Nada

È passato esattamente un decennio da questa mia intervista a Nada, che rimane a mio avviso attualissima nonostante da allora la cantautrice non sia certo rimasta con le mani in mano (si veda anche il recente album Occupo poco spazio). Per l’occasione, visto che il pezzo accompagnava la copertina del Mucchio, ai tempi ancora per poco settimanale, ci aggiunsi un boxino di dettagliate note bio-discografiche.

Nada foto
Fuoco nell’anima
Trentacinque anni dopo il Sanremo che ha scolpito il suo volto da donna-bambina e la sua voce sensuale nelle menti e nei cuori di tanti ragazzi oggi quaranta/cinquantenni, Nada Malanima è – sorprendentemente, ma con pieno merito – una delle figure più rock della scena italiana, amatissima dai cultori della canzone d’autore sia classica che alternativa: merito soprattutto de L’amore è fortissimo e il corpo no, l’album che nel 2001 l’ha presentata come autrice e interprete tanto intensa quanto spigolosa, ma anche degli splendidi contributi agli ultimi lavori di Cesare Basile e Massimo Zamboni, che hanno dissipato i dubbi di chi aveva di lei una percezione evidentemente distorta. Tutto l’amore che mi manca, il nuovo disco nei negozi dal 30 aprile, è la prova definitiva che Nada è più che mai una dei nostri, come emerge in modo inequivocabile anche da questa lunga intervista.

* * *

È una donna senza età, Nada, nel senso che nelle espressioni del suo viso, nei suoi atteggiamenti e nel suo modo di affrontare i discorsi la pacatezza e la riflessività di chi ne ha viste tante convivono con un entusiasmo di sapore adolescenziale; e il fatto che quando parla di quello che le sta a cuore i suoi occhi si accendano crea un surreale, magnifico contrasto con la pesantezza di temi come il disagio, la sofferenza e la mancanza, così centrali nelle sue ultime canzoni. Per un’ora e mezza, negli uffici della On The Road, Nada ha assecondato le nostre richieste di rivelarsi: ne è venuto fuori un quadro di determinazione e coerenza attitudinale da cui è stato impossibile non rimanere affascinati. Profondamente.
L’amore è fortissimo e il corpo no è stato un album per più di un verso decisivo, che ti ha allontanata dal giro major e avvicinata per la prima volta al mondo del rock cosiddetto indipendente/alternativo. Vogliamo provare a fare una sorta di bilancio di questi ultimi anni, nei quali ti sei in qualche modo reinventata?
Visto dal di fuori questo mio percorso può sembrare pensato e voluto, ma in realtà il mio muovermi in un certo modo è stato naturale. Già l’esperienza con il Trio mi aveva avvicinato a dimensioni di lavoro, di studio e dal vivo, con le quali in precedenza avevo avuto poco a che spartire, e il passaggio a un’etichetta indipendente come la Storie di Note è stato quasi inevitabile: è chiaro che la mia strada va verso spazi dove il pubblico vuole ascoltare qualcosa di vero e sentito… che poi è quello che faccio da molti anni, anche se magari le strutture non erano quelle giuste.
In effetti Dove sei sei, il tuo disco del 1999, era stato un tentativo non del tutto recepito di mostrarti in una veste diversa.
Proprio così. Ma lì erano sorti ostacoli di carattere promozionale… il lavoro non era stato veicolato nel modo più adatto, specie considerando che nei miei confronti, da parte di chi si occupa di filtrare quello che deve essere proposto alla gente, c’è spesso stata prevenzione. Però io ho la testa dura, e con la forza di volontà sono comunque riuscita a ritagliarmi una mia nuova audience tra l’altro in buona parte giovane, e questa è una gran bella soddisfazione: per me, che riesco a comunicare qualcosa, e per la musica basata sui contenuti, che evidentemente ha ancora una sua ragion d’essere anche in questi tempi di generale fatuità e superficialità.
Hai scelto una via impervia, oltre che poco convenzionale.
Professionalmente mi sono sempre sentita un po’ anomala: se si escludono i primissimi anni, quando ero una ragazzina, ho sempre voluto seguire le mie idee e non adeguarmi a codici prestabiliti e oltretutto rigidi. OK, la musica è il mio lavoro, ma visto che sono io a espormi ci ho sempre tenuto a farlo nella maniera più limpida e sincera; ovviamente faticando non poco, specie a causa di una serie di consolidati pregiudizi a proposito di quale dovesse essere, nella musica italiana, il ruolo della donna. La decisione di pubblicare L’amore è fortissimo… con la Storie di Note è stata pressoché scontata: l’esperienza di Come sei sei mi aveva ormai persuasa che con le major non possono esserci riscontri neppure di intenti, e dunque era il caso di legarsi a un’etichetta forse meno organizzata ma più motivata.
Quindi non hai percepito la cosa come un “declassamento”.
No, no, un declassamento sarebbe stato forzare la mia natura e accettare compromessi umilianti invece di essere me stessa. Con la Storie di Note il progetto artistico non è mai stato messo in discussione, e gli obiettivi erano comuni.
Come mai, allora, c’è stata la separazione? Il nuovo cd sta per uscire con un altro marchio indipendente, quello della On The Road Factory.
Nulla da dire sull’impegno e sui risultati ottenuti, ma c’era purtroppo un problema di mentalità: ho avuto l’impressione che da parte loro non ci fosse un reale interesse a fare qualcosa di più, a cercare di uscire – in termini di visibilità e di distribuzione – fuori dal ghetto pur dorato di una certa canzone d’autore “per iniziati”, mentre io non sarei contenta di chiudermi in un settore e cantare solo per i già convertiti o per chi la pensa come me. Intendiamoci, lo “zoccolo duro” è fondamentale, ma è bello anche allargarsi. O, almeno, tentare di farlo.
E la On The Road ti è sembrata la situazione ottimale?
Certo. Non è un caso che mi sia immediatamente lanciata nel progetto del disco, nonostante prima dell’offerta avessi intenzione di aspettare: le canzoni erano già composte, ma stavo affrontando alcuni cambiamenti di vita – a cominciare dal trasferimento da Roma alla mia amata Maremma – e non volevo complicarmi troppo l’esistenza. E invece, come sempre, l’istinto ha avuto la meglio.
Negli ultimi anni ti sei anche trovata al centro delle attenzioni di un mucchio di musicisti più o meno underground, che ti hanno manifestato in vari modi la loro stima e il loro rispetto. La cosa ti ha sorpresa?
In effetti sì, e mi ha gratificata. Negli anni passati, incontrando un po’ di difficoltà a trovare spazi, avevo l’impressione di non essere capita anche dalle persone con le quali mi sentivo idealmente in sintonia. Invece, all’improvviso, ho realizzato che non era affatto così: è stato come aprire una finestra e accorgersi che sotto c’era un mucchio di ragazzi in attesa che io mi affacciassi.
Tra questi “ragazzi” c’erano anche quelli con i quali hai registrato Tutto l’amore che mi manca. Il disco ha un mood scuro, nel quale sembra esserci poco posto per la leggerezza: è una tua precisa scelta, o il risultato di una creazione di gruppo?
Si è trattato di una mia precisa scelta: nei provini che ho inciso a casa l’impronta da dare alle canzoni era già definita nel dettaglio. Ricorrendo a una metafora, il quadro esisteva già, c’erano solo da stabilire le pur importanti sfumature. Per questo sono stata molto attenta a coinvolgere persone che, al di là della bravura, fossero in linea con il tipo di musica che avevo in mente. E dato che tenevo moltissimo alla purezza dell’insieme abbiamo registrato in presa diretta, evitando ammorbidimenti e indorature.
E il ruolo di John Parish, in tutto ciò?
Essenzialmente, è stato quello di mettere ordine a livello di suoni e di asciugare, più che aggiungere, dove ce n’era bisogno. Lavorare con lui è stato splendido: lui parla pochissimo l’italiano e il mio inglese è quello che è, ma abbiamo facilmente superato ogni problema di comunicazione grazie all’incredibile accordo instauratosi a livello di sensibilità artistica e di suggestioni. Ho avuto l’ennesima conferma di come la musica sia davvero un linguaggio universale.
*Come sei arrivata a lui?
Si può dire che la decisione sia stata sua: dopo aver sentito il pezzo che ho cantato nell’ultimo album di Cesare Basile ha espresso il desiderio di produrmi, pur non sapendo assolutamente nulla di me. Una volta accertatane la fattibilità “tecnica”, abbiamo subito dato il via al progetto.
La poetica di Tutto l’amore che mi manca è piuttosto, come dire?, sofferta e inquieta. Eppure mi pare che tu stia vivendo un bel momento, e che la tua indole sia molto più solare di quanto facciano pensare le tue canzoni.
Io sembro semplice ma non lo sono affatto, oppure sono così tanto semplice che sembro più complicata. Il punto è che io ho bisogno di cose autentiche, forti, profonde, e lo scavare in se stessi porta inevitabilmente a scoprire qualche mancanza. Quando si è abituati a dare molto sul piano spirituale e umano, e nei rapporti con il prossimo, si è più predisposti a soffrire. E quando si pretende parecchio, da noi e dal ciò che ci circonda, star bene è più difficile… ed è il non star troppo bene che spinge a cercare il senso della vita e dei rapporti, a partire da quelli sentimentali. I miei testi rappresentano il mio vivere le cose, il mio approccio di grande entusiasmo e positività ma anche di grande crudeltà e durezza. Perché devo esserci, devo capire, devo avere, perché non mi basta mai. Ero così anche da bambina.
