Beggars Banquet (1)

Per due volte, a un decennio di distanza, ho intervistato Martin Mills, il boss di uno dei più grandi poli produttivi indipendenti britannici. Si è parlato naturalmente della storia dello storico marchio, ma negli incontri sono state affrontate anche questioni di ben più ampio respiro, legate al mercato discografico e alle sue evoluzioni/involuzioni. Questa è la prima, mentre per la seconda dovrete attendere sabato prossimo.

Beggars 1 fotoUn autentico “dietro le quinte” di quasi trent’anni di musica alternativa realizzata al di là della Manica, con l’accento sulle storie, i personaggi e le implicazioni di business piuttosto che sull’arte delle sette note: questo è stato, in estrema sintesi, il lungo incontro con Martin Mills, distinto signore cinquantunenne che guida il destino di uno dei più ricchi imperi discografici del Regno Unito, comprendente etichette per noi (e non solo per noi) cruciali come Mantra, 4AD, XL, Too Pure, Mo’ Wax e Wiiija oltre ovviamente alla “grande madre” Beggars Banquet.

* * *

La prospettiva di un’ora e mezza di colloquio a quattr’occhi con l’uomo che ventitré anni fa fondò l’etichetta Beggars Banquet, trasformandola disco dopo disco in una potenza economica con un fatturato nell’ordine dei quindici milioni di sterline all’anno, valeva senza dubbio un “mordi e fuggi” in quel di Milano: non solo per impinguare il proprio bagaglio di racconti e retroscena a proposito di un passato sempre profondamente affascinante, ma anche per la curiosità di scoprire come sia fatta e come ragioni una persona cui si devono bene o male centinaia e centinaia di straordinarie esperienze di ascolto vecchie e nuove.
È in Italia per due ragioni, il simpaticissimo Martin Mills: il ritiro del disco d’oro conquistato nel nostro paese dal suo pupillo Maxim, e alcune interviste promozionali per l’iniziativa che da ottobre a dicembre – ancora pochi giorni: scontato l’invito ad approfittarne finchè si è in tempo – ha fissato a 22.900 lire il prezzo di ben novantanove CD del catalogo del gruppo, tra i quali titoli di Bauhaus e Dead Can Dance, Mark Lanegan e Pixies, Cornershop e Thievery Corporation, Mouse On Mars e This Mortal Coil. E la chiacchierata con mr.Beggars Banquet, oltre che assai piacevole, è stata per molti aspetti illuminante su quale debba essere il corretto approccio – o, almeno, uno dei corretti approcci – a un mondo volubile e pieno di botole perfidamente spalancate come quello del music-biz. Leggere per credere.
La tua ascesa è partita da un negozio di dischi. Perchè proprio questa attività e non, per esempio, una drogheria o una rivendita di scarpe?
Sono sempre stato molto appassionato di musica. Ho cominciato ad amarla a metà anni ‘60 con l’ondata inglese dei vari Rolling Stones e Yardbirds, e quando frequentavo il college ho scoperto la psichedelia di Love, Jimi Hendrix, Doors e Byrds: la musica ha costituito una presenza centrale nella mia vita ed ha accompagnato la mia crescita come quella di tanti altri ragazzi della mia generazione. Terminati gli studi ho cambiato vari lavori anche molto diversi tra loro finchè non ho trovato un posto di commesso da Records & Tape Exchange (famosa catena inglese di negozi di dischi usati e rari, NdI): vendere dischi mi piaceva moltissimo, ma mi piaceva ancor di più comprarli. Intanto, la sera facevo il DJ alle feste assieme al mio amico Nick Austin, ed entrambi pensavamo che sarebbe stata una buona idea aprire un negozio che trattasse dischi sia usati che nuovi. All’epoca non lo faceva nessuno, e così rischiammo. Nello stesso locale si potevano trovare, ad esempio, tre copie di Hunky Dory di David Bowie: una nuova, una usata in buone condizioni e una sempre di seconda mano ma più rovinata e a prezzo basso. Funzionò, e in tre anni i negozi Beggars Banquet divennero tre.
Per il nome vi eravate ovviamente ispirati all’album dei Rolling Stones.
