Live in Italy

 

Mi sembra sia trascorso un secolo, da quando realizzai questa piccola inchiesta sull‘organizzazione dei concerti rock nel nostro Paese, e invece sono appena diciotto mesi. Non direi però che da allora, nel campo in questione, sia cambiato poi moltissimo.
Live in Italy foto
Tra l’incudine e il martello
L’obiettivo? Indagare sullo “strano” mondo dei concerti rock in Italia. Per farlo abbiamo chiesto collaborazione a due promoter, ponendo loro le domande che probabilmente gli avreste rivolto voi: le stesse che cogliamo davanti ai palchi o sul Web, con i tanti “perché?” che la mancanza di un interlocutore davvero informato sui fatti lasciava inevitabilmente in sospeso. Le risposte sono state puntuali, schiette, a volte sorprendenti.

Da pochi giorni, con le date dei Radiohead che avrebbero dovuto svolgersi in luglio, si è chiusa ufficialmente l’ennesima estate rock nazionale: una stagione particolare, fin troppo ricca di concerti ma non sempre soddisfacente in termini di validità delle proposte, qualità delle location, numero di spettatori. Proprio da qui hanno preso il via le nostre lunghe chiacchierate con Claudio Trotta della Barley Arts di Milano, il decano della categoria specializzato in happening da decine di migliaia di persone ma sensibile anche al fascino di spettacoli meno roboanti, e con il più giovane ma comunque esperto Pietro Fuccio della DNA Concerti di Roma, che ha portato e porta in Italia molti dei nostri artisti preferiti di piccolo e medio richiamo. I mesi caldi del 2012 sono stati insomma davvero un’apocalisse, come si vocifera con insistenza nel giro degli addetti ai lavori? Trotta, trentacinque anni di carriera alle spalle, minimizza. ”Sento questo tipo di affermazioni generiche da sempre e francamente mi comunicano pochissimo. Non credo che questa estate sia stata peggiore di altre in termini di presenza di pubblico, tipologia di spettacoli o attenzione dei media. Anzi, si sono visti alcuni successi straordinari per qualità delle esibizioni e di standard organizzativi“. Il più grande è stato conseguito proprio dalla Barley Arts con il tour di Bruce Springsteen, perfetto sotto ogni profilo: qualcosa che, da sola, basterebbe a rendere positivo ogni bilancio. “Poi, certo”, prosegue, “gli italiani sono andati male, ma tutto sommato mi sembra giusto: parliamo di artisti visti e stravisti, che girano per inerzia e non perché abbiano ancora cose interessanti da dire. In sintesi, al di là del fallout dovuto alla crisi economica, sulla musica dal vivo non ho rilevato problemi specifici esplosi qui da noi quest’anno”. A parte il giudizio un po’ troppo tranchant sul valore artistico della scena italiana, è difficile dissentire: che gruppi e solisti autoctoni, sulle strategie “live” dei quali approfondiremo a tempo debito, pretendano di sostenere i loro fatturati esibendosi anche tre o quattro volte all’anno nelle stesse città è fuori dal mondo, specie trovandosi in concorrenza con un’infinità di star straniere. Sull’estate del 2012, Pietro Fuccio – che l’anno prossimo festeggerà i quindici anni di attività – ha precise convinzioni. “Ci sono stati tantissimi concerti, di sicuro più di altri anni, e nessuno si è posto il problema se fosse sensato organizzarne il doppio del solito o se, invece, non ci si dovesse limitare alla metà, dato che il pubblico non è aumentato e ha in tasca meno soldi del 2011 o del 2010. Rispetto al passato ho riscontrato una differenza sintomatica: nessuno dei colleghi del mio stesso calibro, o più grandi, si è nascosto dietro i consueti ‘a me non è andata poi così male’. Eccetto le dichiarazioni di ‘tutto esaurito’ assolutamente fasulle, ma necessarie per ragioni di facciata, nessuno ha negato il momento-no. Di norma noi promoter, quando ci raccontiamo i nostri risultati professionali, siamo come i teenager che parlano della loro vita sessuale: nessuno ammette mai di essere andato in bianco e tutti fingono di credere alle più assurde sparate“.
