Beggars Banquet (2)

Sabato scorso ho recuperato con piacere una lunghissima intervista che feci nel 2000 a Martin Mills, il capo supremo di quella Beggars Banquet che, da negozio prima e piccola etichetta indipendente poi, è diventata un grande gruppo discografico, di notevole peso sul mercato britannico e mondiale. Otto anni e mezzo dopo, un secondo incontro servì a fissare un tot di riflessioni su come le cose fossero nel frattempo cambiate.

Beggars foto 2Sessant’anni compiuti il 12 maggio, Martin Mills è una persona cortese e alla mano, oltre che ben più semplice – o almeno così sembra – di quanto ci si potrebbe aspettare da chi siede sul trono di un impero discografico che non conosce decadenza. Questa è la seconda volta che ci incontriamo: la prima fu nell’autunno del 2000 sempre a Milano, e in quella occasione conversammo per un’ora e mezza a proposito della gloriosa storia della Beggars Banquet, dalla nascita nel retrobottega di un negozio di dischi londinese – era il mitico 1977 – all’alba del terzo millennio. L’ultima domanda riguardava una questione di allora scottante attualità, ovvero quel Napster che stava dando il via alla rivoluzione del download più o meno selvaggio; ed è proprio da questo punto, al tavolo di un elegante ristorante a un passo da Piazza Duomo, che è partita la nuova intervista, prolungatasi per un’ora senza mai tornare sui temi affrontati quasi nove anni prima.
Nel 2000 non mostrasti particolare apprensione per il fenomeno della musica scaricata dalla Rete e, anzi, affermasti di considerare Internet un ottimo strumento di propaganda. Col senno di poi, confermi?
Alla fine dello scorso decennio scoprimmo tutti la musica on line e il filesharing, e da allora niente è stato più lo stesso. Ritengo però che, alla fine, il cambiamento sia stato migliorativo: ha reso la musica più accessibile, ha semplificato enormemente il passaparola per le proposte di qualità, ha incrementato la facilità di vendita della musica stessa. Magari in Italia l’acquisto on line è meno diffuso al confronto con la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, ma lì è fantastico vedere la risposta immediata alle sollecitazioni promozionali. Ad esempio, ero ad Austinal SXSW per seguire il nostro Elvis Perkins, il cui disco – secondo me molto bello – sta andando benepur senza fare sfracelli. Il concerto è stato registrato per la NPR, una stazione radio non ascoltatissima in assoluto ma seguita dalla gente giusta: prima della trasmissione, nella classifica dei più scaricati da iTunes l’album era trentaduesimo, mentre il giorno dopo era balzato all’undicesimo.
E la crisi della quale tutti si preoccupano?
Ce ne sono due, quella finanziaria e quella del settore musicale, ma non mi pare che la seconda sia stata in qualche modo aggravata dalla prima: forse essa potrà avere ripercussioni negative nell’affluenza ai concerti, ma non sulla musica registrata. In ogni caso, il problema si avverte ai due estremi del mercato: chi prima vendevacentomila copie di un disco eora ne vendetrentamila, ed era dimensionato per questi obiettivi, se ne accorge, così come se ne accorge chi era dimensionato per le diecimila e se va bene arriva alle settemila. Però per la musica che produciamo noi, che per chi la segue non è solo entertainment ma anche emozioni profonde e “cultura”, la gente continuerà a spendere; e la Rete ha reso più facile scoprire e approfondire artisti che altrimenti sarebbero state sommersi da quelli più visibili.
Quindi adesso vendete di più?
Sì, anche se ciò avviene perché siamo cresciuti. Rispetto a qualche anno fa il Beggars Group ha meno etichette, ma più grandi: la Matador e la Rough Trade, che abbiamo acquisito in tempi più recenti, hanno favorito l’incremento globale, e quindi la nostra presenza nel mercato è ora più solido e importante. Capita così che si propongano a noi artisti che mai avremmo ritenuto possibile avere nella nostra scuderia, come i Radiohead.
Ok, per vostra fortuna la crisi non vi ha toccato. Ad altri, etichette e negozi, non va altrettanto bene. No?
Certo, ma si sa che ogni mercato è soggetto ad alti e bassi e che non tutti hanno l’abilità o la fortuna di capire subito quali saranno gli sviluppi in modo da adattarvisi. Le etichette che si sono fatte cogliere impreparate stanno avendo problemi, ma quelle che oltre a continuare a produrre musica di spessore si sono organizzate bene, ne hanno avuti di meno. Lo stesso si può dire per i negozi di dischi: quelli buoni, che sanno dare al cliente ciò che desidera, supereranno anche questo momento. Per esempio, il nostro nuovo negozio Rough Trade aperto nell’East End, a Londra, sta andando benissimo, perché è al passo con i tempi: ha spazi per le esibizioni dal vivo, un’area Internet, un coffee shop, personale qualificato… Un negozio indipendente strutturato nello stesso identico modo in cui lo era trent’anni fa, difficilmente riuscirà a resistere.
