel “preistorico” n.37 di questa rivista, con ampio spargimento di superlativi ma senza immaginare che quella band sarebbe diventata una delle mie preferite di sempre: per la sua spiccata personalità nel fondere assieme new wave dalle atmosfere pseudo-dark e richiami alle radici, citazioni morriconiane e fantasie elettroniche, sprazzi pop ed energia rock; il tutto dominato da una voce impossibile da confondere con qualsiasi altra, carica di pathos e tensione ma parallelamente in grado di distendersi morbidamente in narrazioni confidenziali.
Benché ancora acerbi, quei quattro brani – Longarm, The Passenger, Can’t Make Love e una geniale cover di Ring Of Fire di Johnny Cash, a metà tra il bucolico e il metropolitano – contenevano già tutti gli elementi che i Wall Of Voodoo avrebbero di lì a poco sviluppato in Dark Continent del 1981 e nel capolavoro Call Of The West del 1982, il primo con toni più cupi, spigolosi e a volte glaciali e il secondo con una maggiore propensione al lirismo (come nella superba title track, intrisa di solennità). Nonostante il discreto successo, dovuto per lo più alla buona accoglienza riservata al divertente singolo Mexican Radio dalle radio FM americane, pochi mesi dopo i Wall Of Voodoo si separavano: Ridgway optava per l’attività solistica (che, seppure in modo un po’ discontinuo, prosegue con ottimi esiti ancor oggi), mentre i compagni ingaggiavano il nuovo frontman Andy Prieboy e tentavano senza troppa fortuna di replicare la formula originaria, gettando poi definitivamente la spugna sul finire degli ‘80 a seguire altri tre album di alterno livello.
Il piccolo mito dei Wall Of Voodoo è insomma legato ai tre capitoli inaugurali della discografia, che oltre alle attrattive musicali – a cominciare, come già detto, dall’originalità – vantano un’altra arma di rara efficacia, i testi. Questo è quanto scrissi al proposito nel n.99, in un’articolo “celebrativo”. “Stan Ridgway, stregone ingenuo ma carismatico, occhieggia dietro il muro del voodoo, proiettando visioni di non comune nitidezza ed espressività. Le frasi delle sue liriche, secche ed incisive, conducono immediatamente a una situazione precisa, colpendo nello stesso tempo con la brillantezza dei particolari in esse descritti: frammenti di dialogo, citazioni autobiografiche, narrazioni dal sapore epico, storie di ordinaria follia, per dar vita a un’antologia di racconti in bilico tra sogno e realtà. Se Longarm appare piuttosto oscura con le sue probabili metafore, e se Can’t Make Love impressiona con il suo malinconico cinismo (“Sono un tipo a posto, ma non ti amo / voglio solo dormire con te”), è The Passenger a suscitare le impressioni più vive: un aereo in volo, destinazione oblio, un passeggero che stringe una misteriosa scatola ben conscio del fatto che “one false move will give it all away”.
In Dark Continent, invece, si profetizzano “giorni degli animali” (“Ora gli animali posseggono automobili / e hanno cominciato a correre su di noi”), si venera la figura di un padre (reale o simbolico, chi può dirlo?) che “sa come leggere il suo giornale del mattino / e mi racconta come è morto per vivere / lavorando duramente”, si inventano storie allucinate ma verosimili di impieghi alienanti; c’è spazio, comunque, anche per momenti di pura, tenebrosa poesia, come in Full Of Tension (“Guardando dalla finestra la gente in strada / cerco di stare calmo ma questa situazione mi tormenta / non posso frenarmi e non importa cosa cerchi di fare”) o in Good Times (“Notte, la città è buia e le strade sono desert / la pioggia scorre sul mio volto assieme a lacrime salate”). Già, il “Continente Oscuro” non è esattamente il posto migliore dove vivere; e allora, dove andare? Chi ascolta la “chiamata dell’Ovest” può imbattersi in un destino ancor più gramo. “Figliolo, non c’è nessuna matinee di western /e sei proprio fuori strada se cerchi l’yipee yi yai / Mi basta uno sguardo per capire che non sei di queste parti / e che come gringo sei appena agli inizi / A volte le sole cose che un selvaggio del West comprende / sono il whiskey, le pallottole e un pivellino come te”. Le parole del vecchio sopravvissuto di Call Of The West sono taglienti come la lama di un rasoio, e spazzano via le illusioni di chi è andato all’ovest in cerca di se stesso ed ha invece trovato “fine” prematuramente scritto in fondo al film della sua esistenza. Insieme a chi insegue i suoi ideali, nel microcosmo di Call Of The West c’è anche chi di ambizioni non ne ha più da molto tempo, come lo sconsolato protagonista di Factory (“Ritorno alla vita ogni venerdì, ritiro la paga /e riprendo la solita strada per casa, la stessa che faccio per andare al lavoro / Cazzo, questa è la vita / Beh, mi piace sapere quello che sto facendo quando lo faccio / e faccio quel che sto facendo / perchè non so che fare quando non lo faccio”).”
Il mini Wall Of Voodoo è stato ristampato in CD come The Index Masters (Restless 1991) con l’aggiunta di dieci pezzi dal vivo, mentre le riedizioni digitali di Dark Continent e Call Of The West sono uscite per l’etichetta che ne pubblicò in origine i vinili, la IRS di Miles Copeland. Quello impiegato per cercarli non sarà tempo mal speso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.410 del 19 settembre 2000

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