Il parziale disallineamento fra le vedute dei due intervistati è quasi sicuramente frutto delle diversità di esperienze raccolte nelle ultime settimane: Trotta ha ancora negli occhi i trionfi del Boss – “al secondo e terzo anello di San Siro si sentiva bene come mai in quello stadio”, sostiene con orgoglio – e i riconoscimenti per “10 giorni suonati”, la rassegna che si tiene da tre anni nella splendida cornice del Castello Sforzesco di Vigevano (“È un modello esemplare di come secondo me si dovrebbe lavorare: rispetto dell’ambiente e qualità non solo di quello che accade sul palco ma di tutto il contorno, dalla location fino agli spazi letterari e all’enogastronomia”), mentre Fuccio – peraltro assai gratificato dai consensi appena ottenuti con Bon Iver – soffre giorno dopo giorno situazioni certo meno “impegnative” ma non per questo meno fastidiose e stressanti, come ad esempio l’eccesso di concorrenza non sempre qualificata. La sua analisi è impietosa. “Com’è possibile che nessuno scoppi? Tutti si disperano per i soldi perduti, ma nemmeno i due/tre che – per il loro bene e di tutto il circuito piccolo/medio – farebbero bene ritirarsi, pensano mai di farlo. Massimo rispetto per chiunque investa tempo e denaro, ma dopo un po’ si dovrebbe capire di aver scelto il mestiere sbagliato… no? Purtroppo qualsiasi ragazzetto appassionato di musica considera il mio come un lavoro alla portata di tutti, anche perché – se svolto in modo episodico – non necessita di grandi investimenti, e quindi ci si butta. Nessuno è scoraggiato dal livello di professionalità di quanti sono già nell’ambiente, e tutti ritengono che potrebbero fare meglio di noi. A parte ciò, il problema principale è che ci sono troppi artisti, con troppa gente dietro che li spinge a fare dischi e tour. Non assecondarli è sempre difficile per motivi di rapporti con gli agenti stranieri e di opportunità: si può scommettere che, dicendo di no a qualcuno, un collega farà il contrario pur sapendo di non trarne concreti benefici. Nella stessa area della DNA scalpitano una dozzina di agenzie, troppe: è chiaro che mi riferisco solo a quelle con le quali capita di ‘litigarsi’ i tour, non di chi si muove nel pop di consumo e su numeri molto superiori“. La questione dei tanti gall(ett)i – e aspiranti tali – nel pollaio non sembra invece affliggere Trotta. “Fra le numerose amenità e tristezze del nostro paese ci sono la mancanza di una legge sulla musica popolare contemporanea e di un albo di categoria. C’è Assomusica, ok, ma non tutti sono iscritti, ed è evidente che chi da un giorno all’altro si improvvisa organizzatore magari trova qualcuno qui e/o all’estero che gli dà pure retta, dato che alla fine, a reggere tutto, è il denaro. Capisco dunque alla perfezione le difficoltà dei colleghi con un giro di affari meno ampio del mio, ma personalmente la concorrenza non mi ossessiona perché non è poi tanta. Ormai ci sono solo Live Nation, Friends & Partners e Vivo Concerti, questi ultimi due legati alla Warner: di grandi indipendenti siamo rimasti D’Alessandro & Galli e noi. La concorrenza è sana, a patto sia professionale e leale”. Già. Non sarebbe allora preferibile che gli operatori si “consorziassero” per non ostacolarsi, stilando e applicando una sorta di codice etico? “Non penso che esistano possibilità”, taglia corto Trotta, “e visto come vanno le cose da noi perché rischiare un ‘cartello’ da cui potrebbero derivare storture filo-mafiose? Meglio, allora, la competizione libera anche se a volte selvaggia”. “Quando ci incontriamo ai festival o alle convention”, gli fa eco Fuccio, “ammettiamo tranquillamente gli errori strategici e i ‘dispetti’ reciproci, ma non ci sediamo mai attorno a un tavolo per cercare una soluzione che ci consenta di lavorare tutti in modo più sereno e proficuo. La nostra categoria non è matura, non è adulta: almeno al mio livello, non riusciamo a pianificare seriamente, a sfruttare bene le risorse, a impostare dialoghi che vadano a vantaggio del pubblico. Il punto, comunque, non è solo che ciascuno di noi pensa di essere più bravo e più furbo degli altri: siamo anche incastrati in un meccanismo più grande e perverso”. A cosa si riferisce il titolare della DNA? Naturalmente, all’obbligo di non perdere terreno, di essere sempre presenti, favorendo così il gioco delle agenzie straniere. “Se io dicessi al mio contatto estero che organizzare un determinato tour non conviene perché al momento l’offerta di concerti è eccessiva, e quindi l’artista si deprimerà nel suonare per poche decine di spettatori e io ci rimetterò quattrini, non è detto che mi capirà, o se pure lo farà non è certo che potrà permettersi il lusso di venirmi incontro, perché magari subisce a sua volta pressioni alle quali non può sottrarsi. È vero che gli agenti europei, che sono per lo più inglesi e in linea di principio non hanno – spesso non a torto – grande stima di noi italiani tendono a imporci tour che preferiremmo evitare, ma è normale”.
