Goodfellas

Risale a quasi cinque anni fa l’intervista ai “bravi ragazzi” di quel Goodfellas che ancora oggi è uno dei più affermati distributori italiani di dischi indipendenti. Da allora nel mercato sono cambiate un po’ di cose, ma questa chiacchierata resta a mio avviso attuale e ricca di motivi di interesse.
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La sede di Goodfellas, una trentina di metri quadri su due livelli, si trova al Pigneto, quartiere popolare caro a Pasolini che da qualche anno sta conoscendo una bella riqualificazione. È qui che avviene l’incontro con Roberto Corsi e Stefano Zurlo, ovvero il 50 percento dei titolari attivi della premiata ditta che da un decennio esatto provvede a rendere reperibili nel nostro paese le produzioni di moltissime etichette medie e piccole: tra quelle attualmente in catalogo, Constellation, Kranky, One Little Indian, In The Red, Ipecac, Neurot, Kill Rock Stars, Munster, Fat Possum, Morr Music, Alternative Tentacles, Labrador, Damaged Goods, Tee Pee, Vampisoul, Light In The Attic… e se vi sembra poco vuol dire che non siete granché in sintonia con quanto (di meglio) accade nel panorama che si suole definire “alternativo”. Un’intervista la cui ampiezza e vivacità è stata maggiore di quanto dicano queste pagine dove, inevitabilmente, si è dovuto comprimere e schematizzare.
Dieci anni di Goodfellas non sono uno scherzo, visti soprattutto i tempi di crisi del disco. Com’è iniziata la vostra avventura?
Siamo nati alla fine del 1999 dalle ceneri di un distributore storico romano, Helter Skelter, del quale due di noi erano dipendenti e uno socio di minoranza. Alla sua chiusura abbiamo unito le forze con la Abraxas di Firenze, che già da anni produceva ristampe e trattava vinile: dovevamo esserne il braccio distributivo, portando anche in dote alcune etichette che erano nell’orbita di Helter Skelter. In seguito ci siamo affrancati dalla Abraxas, ma uno dei suoi soci, Simone Fringuelli, è diventato il quarto bravo ragazzo: lui sta a Firenze e lì gestisce l’amministrazione, l’etichetta Spittle – che aveva fondato negli anni 80 e che Goodfellas ha rivitalizzato e rilanciato – e il magazzino, che per questioni logistiche è rimasto negli stessi locali di quello di Abraxas. Qui a Roma, noi due e Jacopo Iafolla ci occupiamo del settore commerciale, del marketing, delle edizioni, delle consulenze musicali per colonne sonore e pubblicità e di circa un terzo della promozione; ai rimanenti due terzi di quest’ultima provvede invece il nostro piccolo distaccamento milanese.
Quali erano, all’epoca, le vostre aspettative?
Nonostante in molti ci dicessero “ma i dischi non si vendono più, cosa aprite a fare?”, siamo partiti dal nulla e abbiamo proseguito con impegno e passione. Inizialmente abbiamo lavorato come talent-scout: entrando in un mercato già saturo di operatori ci siamo mossi quasi solo con artisti sconosciuti, ai quali gli altri non erano interessati. Questa “palestra” ci ha consentito di maturare professionalità e ottenere spazi, sia con i “nostri” nomi piccoli che avevano intanto raggiunto maggiore fama, sia accordandosi con altre etichette grazie al passaparola internazionale.
Continuate, però, ad andare a caccia di nuovi talenti…
Naturalmente, sì. Non tramite MySpace, che sembra ormai essere diventato una specie di grande macchina da spam, ma consultando riviste on line e blog, oppure muovendoci sulla base delle imbeccate che riceviamo da amici dell’ambiente. Il nostro scouting non finisce mai: un po’ per attitudine, un po’ per una questione di pura e semplice sopravvivenza.
E, dopo, non è un caos tenere i rapporti con tante singole realtà?
