Kurt Cobain

Oggi ricorre il ventennale della morte del leader dei Nirvana, ma già da giorni (settimane) è tutto un proliferare di commemorazioni e ricordi: in questo mondo idiota, ossessionato dalla fretta, ormai si gioca d’anticipo persino sulle ricorrenze di episodi avvenuti decenni prima. Comunque sia, mi unisco al coro (senza anticipare, però) con questo articolo scritto nel 2004 per il decennale, quando Cobain ebbe la seconda copertina del Mucchio Extra (quello vero). Quanto qui recuperato è la prima parte, incentrata su una serie di considerazioni molto personali, di una lunga monografia sulla band americana: un pezzo atipico, quindi, ma secondo me proprio per questo interessante.

Cobain fotoKurt, Roma e io (un’introduzione molto personale)
C’è grande differenza, tra il conoscere un mito prima che divenga tale e l’accostarvisi solo dopo il suo ingresso nell’empireo dell’eterna gloria, specie quando l’ascensione è – per chi ci crede, anche se in questo caso sarebbe una caduta negli inferi – un fatto “reale” e non figurato. Per la mia generazione, ad esempio, le tre “J” – Jimi, Janis e Jim – sono sempre state leggende, icone da venerare, visi tra l’angelico e il luciferino stampati su T-shirt e poster, martiri della vita spericolata sui quali imbastire affascinanti ma oziosi discorsi all’insegna del “what if…?”: nessun nuovo album da attendere (a parte, è ovvio, i postumi assemblati con materiale d’archivio da un mercato mai riluttante a speculare sui fan), nessun concerto al quale assistere, nessuna speranza di incontri dai quali ottenere autografi o ancor più ambite fotografie assieme al divo; al massimo, un pellegrinaggio su qualche tomba coperta di scritte e fiori, spesso più per poter dire “ci sono stato” che per la necessità interiore di sentirsi vicini agli illustri estinti. Non così Kurt Cobain, che noi abbiamo visto nei panni prima dell’emergente, poi dell’artista di culto, quindi della star, infine della vittima. Quel Kurt Cobain che ho avuto la fortuna di ammirare dal vivo per tre volte nei suoi tre tour italiani e con il quale in più circostanze, per interesse privato e professionale ma con scarsi risultati, ho cercato di imbastire un dialogo. Quel Kurt Cobain che dal principio ho studiato a fondo attraverso dischi, interviste e libri, spinto dall’amore per la sua musica ma anche dalla curiosità di afferrare almeno qualche scampolo del suo enigmatico carattere.
Ho riflettuto molto, se fosse o meno il caso di introdurre questo lungo ricordo dell’artista e dell’uomo in modo così singolare, nonché esposto al rischio dell’autoreferenzialità. Alla fine ho concluso che sì, si potevano tirar fuori dalla valigia delle memorie alcune testimonianze dirette, e pazienza se qualche maligno vorrà leggere in questa operazione la volontà di sottolineare il mio esserci stato: volenti o nolenti, la Storia non si può cambiare, e i racconti di un reduce sono e rimarranno più attendibili – a patto che non si metta in mezzo quella brutta bestia della nostalgia – dell’eventuale, anche involontario revisionismo di chi, mentre Cobain si immolava e bruciava sui palchi, portava ancora i calzoni corti; oppure, se li aveva smessi da un po’, viveva magari la musica e il suo contorno come puoi farlo a sedici/diciassette anni, tutto estremismo e mitologia ed eccitazione e voglio il mondo e lo voglio adesso. Quel 27 novembre 1989 al Piper, invece, di anni ne avevo già quasi trenta, e non dimentico il cinismo da chi ne ha viste tante con il quale commentai il comportamento sul palco romano del leader dei Nirvana, alla loro seconda data in Italia (avevano infatti suonato il giorno precedente al Bloom di Mezzago) e al debutto davanti ai miei occhi. Già prima del concerto, nei camerini dove mi ero intrufolato grazie all’organizzazione amica, mi era parso di percepire una certa tensione, al punto che dopo un tentativo di colloquio naufragato quasi subito in un’assente glacialità (che io attribuii alla presenza di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman della Sub Pop, che sembravano più simpatici ma davano l’idea di tirarsela) volli tornarmene in sala ad attendere l’inizio dello show che i tre avrebbero tenuto come spalla dei Tad. Come sarebbe stato possibile prevedere, il set durò poco: il pubblico non era esattamente una folla oceanica, visto che il rock di Seattle era una faccenda da intenditori e del resto i due gruppi non erano giustamente considerati al livello dei Mudhoney (che, per inciso, avrei visto sempre al Piper nel luglio del 1990) o dei Soundgarden (che mi avevano lasciato a bocca aperta, cinque mesi prima, al Uonna: diomio, che tempi!), e stando proprio sotto di lui assistetti alla scena di un Cobain isterico che si era arrampicato sulla colonna di destra delle casse acustiche e smaniava come King Kong sull’Empire State Building, minacciando di buttarsi giù – io, intanto, mi ero spostato qualche metro indietro: Kurt non era Tad, ma cadendomi addosso da quell’altezza mi avrebbe di sicuro fatto male – fino al provvidenziale arrivo della crew. Esasperazione da problemi tecnici, mi spiegò in seguito un roadie al quale avevo chiesto lumi… ma lì per lì dissi all’amico Gianni che era con me che quel ragazzetto dall’aria spaurita doveva essere fuori, causa DNA o sostanze imprecisate, o semplicemente coglione. L’amico Gianni, esperto quanto e più di me in pantomime rock, annuì convinto.
