Mariposa

Ricordo con il sorriso sulle labbra questo resoconto di un mio incontro di esattamente tre anni fa con i Mariposa al gran completo, poco prima che la band bolognese perdesse per strada, se così si può dire, un pezzo importante come Alessandro Fiori. L’occasione era l’uscita di quello che è tuttora l’ottavo e ultimo “vero” album del gruppo, Semmai Semiplay.

Mariposa fotoI Mariposa hanno quattordici gambe, quattro paia di occhiali da vista, sette pizzetti e altrettante teste pensanti. E hanno realizzato il loro ultimo album motivati dalla convinzione che bisognasse comporre “altre canzoni su cibo ed edifici”, per rispondere alla loro maniera a quelle scritte oltre trent’anni prima dai Talking Heads per More Songs About Buildings And Food. Troppo forte, allora, la curiosità di scoprire se e quanto le sette teste fossero pure “parlanti”: da qui la decisione di salire sul primo eurostar diretto a Bologna, dopo avere avanzato la precisa richiesta – incredibile a dirsi, accolta – che i Magnifici Sette fossero tutti presenti all’appuntamento. Naturalmente, ma questo già si sapeva, i nostri eroi non hanno le physique du rôle di Charles Bronson, Steve McQueen, James Coburn o Yul Brynner (oddio… qualcosa di Brynner, magari, sì): dovendo proporre un parallelo cinematografico, sarebbe ben più sensato tirare in ballo i Monty Python (che erano sei, ma a volte anche sette), con i quali hanno in comune almeno il sense of humour e l’inclinazione alla surrealtà.
Così, nel vecchio quartier generale del gruppo (il mitico Magazzeno, da un po’ lasciato per una sede più comoda), il sottoscritto ha interrogato lungamente i Mariposa a proposito del senso della (loro) vita. Più che al Flying Circus, però, sembrava di trovarsi a una riunione di alcolisti anonimi: tutti, compresi alcuni ospiti silenziosi, seduti in circolo, ma per fortuna senza demoni da esorcizzare e con tanta voglia di raccontare storie, dichiarare intenti, spiegare opinioni. Partendo dall’attualità, ovvero da Semmai Semiplay, ma non preoccupandosi granché delle eventuali divagazioni. Proprio come, in questa trascrizione, non ci si è curati di specificare chi fosse a rispondere alle domande: se Alessandro Fiori, il cantante/chitarrista e autore dei testi, o i tastieristi Gianluca Giusti e Michele Orvieti, anche responsabili della Famosa Etichetta Trovarobato che costituisce l’estensione discografica della band e di altri artisti non meno atipici; se il multistrumentista Enrico Gabrielli, certo il più famoso della combriccola a causa delle sue infinite attività, oppure il chitarrista Rocco Marchi; se l’ultimo entrato, il bassista Valerio Canè, o il batterista Enzo Cimino, che invece è il penultimo arrivato ma è in organico già da dieci anni. Una “intervista componibile”, insomma, in linea con quella “musica componibile” che l’ensemble ha sempre dichiarato di suonare.
I vostri comunicati-stampa sono spesso parecchio creativi. Questo, per esempio, contiene un’affermazione lapidaria a proposito della necessità di scrivere “nuove canzoni su cibo ed edifici”…
Ci piaceva l’idea di rimarcare il concetto che sentiamo Semmai Semiplay piuttosto affine ai Talking Heads, per i ritmi nervosi di questo funk che è venuto fuori benché il nostro background non sia funk. Sì, lo vediamo come il More Songs About Buildings And Food dei Mariposa… Detto con tutto il rispetto possibile per i miti, ma senza dimenticare che i miti vanno anche un po’ smitizzati. Il nostro approccio alla costruzione musicale è sempre stato a linee, a fasce che si incrociano e poi magari si staccano… un po’ come quello dei Talking Heads della fase con Brian Eno. In questo disco abbiamo accantonato la tendenza a lavorare “a fasce”, evidente in Domino Dorelli o Pròffiti Now!, privilegiando un’indole più diretta che assomiglia a quella di David Byrne e compagni nei primi anni di carriera. Rispetto agli altri nostri album, Semmai Semiplay è più scatenato, più ballabile, più fisico: siamo più pop, ma scavando sotto la superficie emergono aspetti inattesi. Insomma, in verità gli “strati” ci sono ancora e forse solo Pròffiti Now!, che era incentrato sulla satira, ne aveva un numero maggiore.