Sì, certo. Però la nostra “discoteca mobile” si chiamava già così.
Allora cosa accadde?
Un amico di Nick era nel campo del booking e cominciammo a organizzare concerti, soprattutto di artisti che conoscevamo per via del negozio: Dory Previn, Crusaders, Southside Johnny, Commodores… e poi, come un fulmine a ciel sereno, è arrivato il punk.
Aspetta, facciamo un piccolo passo indietro: nella gestione del negozio pensavate solo al guadagno oppure volevate che riflettesse in qualche modo i vostri gusti musicali?
Era in qualche modo un’estensione del nostro modo di concepire la musica. Ad esempio, non vendevamo 45 giri ma solo album: si trattava di mercati diversi, da una parte quelli che cercavano gli album di Jackson Browne e dall’altra chi comprava i singoli di gente come Sweet e Gary Glitter. I nostri clienti non hanno visto sugli scaffali neppure un 45 giri fino alla metà del 1976, quando la nuova ondata rock newyorkese ha iniziato a far parlare di sè e abbiamo cominciato a vendere 7 pollici di Ramones, Patti Smith e Flamin’ Groovies. C’era grande eccitazione e nel frattempo l’interesse per i nostri concerti stava scemando, perchè era chiaro che il pubblico preferiva la nuova musica. Così, per quanto riguarda il live, siamo passati a lavorare con Graham Parker, gli Stranglers o Eddie & The Hot Rods, mentre al negozio, tra la fine del ‘76 e i primi mesi del ‘77, siamo diventati uno dei principali riferimenti londinesi per i singoli non solo delle band major ma anche delle piccole etichette. In pochi mesi nulla era più come prima: pensa che la sala per le prove collegata a uno dei nostri negozi era frequentata dai Generation X e da altri gruppi punk della zona Ovest di Londra.
Tra i quali, presumo, c’erano anche i Lurkers, visto che il loro singolo d’esordio Shadow/Love Story fu anche il primo titolo del vostro catalogo.
Infatti: il gestore di quel negozio si occupava del loro management, e così… A quel tempo tutte le etichette avevano già ingaggiato una band punk, nell’ipotesi che quel movimento divenisse qualcosa di rilevante a livello commerciale: la Polydor aveva i Jam, la CBS i Clash, la Virgin i Sex Pistols, la United Artists i Buzzcocks, la Stiff i Damned… nessuno, però, aveva voluto i Lurkers.
Non mi stupisce. Dai, non erano esattamente il massimo.
Sì, ma non erano neppure pessimi. Erano divertenti, freschi, pieni di energia.
Insomma, mi stai dicendo che l’impero Beggars Banquet è nato perchè nessuno aveva voluto mettere sotto contratto i Lurkers.
Esattamente. Curavamo il loro management e ritenevamo che avremmo potuto “piazzarli” più facilmente se avessero avuto un disco, e visto che nessun altro voleva pubblicarlo lo abbiamo fatto da soli. Del resto, si erano create le strutture: mentre fino a poco prima le major avevano in mano ogni aspetto produttivo, dalle fabbriche per il pressaggio del vinile ai canali della distribuzione, ovunque stavano nascendo realtà alternative. La logica punk del “tutti possono farlo” si stava allargando a macchia d’olio.
Quindi avete smesso di occuparvi dei concerti.
Sì, non si poteva star dietro a tutto e in quel momento ci sembrava più interessante e vantaggioso seguire bene l’etichetta: anche se allora la discografia punk comprendeva sì e no una ventina di singoli, si poteva contare sul fatto che ogni punk avrebbe acquistato qualsiasi titolo che rientrasse in quell’area musicale. Non poteva esserci momento migliore per fondare un’etichetta.
Come funzionava la distribuzione?
Per il primo disco ci siamo appoggiati a una compagnia indipendente molto vecchio stile, ma la maggior parte delle copie le abbiamo vendute da noi e tramite grossisti come la Lightnin’ o negozi come Small Wonder. Non c’era ancora la distribuzione di Rough Trade, che sarebbe arrivata di lì a poco.
Però il secondo singolo dei Lurkers era venduto tramite una major, la Island: in sostanza, non vi interessava creare un circuito alternativo ma solo smerciare più copie.
Era tutto molto naïf, non pensavamo proprio all’ipotesi di una struttura che rivoluzionasse il mercato. L’obiettivo, in quei giorni, era sfruttare ogni risorsa per far sì che i nostri dischi fossero in circolazione.
Furbescamente il primo album del vostro catalogo fu l’antologia Streets, che raccoglieva svariati brani tratti da 45 giri dell’epoca più un paio di inediti.
Voleva documentare quello che stava accadendo nell’underground. Abbiamo cercato di ottenere il maggior numero di licenze possibile, ma non ti nego che alcune tracce sono state inserite solo per fare numero. Streets, comunque, non è stata la prima raccolta di quel genere: a parte il Live At Roxy ce n’era stata un’altra della Polydor, con artisti di area major.
Della copertina si occupò Edwin “Savage Pencil” Pouncey, un disegnatore oggi molto noto. Come siete entrati in contatto con lui?
Mi sembra che realizzasse vignette per Sounds. Semplicemente, glielo chiedemmo e lui accettò.
A proposito di riviste, come vi comportavate per la promozione dei vostri prodotti?
Avevamo qualche “alleato” nella stampa indipendente, gente a posto… c’erano incomprensioni solo con il Melody Maker. In radio, invece, era molto difficile trovare sbocchi: a parte il programma di John Peel, che è sempre stato dalla parte delle proposte alternative, riuscimmo a entrare per la prima volta nella classifica di BBC Radio One solo con il terzo singolo dei Lurkers, Ain’t Got A Clue, mentre con il quarto – I Don’t Need To Tell Her – il gruppo finì addirittura in TV, a “Top Of The Pops”. Perchè la situazione esplodesse ci volle un po’ di tempo, ma è normale: quella dell’underground è una forza “rapida”, mentre i media mainstream hanno un passo inevitabilmente più lento.
Per pubblicizzarvi vi muovevate in prima persona?
Sì eravamo solo io e Nick. Ci occupavamo entrambi di tutto.
Quando il punk scoppiò avevi quasi trent’anni. A che livello aderivi al movimento, che in linea di massima era più “giovanilista”?
Mi coinvolgeva su un piano consapevole: mi piaceva e ne capivo l’enorme importanza, ma mi sentivo un po’ troppo vecchio per schierarmi in prima linea. D’accordo, nel ‘77 avevo solo ventotto anni, ma erano comunque tanti se rapportati ai sedici, i diciotto o i venti di quasi tutti gli appartenenti alla scena. L’aver fondato un’etichetta mi è sembrato un modo più maturo, e comunque creativo, per manifestare il mio sostegno a ciò che stava accadendo.
Però dal punk ti sei staccato abbastanza presto, dedicandoti a proposte di tutt’altro genere. Ad esempio, i Tubeway Army di Gary Numan.
Mi ricordo di quando vennero al negozio a portare la loro cassettina… In realtà i Tubeway Army, almeno agli inizi, erano quasi punk, anche se un po’ strani: sono stati loro a volersi convertire all’elettronica, e noi che li avevamo sotto contratto abbiamo naturalmente accettato la decisione. In quel periodo la musica cambiava rapidamente, non c’era settimana che non si riscontrasse una grande novità.
Il secondo LP dei Tubeway Army, Replicas, e il suo singolo più fortunato, Are Friends Electric?, hanno rappresentato una tappa fondamentale per la Beggars Banquet. Il loro incredibile successo ti ha sorpreso?
Gary è sempre stato un tipo pieno di idee interessanti, anche quando suonava solo con chitarra, basso e batteria. Mi è piaciuto da subito, e quando ha voluto comprare i sintetizzatori per dedicarsi a un altro stile non c’era motivo di non fidarsi. E comunque, credimi, fargli cambiare parere sarebbe stato impossibile. Ricordo che andai in studio a sentire come procedevano le registrazioni e Are Friends Electric? era una delle ultime canzoni incise, forse addirittura l’ultima: pensai che fosse straordinariamente geniale, ma non sono stato sfiorato neppure per un attimo dal pensiero che magari sarebbe divenuta un’hit. Credo anche che il singolo sia stato in qualche modo aiutato dal fatto che la Warner Bros, con cui allora avevamo un contratto di distribuzione, ne realizzò una stampa in picture-disc: la combinazione musica-immagine-picture disc si è rivelata vincente.