Il guadagno ottenuto con i file ha compensato quello che è stato perso con il calo delle vendite dei CD?
Almeno per quanto riguarda noi, sì: da un bel pezzo iTunes è il nostro miglior cliente. Non credo, però, che il download ucciderà i supporti fisici: il rapporto con “l’oggetto” è qualcosa che va oltre il semplice ascolto.
Secondo te perché in tanti acquistano in Rete pur sapendo che potrebbero avere la stessa musica gratis con il download illegale? È una questione  di etica, oppure è solo paura di ritorsioni?
Ritengo che concorrano vari fattori: l’accresciuta fiducia nella qualità del digitale… i prezzi in fondobassi, dato che il costo di un intero album equivale a quello di un paio di drink in un club… la comodità di potere trovare tutto nello stesso posto senza perder tempo in ricerche on line… fino alla garanzia di scaricare file “puliti”,perché si sa che lamaggiorpaura di ognipossessoredi computer è che esso sia in qualche modo danneggiato. Poi, ovviamente, c’è l’accresciuta percezione che se qualcosa è illegale un motivo esiste… e il motivo è che lede il diritto di proprietà di qualcuno, creandogli un danno. Credo che il pubblico del genere di artisti legatial Beggars Group abbia a cuore il sostegno delle strutture che consentono loro di sostenersi e migliorarsi. Se un certo tipo di industria musicale “alternativa” dovesse collassare, a rimetterci sarebbe in primo luogo la musica stessa.
Molti affermano cheil download illegale è utilissimo per “guidare” gli acquisti e non far prendere fregature. La tua posizione in merito?
Per un certo periodo il discorso aveva un suo senso. Oggi, però, ci sono così tante opportunità di ascoltare, e quindi orientarsi, in modo legale, che lo strumento non è più indispensabile, o quasi, come prima. Trovo che sia fantastico che chiunque possa ascoltare in pochi secondi qualsiasi cosa, che l’informazione musicale sia alla portata di chiunque possegga un computer con la connessione veloce. E che in un attimo, volendo, si possa acquistare più o meno qualsiasi disco in commercio.
Hai undici anni più di me, ma anche tu sei cresciuto con il vinile e probabilmente hai incontrato difficoltà ad adattarti prima al CD e ora alla musica priva di supporto fisico. Mi sbaglio?
Magari sono io a essere particolare, ma non sono mai stato granché legato all’oggetto che contiene la musica. So bene, però, che un sacco di gente lo considera importante, e non a caso al Beggars Group prestiamo grande cura alla confezione dei nostri dischi: se oggetto deve essere, che sia bello. Credo che molti vecchi appassionati abbiano patito il passaggio dal vinile al CDanche per l’iniziale tendenza a realizzare compact tutti uguali e tutti ugualmente brutti con le loro scatoline di plastica.
E il vinile? Vent’anni fa lo davano per spacciato e invece c’è ancora, e sta addirittura tornando nei megastore dai quali era scomparso.
Al di là della bellezza e della “sacralità” del disco nero, molti amano il suono analogico…ela qualità sonora dei vinili di oggi, più pesanti e pressati su vinile vergine, è nettamente superiore alla media di quella dell’epoca pre-CD. Inoltre,essendo quasi sempre in tirature limitate, possono rivelarsi un buon investimento, a differenza dei CD: basta fare un giro su eBay per rendersene conto. E le fiere del disco? Un tempo si frequentavano per trovare musica irreperibile in altro modo, mentre oggi ci si va solo per motivi collezionistici. Sono comunque convinto che la miglior cosa, per alimentare la passione di un certo tipo di acquirente, sia vendere l’album in vinile con allegati i codici per il download del disco stesso.
Insomma, anche tu vedi realistico un futuro di vinili e download, senza più CD ufficiali?
Mi sembra una prospettiva realistica. Tra il CD e il vinile, quest’ultimo ha maggiori chancedi sopravvivenza, seppure con numeri ridotti rispetto al passato e al momento d’oro dei CD.
Quello delle suonerie per i telefoni cellulari è diventato un business di notevole entità. Voi lo state sfruttando?
In verità non ci prestiamo grande attenzione: ha una sualogicanel pop di largo consumo ma non è in sintonia con la musica da noi prodotta, a parte qualche eccezione come gli Electric Six o Seven Nation Army degli White Stripes. Ok, è un’opportunità di guadagno in più e va benissimo, ma con tutta la buona volontà proprio non riesco ad associarla al concetto di“musica”.
Non pensi che l’eccessiva quantità di uscite favorita dal calo dei costi di produzione, con relativo frazionamento del mercato e disorientamento degli acquirenti, sia un problema?