Con i Talking Heads avete in comune anche una componente ironica, magari più esplicita.
Si percepisce soprattutto, in loro, il desiderio di non voler aderire ai classici stilemi della rockstar. Hanno messo in discussione la retorica del r’n’r e sono stati eccezionali nel muoversi sul confine fra “dentro” e “fuori” determinate logiche. Noi cerchiamo di operare in modo simile, ovviamente assecondando la nostra natura.
Che non è, ma che di sicuro sembra, più propensa al cazzeggio.
Come gruppo viviamo in maniera un po’ conflittuale la nostra reputazione di mattacchioni… del resto, non ci tiriamo granché indietro quando c’è la possibililità di assecondarla. Esiste un parziale scollamento fra come noi stessi ci vediamo e come invece ci vedono dall’esterno. Per esempio, anni fa Sergio Staino disegnò una sua interpretazione dei Mariposa, con un omino che suona il sassofono e attorno farfalle e birilli: bellissimo, ma con i Balcani, lo zumpa-zumpa e il circo non abbiamo mai avuto nulla a che fare. Il problema non è di non essere presi sul serio, perché anche la nostra vena giocosa ci piace, ma non vogliamo essere identificati solo con quella. Peraltro, a dispetto dell’età e della professionalità, salire sul palco con i Mariposa è sempre molto divertente, accadono un sacco di cose non pianificate e imprevedibili. Noi speriamo sempre che al pubblico non rimanga impresso in mente solo l’aspetto spettacolare, l’inevitabile deriva clownesca, ma pure quello musicale.
Probabilmente la colpa, se così si può dire, è anche dei testi.
Sì, un po’ contribuiscono… e viene da aggiungere “purtroppo”. In realtà non sono così tanto divertenti, è una lettura troppo superficiale… come guardare Amarcord e pensare “ma che cazzone Fellini, eh? È spassoso”: insomma, magari ci si diverte, ma poi rimane dentro una certa pesantezza legata al contingente. I testi dei Mariposa vorrebbero “ufficializzare” un certo disagio, perché in questo momento storico non c’è granché da ridere, sdrammatizzando le situazioni difficili come si fa nella vita di ogni giorno. Si riesce tranquillamente ad andare al cinema multisala, a guardare Sky, a star sereni su Facebook, a vivere “bene” nonostante il sistema ci stia portando verso un baratro di depressione e degrado socio-culturale. I nostri testi sono come la realtà che abbiamo intorno, quella che percepiamo quotidianamente, e se vengono considerati faceti è a causa dei pregiudizi nei confronti del gruppo: se Federico Fiumani cantasse le stesse identiche cose alla sua maniera, le valutazioni sarebbero altre.
È cambiato qualcosa, nel modo di comporli?
Di solito i brani partivano proprio dai testi, ma in questo caso si è provato a canticchiare in finto slang americano durante lo sviluppo delle musiche. Quando si è trattato di scriverli per davvero, in italiano, le difficoltà sono state maggiori del previsto, al punto che un paio sono venuti fuori solo due giorni prima di masterizzare. Sembra però che, alla fine, l’esperimento sia riuscito bene, e che i risultati assecondino lo spirito pop, orecchiabile, scanzonato dell’album.
OK, ma nel complesso non lo definirei un album solare: è frizzante, ma è pure avvolto in una “cappa” che fa tanto new wave degli anni ‘80.
È bello che lo si noti: pensa che i titoli di lavorazione dei brani erano cose tipo Devo, XTC, Duran Duran, Brian Eno… ogni episodio ci suggeriva associazioni con i protagonisti di quegli anni. Anni mitici, di enorme creatività.
Il vostro stile è piuttosto mutevole da disco a disco, amate parecchio cambiare. Da cosa dipende?
Forse dal fatto che ci affezioniamo molto a quel che ascoltiamo in un dato momento, e che va a influenzare ciò che componiamo e suoniamo. Poi non bisogna dimenticare che tutti noi siamo attivi anche su altri fronti e quel che facciamo altrove non può non confluire nei Mariposa. Mai come adesso siamo godendo, singolarmente, un momento speciale, effervescente… quello che sperimeniamo singolarmente finisce nel progetto principale. C’è un mondo musicale che fa capo a ciascuno di noi, anche con strani incroci interni.