Quanto i Tubeway Army erano spontanei?
Direi pochino. Gary è un calcolatore, e la sua filosofia era esattamente all’opposto di quella istintiva del primo punk.
Con lui ti senti ancora?
Oh, sì. Anche quando abbiamo anche pubblicato Random, un album tributo in cui parecchi gruppi e musicisti più o meno famosi interpretano alcune sue canzoni, e Random 2, un’antologia di remix. Di lui, ora come ora, non si parla, ma non si è mai ritirato a vita privata e continua ad avere un seguito notevole soprattutto in America. Al di là dei singoli casi, credo sia molto importante mantenere un atteggiamento responsabile verso gli artisti che non lavorano più con noi: ritengo sia doveroso comportarsi correttamente nei loro confronti e nei confronti della loro musica. Non sono chiacchiere di circostanza, nello staff della Beggars ci sono due persone il cui unico compito è interagire con i nostri ex artisti, curare il catalogo e studiare i modi migliori per mantenerlo vivo organizzando ristampe, antologie e nuovi allestimenti del materiale in archivio.
Non si deve mai dimenticare la storia.
Sono d’accordissimo, ma è anche indispensabile che la storia stessa sia presentata in maniera stimolante. Per esempio, credo che raccolte come Crackle dei Bauhaus o Bellavista Terrace dei Go-Betweens trattino con rispetto la “vecchia” musica e aiutino a promuoverla presso il pubblico giovane.
Tornando alla fine dei ‘70, avevate in scuderia un gruppo che sembrava destinato al successo, i Doll: avevano una cantante appariscente al punto giusto e si erano segnalati con il secondo singolo Desire Me, un pezzo pop-rock-dance fantastico. Con loro come andò? Mi ricordo che fecero un album non all’altezza della situazione e scomparvero.
Desire Me era una canzone perfetta e Marion, la cantante, era davvero bravissima: avrei scommesso tutto sulle fortune commerciali dei Doll così come non avrei scommesso nulla sui Tubeway Army. Sostanzialmente, c’erano due problemi: il loro manager era anche il compagno di Marion e l’album – a parte Desire Me e un altro paio di pezzi – era debole. Nulla più di questo, è un tipo di storia abbastanza comune.
È vero che eravate quasi al tracollo economico e che a salvare la Beggars Banquet fu il successo di Gary Numan?
Detta così mi sembra un po’ troppo drastica, ma in effetti c’erano le classiche difficoltà di crescita. È normale che da Replicas in avanti tutto divenne assai più semplice, in discesa, anche se si era creato un equivoco che mi dispiaceva: l’opinione generale era che la Beggars fosse di proprietà di Gary. Però, a ben vedere, questo ci diede uno stimolo in più a fondare un nuovo marchio, la 4AD.
Chi ci pensò, tu o Ivo Watts-Russell?
L’idea fu di Ivo, che lavorava da noi, e il mio merito è stato quello di crederci e sostenerla. È stato un incontro di coincidenze, visto che noi proprio in quel periodo volevamo “reinventarci” per allontanare la lunga ombra di Gary Numan.
Mi ricordo che la “creatura” non fu battezzata subito così: si chiamava Axis.
È vero. Pubblicammo alcuni singoli ma fummo costretti a cambiar nome perchè esisteva già un’altra etichetta che operava sotto quella sigla.
Comunque dopo i Tubeway Army la produzione della Beggars Banquet divenne ancor più varia, oserei dire “confusa”. Il puntare su tanti generi diversi era una strategia oppure non sapevate bene da che parte andare?
Entrambe le cose. Non volevamo fossilizzarci, ma il fatto di essere diventati un’etichetta di successo ci apriva molte porte e ci consentiva passi che prima sarebbero stati impensabili. Per esempio, sono orgoglioso di aver pubblicato Euro American di Randy California, che in pratica era un disco dei gloriosi Spirit, o album di Arthur Lee e Johnny Thunders. Lo stesso posso dire dei Freeez, che suonavano jazz funk e che nella prima metà degli ‘80 sono diventati uno dei gruppi dance più influenti di sempre. Hai ragione, forse spaziavamo un po’ troppo… ma in fondo, se la qualità rimaneva buona, cosa c’era di male?