Le colpe, allora, vanno attribuite per lo più ai promoter internazionali? In effetti, no: il nodo è altrove. “Nonostante le tradizioni storiche nel campo”, osserva Trotta, “in Italia pochi amano davvero la musica: siamo un popolo di ignoranti, nel senso che non sappiamo quanto sarebbe bello viverla in maniera consapevole e non solo tribale, distratta, o pure come strumento di presunta elevazione culturale“. Una tesi che trova riscontro nelle vendite di dischi, da sempre scarsissime al paragone con il resto d’Europa. E a pagare dazio sono soprattutto coloro che lavorano con gli artisti stranieri emergenti e più o meno di nicchia. “Da noi il mercato della musica registrata e dei concerti si regge al 70 percento sulla produzione italiana“, aggiunge Fuccio, “e il rimanente 30 viene spartito in larga parte fra i nomi ‘di massa’. All’estero non ci vedono come una nazione di sessanta milioni di abitanti: fai il 30 per cento di sessanta milioni, sottrai quelli ai quali della ‘nostra’ musica non frega nulla e vengono fuori cifre ridicole, anche al confronto con paesi piccoli come Belgio, Olanda o Austria”. Sarà per questo, allora, che all’interno dei nostri confini non ha mai avuto luogo un autentico festival come quelli ai quali si può assistere non solo in Gran Bretagna, Francia, Spagna o Germania ma anche in Danimarca, Ungheria Portogallo o Serbia? Claudio Trotta non la vede proprio così. “Le responsabilità principali sono del pubblico, da noi manca la mentalità che, altrove, spinge ad andare a una classica ‘tre giorni’ live. In Germania campeggiano in 50.000, qui non accadrebbe mai perché siamo troppo fighetti. Inoltre, non concepiamo un festival come una vacanza che ci faccia stare assieme ad altre persone e scoprire artisti mai visti: si va per lo spettacolo di una singola star maldigerendo il resto del programma perché convinti che limiti lo show del proprio beniamino… e poi, quando lui arriva, si sta costantemente al telefono, si scattano foto e si girano video, non godendo così di una straordinaria opportunità di partecipazione, di divertimento collettivo, di conoscenza. Indro Montanelli, del quale non condividevo l’orientamento politico ma di sicuro ammiravo l’intelligenza e l’acume, disse una volta che l’Italia è un paese da cambiamenti secolari, e sono d’accordo: forse, un vero festival lo vedranno i miei nipoti. Forse. A parte ciò, c’è da prendersela con la politica: per investire in un progetto di questo tipo, complesso e oneroso, un organizzatore deve avere la garanzia che la sede scelta gli sarà assegnata per anni, e dagli enti pubblici è impossibile ottenerla“.
Sulle aberrazioni del “sistema” le posizioni di Trotta e Fuccio sono coincidenti anche quando – e qui, di primo acchito, qualcuno potrebbe meravigliarsi – il tema è quello dei finanziamenti che le istituzioni concedono ai promoter locali, benché con maggior parsimonia rispetto ai giorni delle vacche grasse, per allestire eventi musicali. Soprattutto in estate, cosa ci riporta in qualche modo al punto di partenza. “Secondo te”, domanda retoricamente Fuccio, “c’è qualcosa che faccia pensare che a giugno e luglio la gente desideri vedere quattro concerti alla settimana piuttosto che al mese? A me non pare, specie considerando che in estate ci sono più distrazioni. Però quello è il periodo in cui dal cilindro saltano fuori i soldi, e tutti si infervorano: i contributi pubblici dovrebbero essere un mezzo e non un fine, eppure alcuni, per ottenere 20.000 euro, mettono in pista operazioni dove ne perderanno 50.000. E questo si ritorce su di noi, perché fa scattare i ‘dai, è andata male, fammi lo sconto’ e tutto quel che ne consegue. Chi ha bisogno di queste feste di paese appoggiate da qualche assessore per favorire qualche suo amico? Magari io mi sono svenato per organizzare due date di un artista, diciamo Bon Iver, me ne trovo fissata a duecento chilometri una terza, in un posto sfigato, alla quale andranno in pochi che poi diranno ‘non c’era nessuno, che tristezza, si vede che è sopravvalutato’ e fesserie simili“. Ancor più drastico è Trotta. “Non posso apprezzare i finanziamenti per iniziative musicali gratuite che in realtà sono pagate dai contribuenti, o a prezzi bassissimi, perché sviliscono la musica stessa. Non sarebbe più sensato destinare le risorse alla costruzione di spazi dedicati solo alla musica popolare contemporanea? In Francia, con denaro pubblico, sono stati realizzati una quindicina di Le Zénith, teatri polivalenti con capienze dai sei ai diecimila posti che sono utilizzabili da qualunque promoter che ne abbia i requisiti, senza monopoli di chicchessia: da noi, invece, ho visto solo milioni di euro buttati in concerti di natale, capodanno, ferragosto e quant’altro, perché politica e istituzioni non pensano al futuro ma al facile consenso nel termine del proprio mandato di quattro o cinque anni. Penso, ad esempio, a manifestazioni come ‘Mito’, che per anni ha avuto tre milioni di euro dal Comune di Milano, tre da quello di Torino e altrettanti dagli sponsor, e ha quindi potuto permettersi di strapagare artisti facendo concorrenza a chi lavora tutto l’anno senza sostegni economici di tale portata. Sono contrario all’uso becero dei fondi da parte dalla politica, delle amministrazioni locali, degli sponsor e di noi promoter: compreso me, che per lavorare ho talvolta dovuto accettare situazioni di questo genere. Inoltre, appoggio il principio della deregulation per chiunque voglia destinare a un uso culturale gli spazi abbandonati, a patto che si rispettino alcune norme di base. Non è tollerabile che qualcuno faccia suonare gli stessi artisti che faccio suonare io, ma senza pagare Enpals e SIAE e non rispettando le più elementari norme di sicurezza”.
Benché tutto potrebbe far supporre diversamente, le vicissitudini di cui sopra non pesano più di tanto sui prezzi dei biglietti, che per quanti li vogliono acquistare sono sempre troppo alti. Ma lo sono davvero? “Quelli di Bruce Springsteen”, precisa con decisione Trotta, “erano i più bassi d’Europa alla pari con l’Irlanda: si sarebbero potute tranquillamente fissare cifre maggiori nell’ordine del 10/15 percento, ma né i promoter né il management dell’artista hanno voluto, anche perché le due nazioni non se la passano benissimo. In assoluto, rispetto al valore del denaro, qui in Italia certi prezzi sono troppo alti, ma ritengo sempre che queste valutazioni andrebbero fatte in rapporto al valore specifico degli show offerti e non in astratto. Il problema di fondo rimane comunque quello del pubblico che, in linea di principio, spende in scioltezza per altri beni ma pretenderebbe che i concerti fossero regalati o quasi. E qui si torna al discorso della mentalità”. E la tanto odiata prevendita, sulla quale si accendono spesso discussioni? “Sono polemiche sterili”, dice convinto Trotta, “è un servizio che si paga in tutto il mondo e non si capisce perché in Italia dovrebbe essere differente. La prevendita ha un costo, fa parte dei ricavi, su di essa si pagano diritti d’autore e IVA, c’è chi ci lavora offrendo un servizio e giustamente ci guadagna. Ci sono iniziative populistiche, retoriche e inutili che propagandano biglietti ‘senza diritti di prevendita’, ma sono bugie perché l’importo è compreso nel prezzo: è marketing, come annunciare l’imminente ‘sold out’ quando non è vero, e alcuni ci cascano”. “Qualche anno fa”, racconta Fuccio, “avevo pensato di incentivare il pubblico a comprare i biglietti con largo anticipo, cosa per me conveniente, vendendoli in prevendita a un prezzo più contenuto rispetto a quello che sarebbe stato poi praticato la sera del concerto. Ho dovuto smettere quasi subito perché al botteghino molti protestavano… eppure a me sembrava un ragionamento logico”. Ma la logica, come abbiamo accertato, non si concilia facilmente con il “live in Italy”. E dire che Claudio Trotta, da veterano di mille battaglie, avrebbe elaborato la strategia vincente. “Il passaggio ancora mancante è politico: comprendere, cioè, che organizzare un concerto non significa solo mettere sul palco un artista. Occorre curare tutto il ‘contorno’, vigilando sulle schifezze da mangiare che vengono vendute al pubblico, sui prezzi vergognosi dell’acqua, sui parcheggi troppo cari, sulle location inadeguate. In questo ambito i promoter italiani hanno ancora molta strada da fare. Anche se non si deve abbassare la guardia, troviamo però almeno un motivo di soddisfazione nella sicurezza delle strutture, superiore a quelle di quasi tutte le nazioni europee. Lo dico per esperienza diretta: viaggiando in Germania, Belgio, Olanda, Francia, Scandinavia, nella stessa Londra, ho visto festival e locali ai quali da noi non sarebbero mai state concesse le autorizzazioni. Abbiamo mille carenze, ma nella sicurezza siamo fra i migliori. Nettamente”. Il fatto che assistere a un concerto comporti rischi minimi di tornare a casa con le ossa rotte o di non tornarci per nulla dovrebbe essere scontato, ma poiché nel cosiddetto Belpaese se ne vedono di tutti i colori, la si prenda come una bella notizia. Per ora accontentiamoci, sperando che la “visione” di Claudio Trotta si tramuti un giorno in realtà.

Forse non tutti sanno che… fare il promoter non è davvero una passeggiata. Per chi crede che per organizzare in modo professionale tour di artisti underground bastino un computer e un paio di migliaia di euro in banca, ecco qualche nota di Pietro Fuccio. “Lavoro anche con nomi seguiti per anni da miei colleghi che per varie ragioni li hanno persi, com’è stato ad esempio con i Sonic Youth, ma di solito inizio a interessarmi a qualcuno quando è poco noto, contatto chi ne cura il booking e studio con lui la fattibilità economica e logistica di alcuni concerti in Italia. Con l’agenzia estera cerchiamo un accordo sul numero di date, sul genere di location, sul prezzo dei biglietti, sul cachet, sulle percentuali da corrispondere una volta che si è raggiunto il pareggio. Già, perché gli artisti non vengono pagati solo una cifra fissa, ma pretendono anche una quota – per i più famosi, enorme: persino il 95 percento, se non oltre – sul guadagno, ovviamente detratte le nostre spese. Di questo giro di soldi a noi resta ben poco, più magari altre percentuali sui servizi e sulle prevendite. Chiaramente, il costo del tour va saldato in anticipo… lavorando con sempre più gente gli stranieri devono appoggiarsi a più promoter, molti dei quali sono perfetti sconosciuti: quindi, per evitare sorprese, prendono precauzioni rigidissime che diventano regola per tutti. Mentre i soldi dei biglietti venduti in prevendita ci arrivano da TicketOne ogni settimana, con quelli dell’incasso va diversamente: in casi rarissimi li vediamo a fine serata, quando siamo mediamente fortunati entro un mese, se non ci dice malissimo riusciamo ad averli ancora più tardi… e poi ci sono le volte in cui non li vediamo proprio mai. Il mio avvocato è sempre impegnato nel tentativo di recuperare quello che non ci è stato saldato. Se gestisco molti dei miei concerti – specie quelli più grandi – in prima persona, affittando i posti e pagando tutto invece di vendere le date alle agenzie locali, una ragione ci sarà”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell‘ottobre 2012

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