John Mellencamp

Credo proprio che questo sia l’unico pezzo che abbia mai scritto su John Mellencamp, non per scarso apprezzamento dell’artista (anzi!) ma perché nei vari giornali per i quali ho lavorato la sua area musicale era sempre coperta preferibilmente da qualcun altro. Mi tolsi lo sfizio su Extra con due album “gemelli” pubblicati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, dei quali conservo un ottimo ricordo. A differenza di un concerto romano del 2011, dove l’ex Cougar brillò soprattutto per indisponenza.

Mellencamp cop

Life, Death, Love And Freedom – Life, Death, Live And Freedom (Hear Music)

La storia di John Mellencamp possiede molte caratteristiche del romanzo epico e, d’accordo, prima o poi la racconteremo nel dettaglio, con tutti i suoi colpi di scena: glielo dobbiamo, a questo piccolo, grande uomo originario dell’Indiana – cinquantottenne proprio nei giorni in cui questa rivista arriverà in edicola – che da più di tre decenni realizza dischi legati alle più classiche tradizioni del rock a stelle e strisce. Fino a oggi, compresi quelli firmati con lo pseudonimo John Cougar – impostogli in gioventù dal suo management, e a lungo sofferto come una maledizione – sono una ventina: quattro, editi fra il 1982 e il 1987, gratificati da vendite plurimilionarie, svariati altri fino al 1996 di comunque ampio successo e tutti gli ultimi assestati su cifre rilevanti ma non da mattatori, a dimostrazione di un (lieve) calo di popolarità di sicuro non dovuto a una crisi ispirativa ma solo – si suppone – ai mutati scenari di mercato. Prende però male, oltre un anno dopo la sua uscita, a ridurre Life, Death, Love And Freedom a questioni di numeri (anche se ve ne sono di ottimi: il settimo posto nella classifica USA, ad esempio, o il quinto nei migliori album del 2008 secondo “Rolling Stone”), perché nei suoi quattordici brani è impossibile imbattersi in aridità matematiche e meno che mai in calcoli opportunistici: solo cuore e anima assoggettati alla necessità di raccontare storie per lo più malinconiche e toccanti, figlie di un’America che sembra di altri tempi e invece, per molti versi, rimane sempre la stessa. “Il nostro paese ha dato vita a un bel po’ di canzoni maledettamente tristi”, ha dichiarato il musicista al solito “Rolling Stone”, “e volevo scoprire se anch’io avevo, dentro di me, la capacità di crearne di simili. Vedo oscurità dappertutto e sento il bisogno di scriverne. Non mi importa se venderò solo sei copie. Tutto ciò che posso fare è continuare a comporre e cantare“.
Sono piaciuti, questi nuovi pezzi all’insegna di un folk-rock oscillante fra blues, country e assortite radici, magnificamente prodotti – con un nuovo metodo, studiato per dare ai file una perfetta definizione audio – da quello straordinario maestro di tecnica, sensibilità artistica e buon gusto che risponde al nome di T-Bone Burnett. Alcuni più cupi e in una certa misura graffianti (If I Die Sudden, John Cockers, County Fair), altri rarefatti, avvolgenti ed evocativi (Longest Days, Young Without Lovers, Don’t Need This Body, la splendida Without A Shot, Mean, For The Children, A Brand New Song) e altri ancora classificabili alla voce folk-pop d’autore (My Sweet Love, il singolo Troubled Love, A Ride Back Home, la più sanguigna Jena), ma tutti dotati di un’intensità e uno spessore – di sentimento, di contenuti poetici, di brillantezza strumentale che appartengono non proprio a pochi ma di sicuro non a tantissimi. Sotto il profilo stilistico, nulla che non si sia già sentito in migliaia di altri titoli del medesimo filone (aureo), ma l’inequivocabile autenticità del songwriting e il pathos delle interpretazioni illuminano la scaletta di una luce particolare. E particolare è pure Life, Death, Live And Freedom, apparso abbastanza a sorpresa nel giugno di quest’anno, che ne presenta otto estratti – ora più accesi di vigore r’n’r e ora più nudi – proposti sul palco sia prima che dopo la pubblicazione del suo quasi omonimo album di studio: un’eccellente “appendice” a un’opera di notevole pregio, nella quale parecchi vedono non a torto – ovviamente, con i distinguo del caso – il The Ghost Of Tom Joad di John Mellencamp. L’inconfessabile speranza di ogni cultore del genere è che Springsteen l’abbia ascoltato per bene e mediti di affidare la sua console a T-Bone Burnett, assestando un calcio nelle natiche a Brendan O’Brien: pensare che possa accadere davvero non costa nulla e, allora, perché negarsi questa esaltante illusione?
Tratto da Mucchio Extra n.32 dell’Autunno 2009

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