Sì. Infatti spesso, per evitare dispersioni di tempo ed energie, mettiamo in contatto microetichette o artisti autoprodotti con i nostri grossisti inglesi e americani. Se si accordano, tutto diventa più facile per noi.
Anche alla luce del mercato non proprio florido, come sono i rapporti con i concorrenti? Odio feroce e concorrenza spietata?
Assolutamente no. Un tempo esisteva, in effetti, una tendenza a competere e farsi dispetti che danneggiava tutti, anche perché all’estero c’era chi si approfittava di questa situazione da Far West. Oggi, benché le persone implicate siano in gran parte le stesse di allora, la correttezza regna sovrana: siamo tutti cresciuti, non solo anagraficamente ma a livello di mentalità, con evidenti benefici. È inevitabile che si verifichi qualche disguido, magari a causa di comportamenti impropri dei partner stranieri, ma per superarlo basta una telefonata o un’e-mail. Sciocchezze, rispetto alle guerre sanguinose combattute nello scorso decennio sull’asse Napoli-Roma-Firenze-Milano.
Pochi anni fa un distributore storico, la Wide di Pisa, è stato costretto a gettare la spugna. Non ci sono state lotte nemmeno per accaparrarsene i “territori”?
Di sicuro nessuno si è mosso subdolamente per accelerarne la dipartita. A un certo punto Goodfellas gli ha anche offerto il suo appoggio, ma ormai il trend negativo era troppo avviato per riuscire ad arginarlo. Una volta accertato che la situazione non aveva possibilità di recupero, ognuno ha agito nel proprio interesse, anche per evitare che tutti i marchi gestiti dalla Wide fossero acquisiti da uno solo. Molte sue esclusive, comprese alcune importanti, sono comunque passate a noi.
Il salvataggio era davvero impossibile?
Se una major è in crisi, si accorpa con un’altra licenziando centinaia di dipendenti. Strutture come le nostre, che in pratica sono condotte dai loro proprietari e hanno sede in città diverse, come potrebbero unirsi? Troppo complicato… per questioni pratiche, di ego, di amor proprio di quanti vi sono coinvolti sul piano societario. Una seria flessione di mercato non conduce a fusioni ma alla scomparsa di qualche distributore indipendente.
Ormai voi distributori lavorate solo con contratti di esclusiva, un tempo onerosissimi. È ancora così?
La crisi e l’aumento vertiginoso dell’offerta hanno mutato radicalmente la politica delle etichette: prima la concessione di un’esclusiva era un privilegio da pagare con minimi garantiti, zero possibilità di resa degli invenduti, pubblicità e promozione a carico nostro. Oggi, i rapporti sono equi e collaborativi: le etichette, in sostanza, cercano gente affibile e appassionata che “ne sappia” dei prodotti che deve vendere. Gli accordi sono per lo più del tipo gentleman’s agreement, che a meno di problemi si rinnovano tacitamente di anno in anno.
Capita piuttosto spesso, però, che voi e i vostri concorrenti perdiate distribuzioni a vantaggio di qualcun altro. Immagino non sia piacevole, specie nel caso di artisti che avete iniziato ad assistere quando non erano ancora nessuno.
Succede, certo, ma per questioni a monte, che nulla hanno a che vedere con l’Italia. Se una major ingaggia una band indie e acquista tutto il suo catalogo non abbiamo possibilità di far nulla, e lo stesso nel caso qualcuno firmi con una etichetta molto importante che ovviamente è già distribuita da altri; oppure, che un’etichetta lasci un distributore estero che lavora con noi per passare a uno che ha già in essere un rapporto con un nostro concorrente. È un aspetto che fa parte del gioco, sul quale sarebbe sciocco recriminare… benché è logico che perdere i White Stripes o Elliott Smith non ci abbia fatto gioire.
Si è accennato alla crisi generale di vendite. Goodfellas come se la cava?