Il nuovo album ha qualcosa a che vedere con l’idea di concept? Ho avuto la netta impressione che tra i pezzi esistesse un qualche filo conduttore.
È vero, ma solo in parte. Delle canzoni che avevo a disposizione ho voluto inserirvi quelle più intimiste, quelle più legate alla mia sfera privata. Se ci fai caso parlo molto più spesso in prima persona: nell’altro disco guardavo più il mondo esterno, qui lo guardo dentro. Sentendomelo, però, addosso.
Quindi, un disco sostanzialmente autobiografico.
Sì. O, almeno, il più autobiografico fra tutti quelli che ho realizzato finora.
Così come Le mie madri, collocata come ghost track, è di sicuro il brano più estremo che tu abbia mai inciso.
Infatti è una traccia fantasma proprio perché si stacca dagli altri dieci pezzi, che bene o male hanno una struttura da canzone: ho messo in musica la poesia che dà il titolo al mio libro uscito l’anno scorso, una specie di esperimento in vista dello spettacolo di reading che vorrei allestire per il prossimo inverno: ho già fatto qualche tentativo, mesi fa, e la cosa mi è piaciuta molto.
Cos’è per te scrivere? Uno sfogo, un esorcismo…
Pur non essendo nata come autrice, ho sempre cercato di collaborare con chi si occupava dei miei testi e di aggiungerci qualcosa di mio. A un certo punto, verso la metà degli anni ‘80, ho cominciato a voler fare da sola perché, sebbene avessi avuto ottimi autori, il modo in cui dicevano le cose non mi convinceva più. Non mi riconoscevo in certe parole e certe frasi, e quella di esprimermi a modo mio è diventata un’urgenza imprescindibile.
Per te ha composto anche Piero Ciampi.
È l’unico al quale, nel mio piccolo, mi sento vicina: mi rispecchio in quella sua maniera dura, cruda e quasi fastidiosa di porsi. E oggi mi rendo conto di quanto quella frequentazione così insolita – io avevo vent’anni e lui quaranta – mi abbia lasciato, e di quanto di lui ci sia in me.
A volte il linguaggio delle tue liriche è decisamente particolare e aspro, specie per una donna.
Di sicuro non rientro nei classici stereotipi della “cantante”, anche se mi auguro che ai giorni nostri siano meno radicati di venti o trent’anni fa. Si potrebbe magari dire che ho qualche sfumatura maschile, ma credo anche che ciò che scrivo rifletta il mio essere donna e il mio amare l’uomo. Il mio è un comportamento da autentica femminista, ma amo l’idea del compagno della vita, della diversità tra i sessi, e gli eventuali scontri servono ad arricchirti e ad aprirti ulteriori orizzonti. E ad amare di più, seppure attraverso una situazione conflittuale e quindi di sofferenza.
Prima abbiamo nominato Ciampi. A livello generale, c’è qualche musicista che hai in qualche misura visto come un modello?
No, direi di no. Se parliamo di apprezzamento potrei citare Patti Smith, Joni Mitchell, PJ Harvey, Lou Reed, i Pink Floyd, i Radiohead, i Coldplay, ma non ho mai avuto riferimenti precisi. C’è però una cosa che ritengo importante: fin dall’inizio sono stata attratta dal ruolo di leader di una band e non di una solista. Ho sempre reputato la musica come una forma di collaborazione, di energia, di scambio con chi suona con me.
Non vorrei toccare un brutto tasto, ma sono stupito di come tu non goda di consensi adeguati al tuo spessore e alla tua completezza artistica e, pur avendo avuto momenti di notevole successo, sia un po’ in ombra. La “colpa” è quella di essere sempre stata te stessa?
Presumo di sì. Il non avere accettato determinate regole mi ha senza dubbio penalizzata, così come mi ha penalizzata il mio grande successo iniziale: per molto tempo l’ambiente ha continuato a vedermi come la ragazzina di Ma che freddo fa e Il cuore è uno zingaro, e quindi non riuscivo a scrollarmi di dosso quell’immagine che non corrispondeva più alla realtà e che, in fondo, è stata la mia solo per un brevissimo periodo. Non hai idea delle volte che mi è stato chiesto “ma perché vuoi cambiare?”, e per ognuna di queste volte ho risposto che ero già cambiata. E i miei rifiuti di fingere di essere ancora quella che non ero più hanno contribuito a creare la mia reputazione di persona difficile, scontrosa e testarda.
Nessun rimpianto? Oggi agiresti nello stesso modo?
