Roma live

Cinque anni e mezzo fa mi trovai a scrivere questo articolo dedicato a Circolo degli Artisti e Init, due club romani che presentano tanta ottima musica dal vivo. Oggi Raniero Pizza e Lorenzo De Angelis non lavorano più con il Circolo ma gestiscono la loro struttura Ausgang, che organizza concerti appoggiandosi a più locali; Gianpaolo Felici è invece ancora al suo posto. Nonostante la situazione generale sia cambiata, e nonostante il presumibile disinteresse dei non romani, ritengo che il pezzo abbia ancora un suo senso, e per questo lo ripropongo.

Circolo-InitStorie molto diverse ma anche ricche di punti di contatto, quelle del Circolo degli Artisti e dell’INIT: ormai “antico” il primo, seppure con un (forzato) cambiamento di sede, e più giovane il secondo, miracolosamente sopravvissuto a una lunga chiusura (obbligata) che avrebbe potuto troncarne per sempre l’attività, i due locali sono indiscutibilmente il fulcro del circuito live romano, almeno per le proposte cosiddette alternative e (più o meno) di culto nell’ambito del rock, del pop, della dance e della musica italiana di qualità. Ne abbiamo parlato nell’area esterna dell’INIT, in una fresca serata di inizio autunno, con i responsabili artistici Raniero Pizza e Giampaolo Felici (sì, il leader degli Ardecore).
Direi che per prima cosa sarebbe opportuno fare un minimo di storia…
Raniero: Il Circolo nasce in Via Lamarmora nel 1989, quando la zona di Piazza Vittorio era ancora degradata, grazie a Romano Cruciani e Gianluca Celidonio. All’epoca i centri sociali non esistevano ancora, e quindi il locale fungeva da raccordo alle esperienze non classificabili di quel periodo. È stato una specie di fucina di talenti, e molta delle scena cittadina degli ultimi vent’anni è in qualche modo legata al suo nome. Quando lo frequentavo, da ragazzino, lo consideravo un posto “di frontiera”… trovarmici a lavorare – cosa che faccio dal 1999, cioè dalla rinascita in Via Casilina Vecchia dopo alterne vicissitudini dovute al passaggio all’attuale sede e alcune querelle con l’Init – è una grandissima soddisfazione.
Giampaolo: L’INIT doveva partire nel 1999, con il nome Vixo, nell’area dove oggi si trova il Circolo. È però successo che il Comune, dopo averli sfrattati da Via Lamarmora per costruirvi il mercato di Piazza Vittorio, abbia assegnato a loro lo spazio di Via Casilina Vecchia destinando a noi quello di Via della Stazione Tuscolana, a patto di costituirci in associazione culturale e restaurare l’immobile a nostre spese detraendone l’importo dall’affitto mensile pagato al Comune. Abbiamo aspettato due anni solo per ottenere il permesso di aprire, dato che la struttura sorge sopra l’acquedotto romano, e abbiamo dovuto sistemare tutto… mancava addirittura il pavimento! Poco più di un anno dopo siamo stati costretti a chiudere e il locale è rimasto sotto sequestro per tre anni perché non era completamente a norma: abbiamo tenuto vivo il nome organizzando eventi in altri posti, Circolo compreso, e solo nel novembre 2007 siamo riusciti a riprendere l’attività, accorgendoci di come, nel frattempo, il panorama si fosse notevolmente evoluto.
In termini quantitativi forse anche troppo, almeno rispetto alle potenzialità di assorbimento da parte del pubblico.
G. In effetti, fino a non troppi anni fa, a Roma non c’erano più di quattro o cinque concerti di un certo tipo al mese, mentre oggi possono essercene anche cinque al giorno.
R: Però è vero che la gente non basta per riempire tutti i club, vuoi perché sotto il profilo culturale l’Italia è il Terzo Mondo, vuoi perché in generale si nutre meno curiosità di una volta per i concerti. Per questo motivo ci sentiamo autentici operatori culturali.
