Giardini di Mirò

Dai tempi di questa intervista i Giardini di Mirò hanno pubblicato un altro album propriamente detto (Good Luck, 2012) e una colonna sonora (Il fuoco, 2009), ma la chiacchierata con Corrado Nuccini rimane in ogni caso perfettamente esplicativa dell‘indole della band emiliana.
Giardini di Mirò foto
Con Dividing Opinions, terzo album in uscita il 23 gennaio, i Giardini di Mirò hanno compiuto un ulteriore passo in avanti nella definizione di uno stile che rimane comunque in costante movimento. Di questo è d’altro si è parlato con Corrado Nuccini, che con la sua verve ha piacevolmente sfatato la leggenda secondo la quale i musicisti di scuola post-rock sono tristi, seriosi e di poche parole.
Punk …Not Diet lo aveva fatto intendere, ma Dividing Opinions non lascia più dubbi: vi state convertendo alla “canzone pop”, seppur nell’accezione più nobile del termine.
In realtà abbiamo attuato una “razionalizzazione”, fondata su scelte di produzione che prediligono alcuni suoni cercando di ottenere un risultato potente e mai confuso; in questo, le ritmiche di Francesco hanno dato ai pezzi la quadratura che in passato mancava. Punk …Not Diet trabocca di arrangiamenti, stili e trame che si sovrappongono, perché credevamo che fosse il modo migliore per ottenere soluzioni complesse e psichedeliche. In Dividing Opinions abbiamo mutato rotta, tutto è più logico e coerente: ogni elemento ha un senso preciso e viene valorizzato al massimo. Credo che ciò abbia portato a una musica più intelligibile. Vogliamo chiamarla pop? Se non tuona il cielo, facciamolo. Anzi, facciamolo e basta.
Generalizzando al massimo, potremmo dire che dal post-rock degli esordi siete giunti a una specie di shoegaze riveduto e corretto. Eresia?
Credo sia un’opinione molto condivisibile. Mi piace però pensare che il suono perfetto dei Giardini di Mirò esista da sempre e che i dischi siano prove di avvicinamento a esso. Per il resto, post-rock e shoegaze, oltre a psichedelia ed elettronica, sono definizioni che aiutano a comprendere il nostro lavoro: come un indirizzo serve a trovare un palazzo ma non ne descrive i dettagli, l‘arredamento, l’accoglienza di chi ci vive, così le categorie musicali forniscono alcune macroinformazioni utili a capirsi, a escludere quel che proprio non c’entra.
Dopo la positiva collaborazione con Alessandro Raina siete di nuovo senza un cantante di ruolo. Cos’è accaduto, e a posteriori che giudizio date di quella fase?
Si sono manifestate divergenze tra noi e alcune di esse, nei momenti più tesi, hanno causato contrasti. Sarebbe ipocrita negarlo così come sarebbe sbagliato, vista la natura personale dell’argomento, farne qualcosa di pubblico, specie non interpellando l’altra parte in causa. L’esperienza si è interrotta perchè avevamo esigenze diverse e cercavamo cose diverse. Io però sono intimamente legato a un Alessandro Raina musicista raffinato e di talento, persona intelligente e sensibile dalla quale ho imparato molto. A lui associo ricordi piacevoli.
E adesso tu e Jukka Reverberi vi alternate alla voce. La situazione del non-cantante offre molte opportunità ma può anche dare problemi: una band “normale” non è meglio di una “aperta”, magari in relazione ai concerti?
Assolutamente no: ci sono tanti gruppi senza un vero frontman, dove tutti hanno il loro spazio. Pensaci bene, la scelta di cantare i nostri pezzi va in direzione opposta a quella della band “aperta”: se avessimo preferito quella linea avremmo chiamato un esterno, com’è successo con Alessandro. Invece, abbiamo cercato risorse all’interno dell’organico, sperando di trovare un equilibrio durevole. Ovviamente è una scelta rischiosa: come disse Jukka a Milano, dal palco del “Miami”, “Io e Corrado non abbiamo mai cantato nemmeno sotto la doccia“. Pensa te. Mi piacerebbe chiedergli come fa a sapere quel che faccio sotto la doccia…
Questo ha cambiato in qualche misura l’approccio al songwriting?
No, seguiamo sempre lo stesso metodo “libero” che rende vari i risultati, passando dai pezzi scritti in sala-prove a quelli composti in studio a quelli buttati giù singolarmente e poi riarrangiati in modo collettivo. Abbiamo anche lavorato con l’intento di realizzare un album breve. Con l’offerta di oggi, produrre album troppo lunghi è controproducente, meglio tornare al limite del periodo del vinile: quaranta/quarantacinque minuti, non di più. Selezionare i pezzi più validi facilita l’ascolto completo e ripetuto del disco e la miglior assimilazione delle melodie. Un toccasana per tutti. Non trovi?
D’accordissimo. Siete però stati parchi pure nelle note-stampa, dove il nuovo lavoro è definito come la vostra risposta “a tutto ciò che divide e separa”. In quale campo, però? Filosofia, arte, politica? E i vostri testi dove si indirizzano?
Nessuno di questi argomenti predomina nettamente sugli altri. Molto spesso il ruolo dell’artista è evidenziare le contraddizioni del proprio tempo ma non fornire soluzioni. L’arte pone dubbi ma non li risolve, e chi solleva un nuovo dubbio vale tanto quanto chi risponde a una domanda antica: l’ha detto, credo, Borges. I testi hanno un valore intimo. Parlano d’amore, per lo più: donne spettrali, premonizioni e cuori sleali. Non è giusto, però, fornire troppe didascalie o mettere troppi paletti, sarebbe come spiegare perchè una battuta fa ridere. Se scatta la scintilla, ognuno è libero di aggiungere qualcosa di sè a quei testi. Non ci offendiamo, lo giuro!
