Gianfranco Grieco

Sono trascorsi otto anni dalla pubblicazione di questa intervista, che avrebbe dovuto accompagnare una copertina del Mucchio raffigurante un ex Presidente del Consiglio nei panni del Catzillo, il più famoso personaggio creato dall’intervistato. La copertina non trovò mai la via delle edicole e l’ex direttore tentò maldestramente di trovare pubblicità parlando di “censura”, quando in realtà si era trattato di una specie di autocensura: il distributore della rivista aveva sconsigliato il suo utilizzo e l’ex direttore gli aveva dato retta. “Sic transit gloria mundi”. Oppure, più appropriatamente, “sic transit mundi”, come direbbe qualcuno che con il latino va d’accordo più o meno come con l’italiano.

mucchioPer i cultori del rock italiano “storico” il suo nome è legato alla band punk/demenziale Dirty Actions e alla fanzine “Il Siluro d’Europa”, ma Gianfranco Grieco non è uno scheletro ritrovato per caso nell’armadio dei ricordi di venticinque e più anni fa. L’intervista che segue è infatti indicativa di come la voglia di fare e la verve dissacrante dell’artista genovese non siano affatto venute meno.

La tua attività artistica si è sempre sviluppata sul doppio binario musica/disegno: come ti sei accostato a entrambe queste forme espressive?
Prima c’è stato il disegno: “nato con la matita in mano”. Poi, nonostante gli studi di ragioneria, ho iniziato prestissimo a pubblicare. Non avevo nemmeno diciott’anni e già realizzavo, retribuito, vignette di satira politica per lo storico quotidiano genovese “Il Lavoro”: la mattina a scuola,il pomeriggio in redazione. L’interesse per la musica è venuto dopo, intorno ai sette/otto anni. Ho subito gli ‘60 e ‘70 ascoltando distrattamente qualche 45 giri col mangiadischi di mia nonna, affascinato più dalle copertine che dai contenuti. Solo un disco mi aveva colpito, la copertina era strana, scura, con la foto virata in magenta: pensavo che Aftermath fosse il nome del gruppo, invece erano i Rolling Stones. Faceva rimbombare l’altoparlante e suonava ruvido, grezzo, quasi stonato. Ho subito pensato “ma cos’è questa merda?” Stesso identico pensiero quando ho visto i Sex Pistols in TV a Odeon sul barcone sul Tamigi e qualche anno prima, nel ‘72, dopo aver ascoltato Ziggy Stardust di Bowie.
Sul finire degli anni ’70 cantavi nei Dirty Actions. Cosa ti aveva portato a quell’approccio tra il punk e il rock demenziale?
L’esplosione creativa di quel periodo, di cui Bologna era l’epicentro, era contrastata da una fortissima repressione poliziesca. Simpatizzavo per la sinistra extraparlamentare: Autonomia, Lotta Continua, e naturalmente non condividevo la strategia delle Brigate Rosse e del terrorismo in generale. Ma “né con lo stato, né con le BR” era una posizione scomoda in un sistema che ti obbligava a scegliere. La rabbia, l’impotenza provata – potevi finire in carcere per aver salutato un tuo amico conoscente di un presunto terrorista – rischiavano di rovinarmi la vita senza costrutto. Il punk fu un’ottima valvola di sfogo e rifugiarsi nel demenziale “alla Skiantos” era una nuova forma di comunicazione, quasi un codice segreto per riconoscerci tra noi esseri “devianti”.
La carica irriverente dei Dirty Actions si rispecchiava ne “Il Siluro d’Europa”, la tua fanzine. Con quali ambizioni l’avevi fondata?
Il Siluro non è affatto la mia fanzine, bensì il parto di un gruppo di menti deragliate di cui mi onoro di far parte. È di Rupert, di Luca, di Mario, di Ettore, di Gianluca, di Vinicio, di Ugo, di Giovanni, di Iggy, di Debbie Harry, di Wendy dei Plasmatics, dei Ramones, dei Damned, di Johnny Rotten, tua, di chi l’ha letta allora e di tutti quelli che adesso ne hanno sentito parlare ma non l’hanno mai vista e se la sono immaginata. Non aveva alcuna ambizione, andava proprio contro la logica della rivista tradizionale. Nessun direttore, soprattutto nessun responsabile, anzi tutti rigorosamente irresponsabili. Ha messo insieme persone molto diverse tra loro, unite dalla rivoluzione demenziale, l’unica rivoluzione riuscita in Italia, perchè c’è stata e nessuno a parte i protagonisti se n’è accorto, anche perchè non ha cambiato nulla. “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti” degli Skiantos è una frase con cui dovrebbe iniziare la Costituzione Italiana.
La tua creazione più famosa è il Catzillo. Quando, e come, è nato?
Non me lo ricordo, per quanto mi sforzi. Di certo posso citare i suoi due padri putativi da cui inconsciamente ho tratto ispirazione. Jacovitti, che nel ‘77 se n’era uscito con Kamasultra, un’opera erotica geniale e sconvolgente dove apparivano cazzettini volanti insieme a tutta la sua vasta gamma di personaggi in tutte le posizioni possibili. E la caricatura del viso di Aldo Moro, appunto a forma di cazzo, per la copertina de “Il Male”, uscita pochi giorni prima del suo rapimento, a opera di un altro grande: Pino Zac.
A colpire maggiormente è la tua capacità di caratterizzare il personaggio nonostante i pochissimi elementi modificabili a disposizione. Come si fa a rendere sempre diverso un cazzo con le gambette?
Sintesi e stilizzazione mi hanno sempre affascinato, talvolta più del bel disegno che spesso trovo un esercizio fine a se stesso. Probabilmente la mia precoce passione per il futurismo mi ha avvicinato ad artisti che cercavano di riprodurre più lo stato d’animo che una raffigurazione realistica: quindi Balla, Boccioni, Depero… per giungere a Garretto, specializzato proprio in caricature con uno stile molto personale, e ad Ardito, mio conterraneo, con le sue psicocaricature. Ma c’era anche Scalarini, il disegnatore del quotidiano socialista “Avanti!”: che tra il 1926 e il 1929 finì al confino a causa delle sue vignette di satira intrise di convinto antimilitarismo. In seguito venne arrestato nel 1940 e visse in libertà vigilata fino alla Liberazione e fu picchiato più volte dai fascisti. Una vita incredibile, come incredibili erano i suoi disegni: crudeli, sempre alla ricerca di un tratto essenziale, scarno, ma nello stesso tempo efficace e comprensibilissimo a tutti. Più di recenteho un altro riferimento grafico, per le illustrazionirealizzate per riviste femminili patinate: è Stefano Tamburini di “Cannibale” e “Frigidaire”, altro folgorante esempio di sintesi e dinamismo.
Perché, dopo il gradimento iniziale, il Catzillo è scomparso?
Dopo la chiusura de “Il Male”, e dopo aver pubblicato qualche disegno per “Rockerilla”, non esistevano pubblicazioni realmente interessate. Come per il punk del ‘77 anche Catzillo sembrava aver esaurito il suo compito e negli anni successivi l’ho riproposto solo in particolarissime occasioni con dediche speciali agli amici molto stretti. Ora dopo la pubblicazione del volumetto de “Le Silure” è ritornato in auge alla grande. Che devo dire? Anche in questo caso non me l’aspettavo.
Catzillo a parte, cos’altro c’è nel tuo curriculum nel settore “grafica e comunicazione”?
Ti ho detto de ”Il Lavoro”: una volta diciannovenne, avevo già due anni di collaborazione costante per altre due testate, con caricature e articoli scritti. Ho poi continuato a lavorare come illustratore, a Milano, con giornali di tutti i tipi, con importanti agenzie pubblicitarie, con le case editrici Rizzoli e Mondadori (in era pre-Berlusconi) e, infine, ho avutouna lunga esperienza alla Disney. Direi che alla fine ho fatto tutto quello che mi ero prefisso; persino le statue da collezione dei personaggi dei fumetti con il marchio Grieco Collection, anche se è finita maluccio, con un bel po’ di debiti. Ma si sa che se pretendi di andare contro le regole della società capitalistica devi aspettarti di tutto. Ecco, forse l’ultima cosa che mi manca è dirigere un cartone animato, ma ritengo sia difficile, molto difficile.
Avresti preferito una carriera in ambito rock?
A livello italiano non vedo un solo personaggio o artista, da classifica o di culto, del quale vorrei seguire le tracce o che possa sentire affine. Per dirla chiara, in tutti questi anni di volontario esilio, non mi sono perso nulla. Questo mio punto di vista, liberi diinterpretarlo come una sdegnata e supponente presa di posizione. Se parliamo dell’estero, allora le cose cambiano radicalmente: potremmo iniziare dalle Pussycat Dolls – il primo nome che mi viene in mente – e procedere a ritroso fino a Elvis, ma ci vorrebbe un’enciclopedia.
Mesi fa hai confezionato un box postumo dei Dirty Actions e allestito una mostra dedicata al Siluro. Tutta colpa del rimpianto per quando eravamo “giovani e di belle speranze”?
Rimpianti? Mai. Ho sempre sognato di poter dire questa frase dopo i quarant’anni, e ora posso farlo! Beh non è che mi faccia molto effetto, però. Avrò sicuramente sbagliato qualcosa ma in linea di massima diabolicamente rifarei le stesse cose. Il cofanetto Dirty con doppio cd e il SiluroBook, dopo il primo “effetto Amacord”, rientrano in un’operazione a uso e consumo delle nuove generazioni, per renderle partecipi di un passato non così tanto passato e lontano.
Sorprese in serbo per il prossimo futuro?
Tornare su un palco e registrare nuove cose mi sembra un buon punto di partenza. Per non parlare di questa copertina!
Venticinque anni dopo: In occasione dell’ultimo M.E.I. di Faenza, Gianfranco Grieco ha presentato una mostra di alcune sue creazioni e realizzato il volumetto Le silure d’europe – Estratto concentrato, con disegni (Catzilli a iosa, com’è ovvio che sia), testi e documenti d’epoca arricchiti di nuovi scritti. Chi fosse interessato può scrivere a info@dirtyactions.it, indirizzo al quale è possibile richiedere anche il doppio CD antologico dei Dirty Actions.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.621 dell’aprile 2006

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