Fu ancora in novembre (ma il 19) che due anni più tardi mi trovai di nuovo, per poco più di un istante, di fronte a un Kurt in apparenza più reattivo ma comunque con la testa altrove; si era sempre a Roma, in un locale dalla breve vita chiamato Castello, nell’ambito della tournée di Nevermind che aveva già toccato Trieste e Mezzago e l’indomani avrebbe raggiunto Bologna, e lui stava per salire sullo stage. Giunto all’ultimo istante, non ero riuscito a godermi l’apertura degli Urge Overkill, e ottenni l’accesso al club “sold out” – avevano addirittura abbassato le serrande onde evitare discussioni con chi voleva entrare senza biglietto – solo per la cortesia di Prince Faster, DJ di quella Radio Rock che gestiva la serata. Nella mia mente la performance fu intensissima e trascinante, ma per parecchio ritenni che il mio giudizio avrebbe potuto essere viziato in positivo dal clima di elettricità creato dall’hype e dall’alcool; la prova che non avevo avuto visioni mi fu poi implicitamente fornita, nel 1996, dal live postumo From The Muddy Banks Of The Wishkah, nella cui scaletta c’è una Spank Thru registrata proprio al Castello: sì, in quella brutta stanzona a uno sputo dal Vaticano era avvenuta qualcosa di speciale, a dimostrare che nei due anni dalla gazzarra del Piper i Nostri avevano acquistato in forza espressiva, temperamento e professionalità, e che il loro improvviso e imprevisto successo su vasta scala era fondato su basi concrete e non (solo) su un capriccio della buona sorte.
Diciotto mesi dopo, quando la discografia della band si era già arricchita di In Utero, tutto lasciava pensare che finalmente sarei stato in grado di avere una vera conversazione con Cobain. La rivista per la quale lavoravo, Rumore, aveva infatti stretto accordi con la Geffen per una chiacchierata telefonica, che peraltro non ebbe mai luogo a causa – questa la versione ufficiale – del fittissimo carnet di impegni del musicista. Dato che per ragioni editoriali il numero di ottobre non poteva fare a meno di un pezzo sui Nirvana, il direttore Claudio Sorge mi chiese di “improvvisare”; cosa che, da bravo professionista, feci, rimediando non senza fatica un tot di interviste recenti (per la cronaca, nel 1993 lo scibile umano non era a portata di mouse: servivano pazienza, telefonate e fax) e organizzando un articolo composto di cronaca, osservazioni critiche e dichiarazioni “di seconda mano”. Sono andato a rileggerlo, quell’articolo, e il ritratto di Kurt che da esso emergeva – ricavato non da un delirio personale, bensì da un’attenta analisi delle “fonti” – era quello di un uomo molto più stabile di quanto sarebbe stato lecito attendersi alla luce dei guai con la droga, delle pressioni da carriera, delle difficoltà familiari (alle quali però, nel momento in cui scegli di sposare una Courtney Love, dovresti essere preparato), forse anche del troppo denaro guadagnato troppo in fretta. Lo si sarebbe detto felice, per quanto si possa esserlo quando ogni tuo passo è controllato, quando ogni tua azione è valutata dai media e dal pubblico, quando chiunque ti stia attorno può trasformarsi in un delatore pronto a venderti o a inventare qualsiasi scoop su di te per soldi o per i famosi cinque minuti di gloria.
Roma, ancora Roma, 22 febbraio 1994. I Nirvana erano per la terza volta nella Capitale, appena giunti da Modena, per esibirsi al Palaghiaccio con i Melvins come supporto. Giorni prima domandai all’amico Marco Cestoni, un ex collega all’epoca responsabile italiano della Geffen, se ci fossero possibilità di incontrare Cobain a quattr’occhi, e la sua risposta fu grossomodo “sarebbe più facile con il Papa”; ovviamente esagerava, perché se avessi insistito un po’ l’occasione “di straforo” si sarebbe potuta trovare (il 23 era un day-off e il trasferimento a Milano per le ultime due date era fissato il 24), ma avendo sempre detestato l’invadenza decisi di rimandare l’ipotesi di “faccia a faccia” a una generica opportunità futura e di accontentarmi del concerto. Un bel concerto, piuttosto breve ma energico e nervoso al punto giusto, che esercitò una particolare attrazione su di me a causa della presenza del secondo chitarrista Pat Smear, in virtù dei suoi trascorsi nei Germs: devo confessare – ognuno ha i suoi idoli, non importa se grandi e piccoli – che durante lo show ero concentrato molto più su di lui che su Kurt. E Roma, tra il 2 e il 12 marzo, fu infine teatro di una quasi-tragedia, quando nella prima mattina del 4 il cantante, ospite dell’Hotel Excelsior, venne ricoverato d’urgenza presso l’ospedale Umberto I per avere ingerito champagne e pasticche di Roipnol mischiati ad altri farmaci assunti per curare piccoli malanni: si parlò di incidente e di tentato suicidio, e le conseguenze non furono più gravi solo per miracolo. Appresi dell’accaduto dal telegiornale, quando Kurt era già in via di guarigione, e rimasi sorpreso: non sapevo né potevo immaginare che i coniugi Cobain fossero in vacanza nella mia città. In un servizio TV, al fianco di Courtney Love, riconobbi anche Cestoni, e mi scoprii a riflettere quale incommensurabile casino saranno stati per lui quei giorni, con il leader dei Nirvana in precarie condizioni e le somme dirigenze della Geffen a tempestarlo di chiamate per ricevere notizie sulla loro gallina dalle uova d’oro: pensieri che si fanno, specie dopo uno scampato pericolo, per sdrammatizzare. Passata la buriana ho quindi chiamato Marco, e con lo stesso spirito un po’ macabro ho scherzato con lui sul fatto che, per un pelo, per realizzare la mia sospirata intervista sarei stato costretto a coinvolgere un medium: mai avrei sospettato che, di lì a un paio di settimane, quella innocente battutaccia mi avrebbe provocato così tanto rimorso. Sipario sull’amarcord, e si ritornano a vestire i panni del giornalista serio.
Tratto da Mucchio Extra n.13 della Primavera 2004