E la copertina, con un’immagine di scontri di piazza a Reggio Emilia, che significato ha?
È un atto di memoria. Uno dei tragici difetti degli italiani è quello di dimenticare tutto alla svelta, non c’è memoria storica e pertanto nemmeno coscienza civile. Nessuna retorica politica: vogliamo solo ricordare il 7 luglio 1960, un momento drammatico e tragico non solo per la nostra città ma per tutta la società italiana. La morte di cinque persone, un fatto gravissimo che ha segnato un importante cambio di rotta da parte del governo e della Democrazia Cristiana. La copertina è il nostro piccolo tributo alla memoria contro il qualunquismo, la miopia, il disinteresse, l’approssimazione: per rivendicare una forma di passione che nel nostro paese è sempre bistrattata, quella civile.
Diversamente dall’esordio, il vostro secondo album è stato un po’ snobbato dalla critica. Come ti spieghi il mezzo voltafaccia da parte di chi prima vi esaltava?
Premetto: non amo commentare l’operato dei giornalisti. Siete una brutta razza, quasi peggio dei musicisti, ed è facile essere male interpretati, creare tensioni o lanciare messaggi ambigui. Quindi, che dire? Io conosco la storia di un disco, Punk …Not Diet, uscito con molte aspettative, specie dell’etichetta, del management e del distributore. Le reazioni della stampa furono timide, con recensioni lusinghiere ma senza attenzione specifica sul disco: addirittura nessuna testata italiana, a parte il Mucchio, ci chiese un’intervista. Per altri sarebbe stato un brutto colpo, ma noi siamo teste dure. Quasi quattro anni dopo posso quindi raccontarti di un album che si è tradotto in quasi duecento date, tre o quattro tour tedeschi e uno bellissimo in Grecia, concerti sparsi in Belgio, Danimarca, Svizzera. Ogni sera con più gente. A questo punto potrei anche dire che la stampa non brillò per lungimiranza. Ti potrei sussurrare all‘orecchio che in Italia ci sono molte invide, basta leggere i forum di musica: ci sono troppe persone che vanno a messa con il coltello insanguinato in tasca, che scrivono di musica e suonano. Si potrebbe dire che, come in qualsiasi realtà italiana, c’è poco ricambio generazionale, che la scena è troppo piccola e claustrofobica. Però sarebbe solo un punto di vista interessato e forse fazioso. Quindi perchè pensare, parlare e viver male? Molto meglio guardare avanti. Molto meglio suonare, che è quello che ci riesce meglio, portare la propria musica lontano da casa e lasciare questi discorsi fuori dalla porta.
Ormai siete in giro da una decina d’anni. Un piccolo bilancio, in termini di soddisfazioni?
Siamo un gruppo fortunato. Non abbiamo mai smesso di crescere, non solo artisticamente ma anche come persone, e questo è il dato principale, che ci tengo a sottolineare. In tale logica i Giardini di Mirò sono stati la mia seconda casa, e non posso che esser grato a quanti hanno condiviso l’esperienza con me. Di soddisfazioni ne abbiamo avute tante. Certo, molto dipende dal tipo di aspettative: se associassimo la nostra realizzazione al concetto stereotipato di successo, dovrei considerarci dei falliti, ma noi tutti siamo ben lontani dal farlo.
E rimpianti, e sorprese?
Caratterialmente preferisco i rimorsi ai rimpianti: meglio sentirsi in colpa per un errore commesso che lamentarsi per non averci provato. Ma visto che siamo in argomento, potrei dirti che un rimpianto è legato al fatto di esser arrivato tardi a metter piede fuori dall’Italia: i tour all’estero sono qualcosa di indimenticabile ma richiedono tante energie e tanto tempo a disposizione. Mi sarebbe piaciuto viverli con l‘incoscienza dei vent’anni, tutti d’un fiato. Le sorprese, infine, preferisco essere io a organizzarle agli altri. Spero che Dividing Opinions sia una felice sorpresa tanto per chi ci conosce da sempre quanto per chi si accosta alla nostra musica per la prima volta adesso. Magari leggendo queste parole.

Giardinaggio. La storia dei Giardini di Mirò si snoda attraverso tre album propriamente detti, tutti marchiati Homesleep (Rise And Fall Of Academic Drifting, 2001; Punk …Not Diet, 2003; Dividing Opinions, 2007) e varie produzioni “minori” e “parallele”, tra le quali va citato almeno l’esordio da solista di Corrado Nuccini (Matters Of Love And Death, 2nd Rec. 2006). Gratificata di una certa popolarità “di nicchia” anche fuori dai confini nazionali, la band di Reggio Emilia è attualmente composta da Jukka Reverberi (chitarra, voce), Mirko Venturelli (basso), Luca Di Mira (piano elettrico, organo, synth), Francesco Donadello (batteria, drum programming) e Corrado Nuccini (chitarra, voce, programming), con il membro aggiunto Emanuele Reverberi a curare arrangiamenti ed esecuzioni di archi e fiati.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630 del gennaio 2007

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Giardini di Mirò

  1. Repoman

    sarà strano, ma a me i pezzi con Raina piacevano…

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