Io agisco nello stesso modo. Le mie scelte sono sempre state consapevoli, e le cazzate che ho fatto sono state cazzate fortemente volute. Certo, capita di avere qualche attimo di collera o di leggero sconforto nel vedere altri che recitano un ruolo ottenere chissà quante opportunità di propagandare il proprio discorso, ma fa parte del gioco. Posso stizzirmi per mezzo minuto, ma so benissimo che certe pantomime non sono ciò che voglio. Perché, se lo volessi sul serio, mi comporterei diversamente.

Tante vite in una sola, 1968-2004 La scena musicale italiana si accorge di Nada Malanima nel 1969, quando l’appena quindicenne livornese – che ha alle spalle un solo singolo edito l’anno prima, una rilettura di Les byciclettes de Belsize di Engelbert Humperdinck – partecipa al Festival di Sanremo: il brano da lei proposto, Ma che freddo fa, non vince ma diviene uno dei più famosi del nostro pop, affermando la giovanissima interprete e la sua inconfondibile voce bassa e sensuale. Sull’onda del successo vede la luce l’omonimo primo album (in scaletta anche una rilettura di Yellow Submarine dei Beatles), cui fanno seguito ulteriori (e apprezzati) singoli e il secondo LP Io l’ho fatto per amore. Nel 1971 giunge la plebiscitaria affermazione a Sanremo con Il cuore è uno zingaro, seguita nel 1972 da un altro hit, Il re di denari; dopo questo 45 giri Nada si affranca dal suo scopritore e pigmalione Franco Migliacci per imboccare strade più alte: prodotta da Piero Ciampi e Gianni Marchetti realizza nel 1973 Ho scoperto che esisto anch’io (titolo emblematico e pezzi dello stesso Ciampi, tra i quali Sul porto di livorno e Come faceva freddo), nel 1974 inanella con buoni esiti qualche esperienza di recitazione in teatro, nel 1975 impingua la sua discografia con Il domatore delle scimmie (contenente il primo testo autografo, Sexy rosa) organizzato assieme al gruppo prog Reale Accademia di Musica e nel 1977 lascia la RCA – sua etichetta dall’esordio – dopo un secondo Nada, che ribadisce l’interesse per la canzone d’autore con brani di, tra gli altri, Paolo Conte e Renzo Zenobi.
Arricchito il suo bagaglio di attrice lavorando con Giulio Bosetti e Dario Fo, Nada si lega alla Polydor, per la quale appronta un terzo lp senza titolo (1979) e Ti stringerò (1982), entrambi con episodi firmati in massima parte Lusini/Piccoli: i dischi, il secondo dei quali prodotto dall’uomo che nel frattempo è diventato suo marito (Gerri Manzoli, già al basso nei Camaleonti), raccolgono ampi consensi, così come il successivo Smalto che nel 1983 segna il debutto per la EMI e spopola con il singolo Amore disperato. Non sono invece ugualmente fortunati gli album del 1984 (Noi non cresceremo mai) e del 1986 (Baci rossi), sempre curati in studio da Manzoli ma costruiti su sonorità elettroniche; ne deriva la rottura con la Emi e il passaggio alla Fonit Cetra per il singolo Bolero (1987), presentato in sordina a Sanremo.
Dopo alcuni anni dedicati solo all’attività live, l’artista ritorna in casa RCA con L’anime nere (1992), in cui si espone propotentemente come autrice, ma il rapporto si interrompe subito a causa di reciproche incomprensioni; per ritrovarla su disco bisogna attendere il 1998, quando nelle edicole esce Nada Trio, documento inciso nel 1995/1996 dell’ottimo spettacolo dove Nada, con al fianco Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti (rispettivamente chitarra e contrabbasso degli Avion Travel), riassume in veste acustica la sua lunga carriera (l’album sarà poi ristampato dalla Storie di Note nel 2000). Tocca infine a Dove sei sei (Mercury, 1999), prodotto da Mauro Pagani e forte della splendida Guardami negli occhi portata a Sanremo, avviare l’atteso rilancio, consolidato nel 2001 con L’amore è fortissimo e il corpo no (Storie di Note): il disco impone l’ex “Pulcino di Gabbro” come credibilissima cantautrice dall’approccio rock tutt’altro che accomodante, gettando le basi per alcune collaborazioni di alto livello (Cesare Basile, Massimo Zamboni), per il libro di poesie Le mie madri (Fazi, 2003) e per il nuovo CD Tutto l’amore che mi manca, che ribadisce in modo quantomai esplicito lo spessore e la personalità di Nada assieme al suo pieno diritto di camminare a testa alta – ma senza uniformarsi per questo a qualsivoglia cliché – in quella scena rock che da poco l’ha accolta a braccia aperte.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.576 del 27 aprile 2004

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