Annunci
Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

Navigazione articolo

4 pensieri su “Kurt Cobain

  1. Articolo stupendo, grazie di averlo condiviso.

  2. Anonimo

    Senza alcuna inutile retorica ma solo per giustizia e per dare importanza appunto alla persona, mi piacerebbe capire perchè invece non si parla apertamente di tesi di tentato omicidio(Roma) e omicidio(Seattle) nel caso Cobain e si riapra finalmente il caso fatto chiudere immediatamente dalla moglie come suicidio ponendosi seri interrogativi.
    Siamo e siam stati tutti grandi fans dei nirvana ma qui l’esser fan non centra niente, ne nessuno vuole negare l’attitudine spesso autodistruttiva e suicida di Cobain.
    Ma sarebbe utile sapere se la maggior parte dei media e della gente ne sono a conoscenza e se si come si spiegano :

    -Perchè sul fucile, sui proiettili e sulla siringa non sn state mai state ritrovate impronte digitali o se credono sul serio che dopo essersi sparati una persona possa resuscitare un attimo per cancellare da solo le proprie impronte o togliersi dei guanti?
    -Perchè nessuno abbia mai interrogato e chiesto cosa ci facesse oltre che dormire nell’abitazione dove fu ritrovato morto Cobain, Michael DeWitt detto “Kalì” (il tato e amante tossico della Love) tra l’altro presente anche nel coma/morte apparente a base di roypnol prescritto alla moglie e champagne nella stanza collegata un mese prima il 4 marzo a Roma?
    -Perchè Cobain pochi giorni prima della presunta scomparsa aveve richiesto al loro avvocato e amica comune Rosemary Carroll di provvedere a preparare tutte le carte per il divorzio e la rescissione della Love dal suo testamento e da qualsiasi bene e diritti multimilionari(che non fece in tempo a firmare)? Tra l’altro la stessa Courtney chiamò lo stesso avvocato comune(Rosemary Carroll)chiedendogli di riuscire a procurargli “il più malvagio e feroce avvocato divorzista” e si informò in che caso l’accordo prematrimoniale poteva essere nullo.

    Non parliamo di ipotesi queste son tutti dati di fatto ormai ampiamente documentati [justiceforkurt.com] su di un caso che invece è stato immediatamente fatto chiudere come suicidio e che non è mai più stato riaperto. Prove documentali(alcune certo documentate e raccolte in seguito) a mio avviso avrebbero dovuto far riflettere, indagare e far riaprire subito il caso se solo ci fosse stata adeguata informazione e attenzione anche da parte dei media e non si fosse presa immediatamente per buona le dichiarazioni di suicidio che ha da subito e da sempre declamato la moglie(che invece potrebbe essere la prima responsabile e mandante dell’omicidio dato che aveva “miliardi” di moventi).

  3. Si tratta di un articolo scritto dieci anni fa, ma a parte questo si tratta di un articolo molto personale, che racconta vicende che nulla hanno a che vedere con le ipotesi che la morte non sia avvenuta come dichiarato dalla versione ufficiale.
    Che in questa brutta storia ci siano parecchie ombre è innegabile, così come è innegabile che i media americani avrebbero potuto fare di più. Però, ecco, ritenere Courtney Love capace di nascondere in questo modo la presunta verità significherebbe sopravvalutarla un po’ troppo.

  4. Gian Luigi Bona

    Ottimo articolo Federico!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: