Zen Circus (2009)

L‘intervista qui recuperata è, nel suo piccolo, “storica”: fu infatti la prima in cui gli Zen Circus, con un mese di anticipo sull‘uscita, parlarono nel dettaglio di Andate tutti affanculo, l‘album della conversione totale – che finora non è stata rinnegata: si vedano i due lavori successivi, Nati per subire e Canzoni contro la natura – alla lingua italiana. Ovviamente, i ragazzi finirono sulla copertina del Mucchio, con una splendida e divertentissima foto di Ilaria Magliocchetti Lombi che faceva parte dello stesso servizio utilizzato per l‘artwork del disco.

Zen Circus fotoDopo dieci anni di intensa carriera discografica, numerosissimi concerti non solo entro i nostri confini e alcune collaborazioni prestigiose, gli Zen Circus stanno per pubblicare per La Tempesta il loro primo album cantato interamente in italiano. Si intitolerà Andate tutti affanculo e, no, non aspettatevi che i ragazzi pisani chiedano scusa per il francesismo.

È il 5 luglio e tra qualche ora gli Zen Circus si esibiranno in quel di Terni per l’Ephebia Rock Festival. È lì che li ho raggiunti, sfidando il peggior nubifragio che mai abbia affrontato al volante, per chiacchierare di tante cose ma soprattutto del nuovo disco che da giorni monopolizza il mio iPod: dieci brani spigolosi, selvatici e brillantemente sgarbati che confermano il trio come una delle realtà r’n’r più genuine e stimolanti oggi in azione nella Penisola. Appino (chitarra e voce), Ufo (basso e cori) e Karim Qqru (batteria) non suonano rock: sono rock dalla testa ai piedi e lo sono nell’accezione più istintiva, sfrontata e libera del termine, in piena sintonia con il marchio punk-folk loro affibbiato fin dai giorni degli esordi e impresso in modo ancor più evidente dopo il fortunato sodalizio con Brian Ritchie dei Violent Femmes. Quando parlano della band sono una cosa sola ed è perciò inutile specificare chi abbia detto cosa, ma ascoltarli è divertente – e coinvolgente – quasi quanto assistere a un loro concerto: nessuno penserebbe mai agli Zen Circus in relazione al celebre motto livornese “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”. Garantito.
Dopo un percorso di avvicinamento fatto di tracce sparse, siete arrivati al primo album tutto in italiano. C’è voluto così tanto perché avevate qualche riserva nei confronti dell’idea di fondo?
Nessuno di noi ha un background di musica italiana: siamo cresciuti col punk americano e il rock inglese, e da piccoli – come tanti – credevamo che le canzoni italiane fossero il male e quelle straniere il bene. La spinta a suonare ci è giunta dal r’n’r, ed è normale che esso e le sue dinamiche abbiano segnato il nostro cammino… la possibilità di usare la nostra lingua madre non era stata neppure contemplata, anche perché nel giro che frequentavamo da ragazzi – tutti e tre, benché di età diverse, eravamo assidui del mitico centro sociale Macchia Nera – i gruppi che cantavano in italiano, eccetto quelli hardcore e pochi altri, erano considerati “da concorso” e pertanto sfigati. Inoltre, c’è da dire che il nostro stile non sembrava adattissimo, e che in generale c’è un po’ paura che i testi paiano sciocchi o comunque inadeguati.
E poi che è successo?
Prima è venuto fuori un pezzo che ci piaceva, poi un secondo, e via via tutti gli altri… il nostro non era un pregiudizio, e infatti man mano che ci accorgevamo che le cose funzionavano – Vent’anni e Figlio di puttana sono stati in questo senso decisivi – abbiamo continuato a scrivere, partendo dalla struttura di base chitarra/voce. Abbiamo superato varie perplessità – specie rispetto ai cori, che ci parevano imbarazzanti – e siamo sempre stati severi nei confronti dei risultati, ma alla fine abbiamo capito che erano tutte cazzate: indipendentemente della lingua, Andate tutti affanculo contiene in assoluto alcune delle nostre migliori canzoni.
Prima, con l’inglese, non avvertivate la necessità di una comunicazione più diretta con il pubblico?
Ce lo dicevano in tanti, ma a noi la storia dell’obbligo dell’italiano stava sulle palle… non a caso ci siamo messi a cantare pure in francese, in spagnolo, in serbo: se lo fa Manu Chao, perché noi no? Purtroppo, qui siamo ghettizzati: gli svedesi, per dire, non si pongono problemi, dato che con l’inglese risultano comprensibili esattamente come con la loro lingua. Un italiano che canta in inglese, invece, non ha possibilità di emergere, per combinare qualcosa dovrebbe andare per forza all’estero… ma è difficile, visto che i nostri discografici sono più o meno incapaci – non solo per loro colpe – di esportare il rock nazionale. Prendi gli One Dimensional Man, che nel loro ambito erano tra i migliori a livello planetario ma che, per essere consacrati in patria, sono stati costretti ad adottare l’italiano e trasformarsi ne Il teatro degli orrori: bel disco, ok, ma è la “forzatura” a essere inaccettabile.
E non l’avete subita pure voi, questa forzatura? Non sarebbe poi così fuori dal mondo, no?
Per noi è stato tutto naturale e spontaneo, anche se nei concerti il maggior entusiasmo degli spettatori quando toccava ai brani in italiano ci ha dato da riflettere. Comunque, ok, una delle chiavi di lettura del titolo – per alcune delle altre, consultare il nostro “manifesto” sulla pagina Facebook – è proprio “lo abbiamo fatto, il disco in italiano, e allora andate tutti affanculo”.
Però due titoli di canzoni sono in inglese.
Massì, è un gioco… Ci piace confondere le acque. E poi, d’accordo che il nostro Presidente del Consiglio in inglese non sa dire nemmeno “ciao”, ma non esageriamo.
Di sicuro nessuno potrà accusarvi di puntare alle radio, considerata la terminologia senza peli sulla lingua.
Ah, puoi scommetterci! Peraltro, non è detto che si tratti di una svolta definitiva: anzi, rivendichiamo la facoltà di cantare nella lingua che, a seconda del momento, riteniamo più opportuna. Con Brian Ritchie dei Violent Femmes, che ha prodotto il precedente Villa Inferno e ha suonato con noi nel disco e in tour, si è discusso seriamente dell’ipotesi di un album tutto in inglese per il mercato australiano, ed è molto probabile che nel prossimo futuro canteremo in rumeno!
Rispetto al passato, sul piano dell’elaborazione musicale ci sono state differenze di rilievo?
Per quanto riguarda il songwriting è andata come al solito, non abbiamo tentato di addolcire o normalizzare nulla, mentre i tempi di lavorazione si sono parecchio allungati a causa della scelta di incidere in modo non continuativo, incastrando registrazioni e mixaggi fra i concerti che non abbiamo smesso di tenere. Abbiamo adottato la formula “venite quando vi pare” suggerita da Manuele Fusaroli, proprietario dello studio Natural HeadQuarter di Ferrara e in quest’occasione nostro produttore: lui è un serio professionista ma anche un pazzo geniale, che è riuscito a mettere ordine sotto il profilo tecnico senza snaturare l’impronta “artigianale” degli Zen Circus.
Quanto Andate tutti affanculo è da considerare un concept, e qual è il suo “messaggio”?
Senza alcuna pretesa “alta” il disco racconta l’Italia, che abbiamo girato in lungo e in largo con il nostro furgone: potremmo quasi dire “casa per casa”, come i Testimoni di Geova. È un paese che negli ultimi tempi ci fa sempre più paura – superfluo spiegare perché, no? – ma del quale per altri versi siamo innamorati: lo capiamo sempre meno ma lo amiamo sempre più, e volevamo raccontarne qualcosa con schiettezza e senza fronzoli, sia con le parole che in musica. Anche a rischio di essere fraintesi, di passare per boriosi, di sentir tornare al mittente il nostro “affanculo”… del resto non è un mistero che provocare ci piaccia, in maniera che può pure sembrare un po’ infantile ma nella sostanza non lo è, e ci esalta la prospettiva di essere ricordati, un domani, come quelli che hanno scritto Figlio di puttana, Gente di merda e Andate tutti affanculo.
Io vedo l’album come una raccolta di ritratti che, assieme, compongono un quadro persino più ampio della somma dei singoli elementi. Da dove è nata l’ispirazione per i vostri “personaggi”?
Premesso che abbiamo sempre avuto una predilezione per i personaggi, come dichiarato anche da vari titoli dei nostri precedenti dischi, gli spunti derivano spesso da vicende (auto)biografiche, com’è stato per Figlio di puttana. Sono storie piccole, di provincia, i protagonisti delle quali sono per lo più poveri e a volte disadattati. Noi proveniamo da famiglie più o meno disagiate, abbiamo avuto occupazioni di merda e lavorato in fabbrica, ma la working class di adesso non è più quella di una volta, avvertiamo un certo disagio nel relazionarcisi pur avendo le stesse radici. Pasolini, che vi riscontrava giustamente purezza, si era accorto dell’imbarbarimento verso cui il proletariato stava scivolando: chissà cosa direbbe, dopo trent’anni e tre generazioni, vedendo quanto le sue profezie si siano avverate. È un discorso spinoso, scomodo, ma reale: in molti casi i giovani “poveri” di oggi sono tali non solo materialmente ma anche nello spirito, senza più la semplicità e i valori di una volta, e questo principalmente per come vengono educati…
Dopo aver ascoltato il disco, rimane addosso un forte sapore di cinismo. La speranza è un’utopia?