È un grandissimo, seppur magnifico casino, che non si può in alcun modo limitare… e nemmeno sarebbe giusto farlo, se anche fosse possibile. La situazione rende però più rilevante il ruolo degli strutture che operano come filtri, siano essi etichette come quelle del Beggars Group, riviste come il Mucchio o siti come Pitchfork. Il pubblico, quello che ama sul serio la musica ma non ha il tempo per dedicarle tutte le suegiornate, avrà sempre bisogno di suggerimenti per orientarsi: sta poi agli addetti ai lavori, in ogni campo, conquistare la fiducia della gente risultando competenti e, quindi, credibili. Mi viene da citare il caso di Bon Iver, che nel 2007 si autoprodusse in casa sua un CD senza alcuna aspettativa: proprio lo stesso album pubblicato l’anno dopo negli USA dalla Secretly Canadian e in Gran Bretagna da noi, con grandi consensi un po’ ovunque. Un trionfo della comunicazione a livello globale e della lungimiranza di quelli che si sono subito accorti della validità del progetto.
Come si è modificato, negli ultimi anni, l’approccio alla promozione?
Alle radio via etere si sono aggiunte quellesul webe ai giornali di carta quelli on line, e la moltiplicazione dei media rende naturalmente più complicato gestirli. Il cambiamento fondamentale è un altro: tutto si è così tanto accelerato che, se prima bastava spedire un advance alle redazioni dicendo “sentite che bel disco abbiamo prodotto, vi piacerà”, ora i media sono già informati sulla musica che circola, e pertanto il nostro scopo e creare in loro attesa per il disco che gli invieremo.
Delle vostre etichette, qual è la più “forte”sul piano del business?
Premetto che voglio ugualmente bene a tutti e quattro le mie “figlie”, ma se parliamo di introiti la più potente è la XL. Non siamo riusciti a rimanere agli stessi, incredibili livelli del 2003 – l’anno di Elephant dei White Stripes e di Lost Horizons dei Lemon Jelly – ma continuiamo a essere su standard notevoli…soprattutto grazie alla nostra capacità di rimanere “creativi” e scegliere artisti interessanti. Sono poiparecchio soddisfatto dei risultati raccolti con il marchio Rough Trade, che da quando è entrato nella nostra orbita sta funzionando assai bene.
Qual è la filosofia sulla quale basate la scelta degli artisti da mettere sotto contratto?
In linea di massima, ci piace la gente originale, unica. L’originalità assoluta è merce molto rara, ok, ma in linea di principio ci interessano artisti che siano dotati di forte personalità: Jack White, Lisa Gerrard, Cat Power, Antony, solo per citarne alcuni, non sono “surrogabili”, e io sono orgoglioso di rappresentarli.
C’è qualcuno che vorresti avere nel tuo roster, una specie di piccolo sogno nel cassetto?
Apprezzare la musica di qualcuno e lavorarci assieme possono anche essere due cose distinte… anzi, magari a volte è meglio non avere nulla a che fare, professionalmente parlando, con i propri miti. Ecapitato che non siano stati ingaggiati artisti che a me piacevano perché i responsabili delle singole etichette non ne erano convinti, epuressendo alla guidadel Beggars Group non condiziono le scelte dei miei direttori. Avere i Radiohead su XL è incredibile, anche se non siamo la loro etichetta nel senso convenzionale del termine: loro si autogestiscono e si sono rivolti a noi perché ci hanno ritenuti i migliori partner possibili per fare arrivare nei negozi i loro dischi. È comunque una bella soddisfazione.
È vero che firmi ancora personalmente tutti i contratti e tutti gli assegni?
Sì. È una vecchia abitudine che mi è rimasta e che mi fa piacere conservare.
Lavori nella musica dapiù di trentacinque anni, e certo non lo fai in modo riposante. Non ti sei ancora stancato?
No, mi piace sempre. Probabilmente sono un workholic, ma va benissimo così.Quando ho stampato il primo disco dei Lurkers non avrei scommesso su di me come futuro megadiscografico, ma è accaduto e ne sono felice. Ho avuto buone intuizioni, ma sinceramente credo anche di essere stato molto fortunato.
Quando hai iniziato era in corso l’esplosione punk. Che dici, potràpiùverificarsi un movimento musicale cruciale e positivamente devastante come quello?
Penso proprio di no. Oggi tutto viaggia in fretta, i trend scoppiano e si dissolvono in un lampo, e un nuovo fenomeno anche dotato di potenzialità non avrebbe il tempo di nascere, “montare”, crescere e svilupparsi fino ad acquisire la forza di scardinare il sistema preesistente. L’eventuale “futuro punk” sarebbe su YouTube mezz’ora dopo il primo vagito, e non avrebbe quindi la forza di scatenare un’autentica rivoluzione. Purtroppo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.659 del giugno 2009

Annunci
Categorie: interviste | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: