Mansun

Con qualche eccezione, il mio interesse per il cosiddetto brit-pop non è mai stato particolarmente acceso. Nel corso di una trasferta a Londra organizzata per intervistare i Blur (qui), la EMI propose un incontro con gli emergenti Mansun: il Mucchio, ai tempi da poco settimanale, seguiva con attenzione il fenomeno, e allora perché no? Ne venne fuori una chiacchierata non proprio ricca di spunti brillanti, ma indicativa del pensiero di una band trovatasi da un giorno all’altro a vivere un notevole successo; che poi questo non sia durato (lo scioglimento arrivò altri due album dopo, nel 2003) è tutta un’altra faccenda.
Mansun foto
Per i capiscuola Blur, il brit-pop è ormai un cadavere buono al massimo per l’autopsia. Non deve però pensarla così la lungimirante mamma EMI, che sotto l’ala protettiva del marchio Parlophone culla da tempo la “next big thing” del suddetto ambito musicale: i Mansun, quartetto di Chester che dopo una lunga serie di singoli ed EP ha appena pubblicato l’album Attack Of The Grey Lantern; il nostro contributo all’evento è questa intervista con l’intera band, realizzata a Londra all’inizio di dicembre e finora “congelata” proprio per attendere l’uscita del disco.

* * *

L’incontro con i Mansun avviene in un salone d’albergo esageratamente grande, che con un po’ di buona volontà sarebbe bastato anche per le registrazioni del “Top Of The Pops” al quale il gruppo è atteso per il pomeriggio. Seduti su un divano, i quattro sembrano fare il verso al manifesto di Donne sull’orlo di una crisi di nervi di Almodovar, e mettono in mostra una leggera tensione – è la prima volta, in fondo, che hanno di fronte giornalisti arrivati dall’Italia – destinata però presto a dissolversi per lasciar spazio a discorsi sempre più rilassati. La palma della loquacità spetta al cantante Paul Draper, T-shirt del Che in stile Rage Against The Machine, e al chitarrista Dominic Chad; ridottissimi, invece, gli interventi del bassista Stove King e dell’ultimo arrivato, il batterista Andy Rathbone.
Allora, come state vivendo queste prime settimane di successo?
Ad essere sinceri, non ci rendiamo ancora bene conto di quel che sta accadendo: suoniamo e registriamo ininterrottamente da più di un anno, e lo stare sempre chiusi negli studi e nei club limita un po’ la percezione della propria acquisita notorietà. Abbiamo visto la copertina del “Melody Maker” e ci accorgiamo che tutti i nostri concerti sono sold out, certo, ma in sostanza non è cambiato nulla: almeno per ora, facciamo esattamente le stesse cose di sempre.
Non è vero: prima non dovevate difendervi dagli attacchi delle ragazzine giapponesi.
Beh, in effetti… questa storia del Giappone ci ha lasciati senza parole, pensa che per la confusione creata dai nostri fan la polizia ha dovuto addirittura bloccare la circolazione stradale. Non siamo il primo gruppo inglese ad ottenere larghi consensi da quelle parti, ma trovarsi ad essere delle star senza aver inciso neppure un album è davvero una stranezza. Sul mercato locale è reperibile solo una raccolta di brani tratti dai nostri singoli, è un mini-CD con otto pezzi intitolato Japan Only EP.
Quanto avete fatto finora, dalla interminabile sequenza di EP al tour in Giappone, fa pensare a un’accurata pianificazione a tavolino. Anche il vostro suono è frutto di una strategia?
No, assolutamente: la politica commerciale della nostra etichetta è la conseguenza di uno studio, ma la musica non ha nulla a che vedere con il marketing: la musica non ti dà tempo di decidere cosa fare e dove portarla, va avanti da sola per strade spesso imprevedibili.
E la vostra dove va?
Almeno per ora, verso il pop. Un pop bizzarro, che fagocita le nostre mille influenze e le restituisce sotto forma di canzoni che mettono in mostra più di un riferimento agli anni ‘80 e ‘70 ma tentano di non cadere nei cliché. Potremmo nominarti tanti gruppi con i quali siamo cresciuti e che quindi ci hanno dato qualcosa in termini di ispirazione, ma sarebbe inutile: penso sia chiaro, comunque, che gente come Stooges o Velvet Underground non ha avuto un gran peso nella nostra evoluzione.
Damon Albarn dei Blur sembra molto interessato a portare avanti un discorso di carattere artistico. Per i Mansun il pop può essere anche una forma d’arte?
La musica è soprattutto divertimento, intrattenimento. È davvero OK solo se piace alla gente e se la fa divertire, e il massimo è quando una canzone nata in modo spontaneo, senza calcoli, riesce ad incontrare i gusti del pubblico. Dal nostro canto vogliamo solo esprimere noi stessi, senza l’assillo di confezionare hit ma senza nemmeno doverci preoccupare se il risultato del nostro lavoro sia o meno definibile come arte. Un pittore dipinge e basta, seguendo la sua indole e cercando di migliorare il suo stile: le interpretazioni dei suoi quadri e le valutazioni qualitative degli stessi cambieranno a seconda delle persone, e lo stesso accade per il pop.
Vi ritenete fortunati a essere nella posizione nella quale vi trovate oggi?
Sì, ma non nel senso di avere un contratto discografico e la prospettiva di una brillante carriera commerciale. Ci riteniamo molto fortunati, invece, ad essere riusciti a delineare e perfezionare il nostro stile in tempi assai brevi, a differenza di tanti altri che per farlo hanno bisogno di anni e anni di prove. E anche a poter comporre, interpretare e registrare con naturalezza, raggiungendo i risultati che ci soddisfano senza incontrare grandi ostacoli.
Vi preoccupate mai delle responsabilità che avete nei confronti di chi vi segue?
Responsabilità morali? No, al momento sarebbe assurdo: non siamo profeti di nessuna fede, e pensare di diventarlo prima ancora di aver pubblicato il primo album sarebbe un po’ presuntuoso. Inoltre, non apparteniamo certo alla categoria dei gruppi impegnatiin chissà quali battaglie sociali o politiche: la nostra sola responsabilità è verso chi spende cinque sterline per vederci in concerto e non deve assolutamente rimanere deluso.
Veramente pensavo a qualcosa di meno terreno: per esempio, il rischio di condizionare la propria audience con le proprie affermazioni e i propri comportamenti.
Non crediamo di costituire un esempio negativo, visto che quel che ci interessa è solo suonare, lavorare e star bene trasmettendo al prossimo delle buone vibrazioni.
Non c’è nulla che vi preoccupa?
Beh, sì, sentiamo abbastanza la fatica dell’ultimo anno di attività a dir poco frenetica. Non è un buon momento per sentirsi stanchi, abbiamo un album in uscita e i relativi impegni promozionali da assolvere: la faccenda ci spaventa un po’, visto che per noi si tratta della prima volta e quindi non siamo ancora inseriti nel meccanismo del business.

* * *

Indubbiamente determinati, i Mansun. E di sicuro in grado di suscitare simpatie, con tutta la loro evidente inesperienza e i loro sforzi (inconsapevoli?) di assumere un contegno da aspiranti rockstar. Attack Of The Grey Lantern  dichiara senza possibilità di equivoco, con il sostegno dell’intelligenza e dell’ispirazione, che the boys just wanna have fun: chi ritiene di doverli biasimare per questo, per il make up o per i pantaloni a zampa d’elefante, si faccia prima un bell’esame di coscienza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.246 del 25 febbraio 1997

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Mansun

  1. Aldo

    Dio, quanto ho amato questa band. Mi mancano un sacco …

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