Parlando appunto di creatività, non siete un collettivo aperto ma una band coesa, i cui membri sono – appunto – tutti impegnatissimi su altri fronti. Come conciliate tante personalità e tante diverse esigenze pratiche?
Ci “ritroviamo” periodicamente come rispondendo a un istinto naturale, una chiamata: quando il momento arriva, “sappiamo” che è quello giusto. Anche quest’ultimo album è venuto fuori in modo imprevedibile: ci siamo incontrati per una session di tre giorni nel veronese, per buttar giù un tot di idee sulla base di due pezzi e due spunti elaborati in precedenza, e in un giorno e mezzo avevamo già quattordici brani che ci convincevano, non avendo nemmeno preso in esame alcuni degli appunti! Siamo poi passati rapidamente alle registrazioni, che si sono svolta in un lampo, e abbiamo affidato tutto il materiale a Tommaso Colliva per i mixaggi. Il disco era pronto, ma il percorso dalla creazione alla conclusione è nebuloso: non è rimasto nelle nostre memorie un “diario di bordo”, è successo e basta. Un po’ la compatibilità reciproca e un po’ la tanta strada percorsa assieme ha creato meccanismi che ci conducono automaticamente ai risultati che volevamo raggiungere. Lo prova anche la constatazione che tra noi non ci sono mai discussioni per faccende di carattere creativo, semmai possono sorgere piccoli conflitti relazionali.
Il gruppo è l’asse attorno al quale ruotano tutti i vostri progetti e le vostre vite, a dispetto delle infinite divagazioni?
Sono un’esperienza complessa, ma è quella centrale: se venisse a mancare, è facile che ci si perderebbe. Ci serve per i nostri percorsi individuali e paralleli: per tutti noi, sostanzialmente, i Mariposa sono una specie di luogo dell’utopia.
Perché Semmai Semiplay? Che accidenti significa?
È un omaggio a un cantante sardo piuttosto noto dalle parti di Sassari, un tizio a dir poco eccentrico che si esibiva nei bar e che, con il suo modo poco ortodosso di porsi, faceva scoppiare grandi gazzarre. Si era scelto il nome d’arte di Entice, e girava il nord della Sardegna con la sua tastiera interpretando con testi improbabili e spesso improvvisati canzoni famose delle quali lui, ovviamente, dichiarava di essere il vero autore. Nel suo ultimo CD-demo c’è Every Breath You Take dei Police in un assurdo pseudoinglese dove “every breath you take” si trasforma, appunto, in “semmai semiplay”. Quando l’abbiamo ascoltata, mentre viaggiavamo sul nostro furgone, abbiamo deciso che il nostro prossimo album si sarebbe intitolato Semmai Semiplay.
Però. E il bello è che pretendereste che non vi si accusasse di essere cazzoni.
È andata quasi sempre così: noi non scegliamo i titoli ma ci inciampiamo contro. L’unica volta che non è successo è stato con il disco precedente, che infatti si chiama solo Mariposa. Inoltre, le due parole sono in linea con la formula adottata in passato: Portobello illusioni, Domino Dorelli, Pròffiti Now!… e ci andava di omaggiare Entice, che a furia di ascolti in furgone è diventato una specie di mascotte ideale, anche se solo uno di noi (Alessandro Fiori, Ndr) l’ha conosciuto di persona.
E lo pterodattilo in copertina?
Per questo disco, diversamente da molte copertine del passato che erano parecchio strutturate e complesse, volevamo un’immagine semplice, diretta e iconica. Il primo pezzo si chiama Pterodattili e il grafico è partito da lì. E lì si è fermato, almeno come idea: la confezione, invece, è ben più particolare, vedrai.
Siete in giro da una dozzina d’anni, ma solo adesso state iniziando a raccogliere consensi meno “di culto”.
All’estero è normale che gruppi di giovanissimi ottengano da subito una certa attenzione, se non addirittura un grande successo. Da noi, invece, sembra che paghi soprattutto la tenacia: le band che riescono ad arrivare da qualche parte sono quelle con un bel po’ di anni sulle spalle. Vengono riconosciute come valori l’anzianità di servizio, la capacità di superare la selezione naturale.