G: Lavoriamo un po’ per passione e un po’ con l’intento di educare il pubblico, mai per interesse… anche perché a questi livelli la musica dal vivo rende poco.
Eppure si dice che, mentre le vendite dei dischi crollano, il live – del quale non esistono equivalenti gratuiti – va alla grande…
R: Non penso che i ragazzini che non comprano più CD perché li scaricano investano quanto risparmiato nei concerti: c’è piuttosto uno zoccolo duro di appassionati che ama il live e vi si riconosce. Le nuove generazioni italiane sono cresciute in un background in cui la musica non esiste, a cominciare dalla scuola; inoltre, i servizi e le infrastrutture non sono mai in sinergia con il mondo artistico come all’estero, e così far venire ad assistere a un concerto chi ha vissuto in questo vuoto diventa difficile. È come portare chi non conosce il teatro a uno spettacolo sperimentale: quasi gli viene il mal di testa.
Però, anche se i fruitori sono numericamente insufficienti, l’offerta si sta moltiplicando. Specie per artisti esteri.
G:La cosa più difficile per i club resta quella di portare in scena i nuovi nomi, le agenzie europee spesso speculano sui loro artisti mentre gli italiani pagano sempre dazio nei confronti degli stranieri: abbiamo una riverenza eccessiva verso l’estero, la proposta anglo-americana assorbe ancora l’80 percento. Creare una rete di gruppi nazionali che riescano a girare è complicato e a Roma, in particolare, manca proprio una produzione che sappia individuare il meglio del panorama locale e metterlo in collegamento con quello che accade nel resto del Paese.
R: Però la scena sta crescendo, nel senso che il clima tra i club sta diventando più collaborativo: ci si sente, ci si confronta, si scambiano i propri know how… benché ancora non esista una vera progettualità, una mappa per poter gestire bene le tournée, qualche passo avanti lo stiamo compiendo. Club e promoter si dovrebbero consorziare e metter su, ad esempio, un grande festival estivo. È vero che molti agenti rilanciano sulla base d’asta e vendono le date ai locali a prezzi maggiorati, ma questo è sempre esistito. A me piace guardare alle cose con ottimismo: qui a Roma si dice che “tanti parlano e pochi fanno”, ma noi più che parlare vorremmo agire. Già tra Circolo e INIT, nella scorsa primavera, è nata una sinergia per “Alter” (una bella rassegna indie gestita in piena armonia dai due locali, NdR), e adesso stiamo lavorando per spettacoli a prezzo unificato. Sarebbe ottimo allestire tavoli di lavoro aperti a tutti affinché musicisti, manager, produttori e pubblico escano dai rispettivi compartimenti stagni e tentino di coordinarsi nell’interesse comune.
Secondo voi, perché il contributo di Roma alla scena rock nazionale è sempre stato – cantautori a parte – sempre così deficitario?
G: Una realtà di grande rilievo c’è senz’altro, ed è quella degli Zu: il loro “messaggio” è che, anche suonando musica che i più ritengono inascoltabile, puoi riuscire a viverci e ad acquisire fama anche fuori dall’Italia. Chiaramente, in questa dimensione, gli artisti devono capire che spetta a loro cercare le date, andare in giro con il furgone, arrangiarsi e se capita dormire per terra. Ma pochi sono pronti a questo, e quasi tutti preferiscono attendere la manna dal cielo.
R: Noi possiamo dare un input, offrire un palco, promuovere i concerti in modo da garantire una certa affluenza… ma il resto devono farlo loro, i musicisti, diventando “imprenditori di se stessi”. Oggi per essere musicista saper stare su un palco non è sufficiente.
Sotto il profilo pratico come siete strutturati?
R: Siamo nati come associazione culturale, ma le troppe complicazioni ci hanno obbligati a trasformarci in una cooperativa. Il nostro staff è composto da quindici elementi, dieci dei quali lavorano in pianta stabile nella produzione, anche dodici/tredici ore al giorno. La nostra attività è simile a quella dei tour operator – contattare l’agenzia, occuparsi dell’alloggio, del trasporto e del catering… – e per svolgerla serve personale specializzato valido, dai tecnici all’ufficio stampa. Ci teniamo che chi suona da noi sia contento, la sua soddisfazione è il nostro biglietto da visita. L’investimento è a lungo termine: curare un artista, cercare di farlo crescere, proporlo una prima volta e poi una seconda sei mesi dopo, in modo da abituare la piazza a sonorità magari snobbate dai canali convenzionali. Alla lunga, questo paga.
G: L’INIT, invece, è ancora un’associazione culturale, con tutti i limiti derivanti dalla legislazione al riguardo: un tempo operare nella cultura era meno complesso, mentre ora sembra quasi che le amministrazioni vogliano penalizzare gli organizzatori di spettacoli live, come se fossero un modo per fare “soldi facili”. Le nostre dimensioni interne sono appena più ristrette al confronto con il Circolo, che però ha uno sfogo esterno molto più vasto e un team più ampio: noi, in totale, siamo sei/sette. I nostri obiettivi, però, coincidono con i loro, e speriamo che la collaborazione diventi sempre più stretta. A novembre, tra Circolo e Init, i concerti sono più di trenta, e ciò significa che nel giro di poche centinaia di metri si sta decidendo l’evoluzione del panorama musicale romano. E ci attribuiamo anche un merito di carattere sociale: pochi anni fa il Mandrione era periferia, mentre adesso è un polo di attrazione culturale.
Approfondiamo un po’ la questione dei rapporti con le istituzioni?
R: Il Comune non è proprio disattento: per esempio, gli affitti mensili non sono alti, ma il problema è soprattutto legislativo. Noi siamo a metà tra circensi e discotecari, si fatica a distinguere tra i club dove si suona dal vivo, le classiche discoteche, i pub e tutto il resto… non c’è una definizione precisa delle nostre professionalità né esiste un listino dei prezzi, per cui le istituzioni vedono il locale pieno e credono che i guadagni siano ingenti. Servirebbe un “Ufficio dello Spettacolo” che riconosca il valore culturale dei club e razionalizzi tutte le faccende burocratiche… e magari serva anche a finanziare tournée all’estero dei nostri artisti.
G: In Italia mancano politiche culturali serie: dopo averti concesso uno spazio le istituzioni ti abbandonano, mentre dovrebbero in qualche modo sostenere chi crea cultura, fosse anche solo perché la cultura crea lavoro. La nostra politica, in questo senso, è ancora molto deficitaria.
Credete che operare su un territorio metropolitano sia un vantaggio o uno svantaggio, rispetto alla provincia?
G: In centri più piccoli c’è molta meno concorrenza, e sul piano burocratico si è meno contrastati perché gli organi di verifica sono più snelli. Ad esempio, nella Pianura Padana c’è un’attenzione maggiore ai locali che creano cultura, e questo ha influenzato positivamente la scena musicale.
R: Il rovescio della medaglia è che il bacino di utenza è molto più ristretto, mentre a Roma abbiamo addirittura un pubblico internazionale. Non cambierei mai la grande città con la provincia, anche perché qui si può respirare un clima di competizione che stimola di sicuro a fare sempre meglio.
Personalmente ritengo Circolo e INIT una sorta di evoluzione dei centri sociali, che a Roma rimangono comunque parecchio attivi. Voi come vi ponete, nei loro confronti?
G: Il rapporto tra noi i centri sociali non è affatto problematico, ne condividiamo l’idea di libertà e lo spirito di aggregazione… Però, chiaramente, le dinamiche sono differenti, anche per la specificità del nostro lavoro.
R: C’è sempre stato un interscambio di elementi tra club e centri sociali, sebbene il passaggio da una realtà meno sorvegliata a una più rigida sia complicato per chiunque. Ad ogni modo, credo che i centri sociali continuino e possano continuare a svolgere un ruolo importante, anche se diverso dal nostro.
È un dato di fatto che, finora, Circolo e INIT stiano via via ampliando i loro orizzonti, e si sa che la crescita comporta anche l’aumento delle complicazioni pratiche. In prospettiva, come vi vedete?
R: Tutti vorremmo che le nostre strutture crescessero pian piano, per poter dar vita a soluzioni che per vari motivi, tra i quali la capienza limitata, ora non possiamo ospitare.
G: Ritengo che sia fondamentale, quando funziona, mantenere un tipo di proposta circoscritta a un solo ambito e allo stesso tempo aprirsi a nuovi scenari, così come è fondamentale che esistano microclub, locali medi e sale più grandi: avere spazi di dimensioni diverse che offrono le stesse cose può creare confusione e dar vita a un meccanismo anarchico.
Poco fa si accennava alla capienza: quanto le dimensioni tutto sommato ridotte costituiscono un handicap?
G: Le norme al riguardo sono molto restrittive, nel senso che ciascuno spettatore dovrebbe avere un metro quadrato e mezzo di spazio… ma rispettandole alla lettera dovremmo rinunciare a ogni concerto un minimo significativo: in genere il numero consentito è sotto la soglia di pareggio. Fondamentalmente, non ci si fa grande caso: certo, se arriva un controllo fioccano le multe, ma sono rischi da correre.
Secondo voi queste regole sono assurde?
R: No, hanno una loro logica, ma andrebbero riviste: è giusto che ci siano le uscite di sicurezza e che i bagni funzionino, ma se per le capienze ci si basa su parametri vetusti, che magari potevano essere adeguati per le balere, non c’è futuro.
Come vi regolate, invece, per quanto concerne i prezzi?
R: Cerchiamo di rendere gli spettacoli fruibili a chiunque, con molti biglietti che non superano i dieci o dodici euro, ma è difficilissimo: al momento di acquistare una data non si sa mai, nel dettaglio, quali saranno le spese. Volendo contenere gli ingressi, cerchiamo sempre altre vie… e per fortuna, oggi, media e sponsor ci riservano un pizzico di attenzione in più,
C’è infine un’altra questione, squisitamente romana: l’orario di inizio, e quindi di conclusione, dei concerti, troppo tardi per gente che il giorno dopo deve andare al lavoro. Vi state muovendo per debellare il malcostume per il quale, a Roma, quasi nessuno arriva in un club prima delle 22 e 30?
R: Qui non siamo a Londra, gli stili di vita sono differenti da quelli del Nord Europa: credo sia fisiologico adattarsi un po’ alle abitudini del pubblico. Comunque ci stiamo impegnando parecchio in questo senso anticipando l’ora di inizio alle 22 e facendo capire che, quando scriviamo “apertura porte 21 e 30 e concerto 22” non si tratta della solita barzelletta. Siamo i primi ad auspicare che, almeno in mezzo alla settimana, gli spettacoli terminino non oltre mezzanotte: abbiamo famiglia, di giorno dobbiamo lavorare, e anche noi non siamo entusiasti all’idea di ritornare a casa tutti i giorni all’alba!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.653 del dicembre 2008

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Roma live

  1. Alfonso

    Al Circolo e all’Init ho visto dal vivo la metà abbondante della musica scoperta sul Mucchio che volevo poi andare a “toccare con mano”. Gli unici locali di Roma con un programma coerente, prezzi onesti e dj set fatti bene. Peccato però che con gli orari non siano stati fatti grossi passi avanti. Pochi giorni fa sono stato all’Init per gli Estra, inizio dopo le 23 avendo poi un’infame sveglia alle 5:10 causa lavoro…

  2. Bel post, mi piace! 🙂

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