Stan Ridgway

Stan Ridgway è da ormai quasi trentacinque anni uno dei miei artisti preferiti. L‘ho incontrato varie volte e stranamente non l’ho mai intervistato, ma nel mio archivio giacciono un paio di articoli e bel po‘ di recensioni. Escludendo quelle ancora da scansionare e convertire in file di testo, c’era però poca scelta: Anatomy o Snakebite. Ho tirato in aria la moneta ed è uscita la seconda.

Ridgway copSnakebite (Redfly)
C’è un brano in qualche modo speciale, sul finire di quest’ultima fatica di Stan Ridgway: si intitola Talkin’ Wall Of Voodoo Blues Pt.1 ed è una piccola autobiografia musicale – con tanto di nomi, cognomi e luoghi: fatti, insomma – dedicata all’intensa vicenda del gruppo in cui il nostro uomo si è fatto le ossa. Non è, almeno sul piano “tecnico”, il migliore della scaletta ma è certo quella che colpirà più facilmente i cuori di chi all’epoca c’era e giustamente considerava Ridgway una figura centrale del rock: perché i Wall Of Voodoo, quelli di Dark Continent e soprattutto Call Of The West, sono stati una band straordinaria, così come l’esordio da solista di Stan – The Big Heat, AD 1986 – rimane una delle pietre miliari discografiche degli ‘80.
Snakebite, tanto vale dirlo subito, è un’eccellente prova ma non è (né potrebbe mai essere) un altro The Big Heat. Sono passati diciott’anni e Ridgway non è più un trentenne di successo ma un cinquantenne che ha trovato – e non troppo facilmente, si presume – il proprio equilibrio espressivo e privato in un approccio squisitamente artigianale alla musica e al business che le sta attorno: pochi sogni di gloria e tanta genuina passione sfogata dividendosi tra colonne sonore e canzoni rese uniche da una voce inconfondibile – chi ha la sfortuna di non averla mai sentita immagini, ora che essa si è fatta anche più grave, un Johnny Cash più metallico – e caratterizzate da una bizzarra ma intrigantissima fusione di modelli tradizionali spesso sconfinanti nel roots e trame elettroniche peraltro mai esagerate o invadenti. E canzoni delle quali quest’album, significativamente sottotitolato Blacktop Ballads & Fugitive Songs, allinea un repertorio ispirato e policromo, cui l’indole per lo più confidenziale – a dispetto di una ritmica comunque presente – attribuisce profondità e magnetismo in misura maggiore di quanto accadrebbe con soluzioni più frizzanti e “pop”.
Uno Stan Ridgway in gran spolvero, insomma. Solenne ma a tratti gigione, evocativo ma in grado quando vuole di far muovere il piedino, colto e popolare; nonché abilissimo nel concepire testi che, grazie all’uso di termini e strutture anche atipici, contribuiscono in modo determinante alla forza immaginifica del suo songwriting, e carismatico pure quando – qui accade solo con Monsters Of The Id, di Mose Allison – veste i panni dell’interprete. Fosse stato un po’ più agile, sfrondato di quei tre o quattro episodi non irresistibili che portano la sua durata complessiva a sfiorare i settanta minuti, parleremmo probabilmente di Snakebite come di un capolavoro assoluto. A malincuore non lo facciamo, ma conquistati da gioielli come Afghan/Forklift, Our Manhattan Moment, una Crow Hollow Blues un bel po‘ “waitsiana”, Throw It Away e Classic Hollywood Ending, oltre alle già citate Monsters Of The Id e Talkin’ Wall Of Voodoo Blues Pt.1, strappiamo ugualmente dal cielo quattro (luminosissime) stelline.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.584 del 22 giugno 2004

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Stan Ridgway

  1. Demis

    Grazie Federico per questo ripescaggio, io per la verità avrei preferito che la monetina scegliesse Anatomy, tuttavia volevo chiedere la tua opinione riguardo gli ultimi anni di carriera di Stan, dando per scontato che fino a Black diamond incluso sia eccezionale, grazie mille.

  2. Ciao Federico, sono entrato in un forum dove posto qualche disco e, pur se i membri ascoltano ottima musica, se vedono un artista nato negli 80 o dopo non lo degnano minimamente di uno sguardo, però se nel 2014 esce un disco di un vecchio cadavere se lo comprano.
    Uno di questi giorni posterò i WOV e The Big Heat e sono convinto che ignoreranno anche questi ma non me ne frega nulla eccetto la possibilità di omaggiare Stan e soci affiancandoli ai grandi dischi delle 2 decadi precedenti accanto ai quali faranno bella mostra in barba ai detrattori!!!

    Ugo Camouflage 🙂

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