Sono incuriosito, dal vostro pubblico. Da chi sono seguiti, i Mariposa, e cosa ne dicono del vostro eclettismo?
Fin dall’inizio abbiamo avuto uno zoccolo duro di fedelissimi: nulla di particolarmente ampio, ma in ogni città dove ci esibivamo c’era sempre un plotocino di sostenitori affezionati che si accalcavano sotto i palchi e conoscevano i testi a memoria. Con il penultimo album, per una serie di fattori più o meno fortuiti e fortunati, le platee si sono sensibilmente infoltite. La cosa più bella, però, è che prima a seguirci c’erano quasi solo parrucconi e gente comunque adulta, mentre adesso ci sono pure dei teenager. E un sacco di ragazze: una situazione diversissima, ad esempio, da quella dei Calibro 35, dove le uniche donne presenti sono quelle che accompagnano, un po’ intimidite e perplesse, i fidanzati. Lo zoccolo duro ha sempre dimostrato di gradire lo spaziare fra i generi, il nostro non fossilizzarsi in un ambito stilistico definito. E dal palco non abbiamo mai l’impressione che sotto ci sia qualcuno che si sta rompendo le palle: anzi, riscontriamo sempre attenzione e partecipazione.
La vostra attività è autogestita attraverso il marchio Trovarobato, che con differenti modalità mette in circolazione un sacco di cose. Come vi ponete, nei confronti del problema del’eccesso di offerta musicale?
Il problema esiste perché, ovviamente, incidere e pubblicare costa meno di un tempo, e volendo rinunciare alla pubblicazione fisica del disco la diffusione è gratuita. Che qualcosa di inaccessibile o faticosamente accessibile diventi “per tutti” è di per sé positivo e democratico. Il punto è che la tecnologia corre veloce e la creatività musicale pure, dato che la quantità di musicisti è aumentata parecchio. Dal punto di vista sociologico e di mercato non si è ancora trovato un approccio diverso da quello canonico: la sofferenza dei fruitori e degli addetti ai lavori sta nel cercare di star dietro alla velocità rimanendo legati ai paradigmi dell’industria discografica convenzionale, quella che ha avuto il suo momento d’oro dagli anni ‘60 fino all’avvento della banda larga. Il mondo è tuttora settato su quegli standard, il pubblico ha sempre bisogno dell’uscita di un disco per seguire un gruppo in concerto, le tournée continuano a essere giustificate dagli album, i musicisti continuano a pensare in termini di album anche se magari si concedono qualche piccola deroga. È un problema di diverse velocità.
Ipotesi per il vostro futuro?
C’è da un po’ l’idea di trasformare la Trovarobato da etichetta standard che pubblica un paio di dischi in primavera e un paio in autunno in una sorta di “testata” con una serie di artisti che producono contenuti. Più come un giornale con varie firme che una struttura con progetti musicali chiusi. La nostra Netlabel per la musica liquida e il progetto SongSwap, dove i nostri artisti si sono coverizzati vicendevolmente, sono tentativi di vivacizzare e di favorire gli scambi fra i vari mondi possibili.
Ma non credete che ci vorrebbe un po’ più di autoresponsabilizzazione, di autocensura da parte dei musicisti, di tutti i musicisti?
Tanto non accadrà mai. Con poche eccezioni, i musicisti si curano solo di fare e diffondere quel che fanno, senza preoccuparsi di altro. Il guaio è che anche molte etichette si fanno prendere da frenesie produttive quando sarebbe invece il caso di avere maggiore sensibilità critica, di usare un vaglio con maglie più sottili per dare visibilità solo ai prodotti più meritevoli. Per quanto ci riguarda, se un episodio artistico ha a nostro avviso una sua concretezza, un suo peso, lo supportiamo e ci impegnamo per farlo conoscere. Nonostante le nostre aperture e le nostre mille bizzarrie, restiamo in definitiva un’etichetta “vecchio stile”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.681 dell’aprile 2011

Annunci
Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

Navigazione articolo

Un pensiero su “Mariposa

  1. Band dalle canzoni e dalla creatività eccellenti. Spero torneranno presto con un nuovo album anche con la per me dolorosa assenza di Fiori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: