Hugo Race

Benché lo segua da sempre, e abbia persino allegato un suo live esclusivo a un numero del Mucchio Extra, di Hugo Race ho scritto pochino. Recupero perciò con piacere questa recensione del 2010 di un suo ottimo album in parte “italiano”.

Hugo Race copFatalists (Gusstaff)
Sono ormai tre decenni che Hugo Race, anche in parallelo alla sua lunga e cruciale esperienza all’interno dei Bad Seeds di Nick Cave, pratica una sorta di nomadismo geografico, artistico e culturale: si pensi solo che lui è nato a Melbourne, ha vissto anche negli Stati Uniti per poi vagare attraverso svariate nazioni europee, ha realizzato la maggior parte dei suoi lavori in proprio per un’etichetta tedesca (questo, invece, è di fattura polacca) e ha collaborato, fra i tanti, con musicisti italiani, svizzeri e del Mali. Un autentico cittadino del mondo che, spinto dalla curiosità e da un temperamento creativo presumibilmente (e positivamente) inquieto, si destreggia fra tradizione e modernità ruotando però più o meno sempre attorno a quel blues che da sempre, in certi ambiti rock, è al contempo Padre, Figlio e Spirito Santo (cioè, Diabolico).
Del ricco corpus discografico del multistrumentista, songwriter, cantante e produttore australiano, questo Fatalists – inciso quasi interamente a Forlì con il contributo di vari nostri connazionali – è di sicuro uno dei capitoli più meritevoli, in virtù di un classicismo stilistico che non sconfina però mai nello stantio e/o nel calligrafico e di una qualità compositiva davvero notevole, tanto negli episodi più dilatati e delicati quanto in quelli dove il sostegno ritmico è più imponente e le tensioni sono fisiche oltre che emotive. Più che la luce del sole che comunque a tratti, seppure un po’ pallida, non manca di fare capolino, sono le ombre – sottolineate da una voce profonda e mai spinta – a dominare queste otto tracce di durata media attorno ai quattro minuti e mezzo, fra le quali le riletture di Will You Wake Up (David Creese) e del tradizionale In The Pines: tracce che si snodano in un fluire stimolante e a volte un po’ inquietante di strumenti acustici ed elettrici. Portandosi dietro l’odore della polvere e della pioggia, le pungenti sferzate del vento notturno e gli echi di terre lontane e antiche storie.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.677 del dicembre 2010

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