No, non è un’utopia, ma il sentimento che prevale – l’impatto del ritorno in Italia dopo le date in Australia è stato in tal senso traumatico – non è positivo, benché sia filtrato attraverso l’ironia. Però “andate tutti affanculo” è un urlo di sfida e non di rassegnazione, non a caso nelle foto di copertina lo abbiamo scritto sui classici cartelli di protesta da corteo. Non serve girarci troppo attorno: ci si nasce, nella merda e nel sangue, e l’album riflette un periodo sociale che di buono ha poco. Mentre negli anni ‘70 la gente si ammazzava per gli ideali, oggi non accade nulla, forse perché tutti credono di stare, in fondo, bene. Agli italiani viene di continuo venduto un sogno, viene trasmesso il messaggio di dover essere a ogni costo vincenti, e il disco incarna questo senso di spietatezza che purtroppo si respira nell’aria. Al di là di quel che si può riscontrare con un’analisi superficiale, il nostro atteggiamento è assai poco nonsense e piuttosto pragmatico, in linea con quello dei Minutemen di D. Boon e Mike Watt. Bisogna dire le cose come stanno, l’importante è dare un segnale. Cerchiamo di farlo con lucidità, ma essendo anche istintivi capita che ci scappino lo scatto d’ira, il momento no. Comunque non abbiamo la verità in tasca, e forse nemmeno saremmo così contenti di averla.
E non siete nemmeno “politicamente corretti”, altra aberrazione recente di questa società: in almeno due brani, ad esempio, compare il termine “frocio”.
Esatto: a essere discriminante e offensivo è come i telegiornali usano la parola “omosessuale”, non certo come gli Zen Circus dicono “frocio”. Siamo seri, su, conta l’intenzione, e la nostra è limpidissima. Nessuno potrebbe mai accusarci di nulla, e se lo facesse… pazienza, vorrebbe dire che non ci ha capiti nemmeno un po’. Del resto le nostre canzoni non sono per chiunque, ma per chi ci si ritrova dentro.
Ritenete che qui da noi mancasse, un presenza come la vostra?
Pur rispettandola, ci teniamo a sottolineare di non essere in alcun modo figli della scena italiana dei ‘90, quella dei C.S.I., degli Afterhours e dei Marlene Kuntz: la nostra attitudine è punk, è “fallo da te”, e ci piacerebbe moltissimo che gli aspiranti musicisti che vengono a vederci pensassero “possiamo farlo pure noi!”. La nostra piccola ma grande ambizione è costituire una specie di “terza via” tra il rock nazionale con pretese autoriali e quello che non può esimersi dal proporre dal vivo Bella ciao e i canti dei partigiani. In questo, però, non abbiamo certo la pretesa di essere originali, dato che all’estero esperienze come la nostra sono frequentissime.
Avete partecipato alla compilation Il paese è reale: l’avete preso come un attestato di essere una realtà “che conta”?
È stata una faccenda rapidissima, ci hanno chiesto di esserci e abbiamo aderito, anche se non amiamo le raccolte così eterogenee. Senza volere offendere nessuno, però, se il “paese reale” è quello non c’è da stare troppo allegri: la ricerca su quello che sta succedendo, oggi, nella musica italiana si poteva fare un po’ meglio.
Questa affermazione, sincera ma poco diplomatica, confermerà la nomea di gente ruvida, poco malleabile e da prendere con le molle che avete nel circuito cosiddetto alternativo. Voi come la vedete?
Beh, sicuramente il nostro aspetto rustico e i nostri modi “selvatici” alimentano tale reputazione. Il resto è la conseguenza dell’inevitabile superficialità di rapporti… quando si suona con altri gruppi, e anche con i promoter, il più delle volte ci si limita a incrociarsi, non si ha opportunità di socializzare, e pure noi abbiamo inizialmente ritenute stronze persone che poi, conoscendole meglio, si sono rivelate ottime. Comunque, meglio essere considerato un testa di cazzo che un vate.
Visto che abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: la vostra posizione sul panorama indie?
La definiremmo “tangenziale”, nel senso che non abbiamo nulla contro le belle situazioni aggregative che propone. Se però “indie” deve diventare una categoria estetica e comportamentale, o peggio una moda fondata sull’apparenza e sull’omologazione, allora no: siamo a favore delle individualità, dell’espressione libera e vitale di ciò che si è, e non ci piacciono le gabbie e i ghetti.
Sono passati dieci anni dal primo album. Volendo abbozzare un bilancio?
Siamo partiti da Pisa con roba suonata male per strada, da buskers (a parlare è Appino, l’unico superstite dell’originario duo chitarra-batteria, NdI), con l’obiettivo di far casino e la certezza di essere presi a pesci in faccia dovunque si andasse. Poi le cose si sono perfezionate, ma non ci saremmo mai aspettati di durare così a lungo e soprattutto di trasformare la nostra passione in un lavoro… perché, sì, da Villa Inferno in poi riusciamo a vivere di Zen Circus, anche se “lo stipendio” è al massimo da operaio. Questa è forse la nostra più grande soddisfazione.
Aspirazioni per il futuro?
Poter continuare così, diventando in qualche misura l’equivalente italiano degli immensi No Means No: sentiamo di potercela fare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.662 del settembre 2009

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