Dire che andiamo controcorrente sarebbe inesatto, ma non ci lamentiamo: dopo anni di lenta e costante crescita, il nostro fatturato è rimasto stabile. La differenza sta nel fatto che ora le cifre di un tempo si raggiungono trattando molti più dischi e affiancando a quella primaria altre attività parallele: quindi, per gli stessi risultati economici, servono sforzi maggiori e più personale.
Per curiosità, quant’è l’incidenza del vinile su questo fatturato?
Un ottimo 15 percento.
Chiarito che ognuno fa storia a sé, quanto deve vendere un singolo disco perché Goodfellas lo consideri un successo?
Ora, nel 2009, siamo contenti da cinquecento copie in su. Nel 1999 ce ne volevano un migliaio, le cinquecento si vendevano anche di un vinile.
E quanto vende in media un album che per voi è una priorità, come – ad esempio – uno di Vic Chesnutt?
Tra le cinquecento e le mille copie, ma il suo mercato reale è superiore: altre copie vengono acquistate all’estero, tramite Internet, altre ancora sono importate da piccoli negozi che preferiscono avere a che fare con un unico soggetto e che quindi acquistano da grossisti stranieri, specie olandesi. Secondo noi, sbagliano: non c’è risparmio, non c’è resa e si ricevono i dischi anche in ritardo: i nostri fornitori ci consentono di uscire in Italia circa una settimana prima del resto del mondo proprio per aiutarci ad anticipare questa concorrenza “generica”.
I dischi distribuiti da Goodfellas si trovano ovunque?
Nei negozi specializzati, alla Fnac e da Feltrinelli, alcuni titoli pure da Mediaworld. Ci è preclusa la grande distribuzione dei supermercati, delle Poste, degli autogrill… ma per produzioni di nicchia come le nostre forse non avrebbe senso: bisognerebbe mettere in circolazione tantissime copie, e le vendite potrebbero anche non giustificare l’impegno.
Nemmeno per i Fireman di Paul McCartney e Youth?
Quello è un caso particolare, da alcune migliaia di pezzi. Meno, però, dell’ultimo di David Byrne & Brian Eno, che ha sfiorato i cinquemila. Un altro best seller, specie rispetto al nostro poteziale di allora, fu Cody ChesnuTT… uscite italiane come la Banda Bassotti sono andate assai bene… e non bisogna dimenticare Dub Side Of The Moon.
Beh, grazie, con gli Easy Star All-Stars siete andati a Sanremo… Ma come avete fatto?
In verità, Bonolis li conosceva e ci teneva moltissimo ad averli come ospiti al Festival. È stato tutto molto divertente… i ragazzi della band non capivano perché li facessero venire dall’America per un solo brano, avrebbero voluto fare un concerto intero. Abbiamo dovuto spiegargli cosa fosse Sanremo, ed erano onoratissimi che uno pagato tanto quanto Bonolis avesse voluto lì proprio loro.
In generale, il degrado delle major sta favorendo realtà alternative come Goodfellas?
In un certo senso sì: ormai molti grandi nomi preferiscono autoprodursi e affidare i loro dischi ai distributori indipendenti… perché dovrebbero lasciare quasi tutta la torta alle multinazionali, che investono sempre meno e riconoscono royalties ridicole? Potendo contare su una buona base di sostenitori, l’autarchia è una scelta vincente: basti pensare ai Black Crowes o, in Italia, a Renato Zero.
Ma chi è, oggi, il “nemico” di un distributore come voi?
È la cultura generale rispetto all’acquisto dei dischi. Anni fa i negozi erano luoghi di aggregazione, dove si veniva a conoscenza delle cose e ci si confrontava tra appassionati. Oggi, a parte poche mosche bianche, i giovani si informano su Internet e spesso non comprano dischi limitandosi a scaricare, legalmente o – più spesso, almeno in Italia: qui il “gratis” esercita un fascino particolare, e chi se ne frega se danneggia qualcun altro – illegalmente. Il progresso è ok, ma è innegabile che il rapporto della gente con la musica non si è certo modificato a vantaggio di chi distribuisce dischi. Noi, in ogni caso, stiamo meglio di altri i nostri titoli sono di quelli che i cultori vogliono, di solito, possedere anche come oggetto fisico.
Molti dicono che questo accade perché i dischi costano troppo.
Negli ultimi anni, rispetto al potere d’acquisto della moneta, i prezzi non sono aumentati, ma è innegabile che l’oggetto-disco sia un po’ un bene di lusso… uno per il quale l’italiano medio – che preferisce il capo firmato, la serata nel locale o altre cose più “di facciata” – è poco propenso a spendere. Per cominciare bisognerebbe abbattere l’IVA, ma il problema vero è a monte: le etichette dubitano che, diminuendo i prezzi, le vendite aumenterebbero abbastanza da compensare gli introiti minori sulle singole copie.
Facciamo qualche cifra: in media, quanto pagate un normale CD, a quanto lo rivendete all’ingrosso, e quale dovrebbe essere il suo giusto prezzo al pubblico?
Senza campagne promozionali, un CD acquistato dal distributore estero ci costa circa sette euro e questo ci obbliga a rivenderlo, di listino, più o meno a undici. In un negozio che acquista direttamente da noi il prezzo dovrebbe essere attorno ai 16/17 euro, ma se ci sono passaggi intermedi di grossisti italiani può lievitare fino a 18/20. È una cosa, però, che sfugge alle nostre capacità di controllo.
Comunque, i negozi se la passano male. Anni fa avete ceduto quello che avevate aperto qui a Roma, e avete rinunciato al vostro progetto di punti vendita “marchiati” Goodfellas.
Sì. Il negozio è rimasto, ma è autonomo; c’è però un legame residuo, dato che lì gestiscono il nostro mail order… che è molto meno redditizio di un tempo, per via di Internet, ma porta comunque guadagno. Abbiamo preferito scegliere altri investimenti, impegnativi sul piano organizzativo ma non su quello economico: le edizioni musicali, la “Unusual Library” di musica realizzata appositamente per TV, radio, cinema e spot in collaborazione con la Fridge di Milano, il licensing per pubblicare materiale inedito degli archivi RAI come quello di Robert Wyatt e Mike Cooper…
E la promozione, alla quale siete parecchio attenti?
Per fortuna ora le etichette contribuiscono a finanziarla. Hanno capito che essa non serve solo alla vendita dei dischi, ormai quasi oggetti da merchandising, ma a muovere altre dinamiche di guadagno per gli artisti: dai concerti – ogni mese girano l’Italia una trentina di band o solisti del “giro” Goodfellas – al download ufficiale, dall’inserimento di pezzi in colonne sonore o spot all’acquisto di dischi dall’Italia presso grandi rivenditori on line come Amazon o Play.
La stampa specializzata conta ancora?
Per noi, senza dubbio. Certo, oggi una copertina di rivista non fa certo vendere duemila copie in più come avveniva anni fa, ma una buona stampa – se autorevole – aiuta sempre. È però indispensabile preoccuparsi anche di altro, dalla pagina facebook al blog promozionale su http://www.goodfellas.it.
Con dieci anni sulle spalle, quali sono le vostre aspirazioni?
Resistere e migliorarci. Nessuno di noi, però, ha una mentalità da squalo né vorrebbe chissà quale espansione: la nostra è una struttura di tipo “artigianale”, e vorremmo che restasse tale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.665 del dicembre 2009

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Goodfellas

  1. Country Boy

    scusa non ha accettato il t=532
    insomma la coincidenza al 8 min. e 52 sec.

    (ovvio che puoi cancellare entrambi)

  2. Country Boy

    ieri sera ho visto questo film (una stronzata femminilfighetta dei tempi moderni ma ficco per via di Cody coincidenza)

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