L’orientamento stilistico della 4AD, al contrario, era molto preciso. La linea dipendeva anche da te?
No, le scelte artistiche sono sempre state di Ivo: lui è una persona con idee estremamente chiare, e fin dall’inizio abbiamo capito che bisognava lasciarlo lavorare come preferiva.
Poco dopo è arrivato un altro marchio, la Situation Two. Per quale ragione?
Meramente pratica: Ivo e il suo socio, Peter Kent, non andavano più d’accordo. Così decidemmo di lasciare carta bianca a Peter per la nuova struttura, che aveva la distribuzione indipendente di Rough Trade. Il suo percorso è stato un po’ bizzarro, ma da lì è arrivata un sacco di buona musica: pensa solo agli Associates.
Io non li amavo particolarmente: troppo melodrammatici.
Certo, erano melodrammatici, ma erano affascinanti proprio per questo. Sulk è un disco eccezionale.
In seguito avete ottenuto straordinari successi commerciali con i Cult: una band che vi siete cresciuti “in casa”.
Quando si chiamavano Southern Death Cult ci furono presentati dal loro manager, che con noi voleva realizzare un unico disco da usare come biglietto da visita per ottenere un contratto major. L’uscita dell’album postumo assemblato con pezzi di diversa provenienza, mentre già operavano come Death Cult, fu dovuta solo ad impegni assunti con la compagnia di edizioni musicali, ma Ian Astbury si trovò bene con noi e così firmammo un accordo di lunga durata. I Cult hanno iniziato una nuova era della Beggars, ribadendo la tradizione inaugurata dai Bauhaus e proseguita con i Birthday Party, i Cocteau Twins e tutti gli altri che, ognuno alla sua maniera, avevano inclinazioni gothic.
Con i Cult avete anche conquistato il mercato americano. È singolare che il gruppo vi sia rimasto fedele per tutta la carriera, senza mai firmare quel famoso contratto major.
Evidentemente erano contenti dei risultati e delle relazioni personali. Il contratto major l’hanno avuto ora che sono tornati in pista, anche perchè in linea di massima a noi non piace granchè lavorare con gruppi riformati. Grazie a dischi come Love, Electric e Sonic Temple abbiamo costruito un rapporto solidissimo e soddisfacente per entrambi, analogo a quello che attraverso la XL abbiamo con i Prodigy. Una buon feeling tra l’artista e la sua casa discografica è una condizione indispensabile per raggiungere traguardi di un certo livello.
Soprattutto quando gli accordi, come nel vostro caso, sono firmati con società fondate su individui e non con anonimi mega-gruppi industriali.
Esattamente. Non è un caso che nei nostri uffici ci sia un continuo via vai di artisti, e che noi siamo sempre ricettivi verso qualsiasi loro iniziativa o desiderio.
Ti sei mai occupato in prima persona della scelta degli artisti da ingaggiare?
In una percentuale davvero minima. Ovviamente dò il mio parere, non vincolante, ma non sono mai stato un talent-scout in senso stretto: il mio ruolo – più che mai oggi, vista la mia età – è di organizzare risorse e uomini, nonchè di fungere da raccordo di tutte le attività. Però credo di aver saputo sceglier bene le persone alle quali affidare il delicato compito della selezione artistica.
Di musica, però, ne ascolti parecchia.
Oh è naturale. Di tutti i tipi. Però, magari, ti sorprenderà sapere che non riesco neppure a conoscere davvero tutta la musica che produciamo: è troppa. Posso dirti che apprezzo i Prodigy, i Mojave 3, i Cornershop… gente molto diversa. Se vogliamo parlare della musica nella quale mi riconosco maggiormente, citerei gruppi come Delgados o Six By Seven, che appartengono a un’area che potremmo definire di “pop intelligente”: strumentazione non banale, liriche con un significato e una certa dinamica, intesa come alternanza di ritmi aggraziati e aggressivi.
Non pensi anche tu che oggi sia quasi impossibile creare musica veramente nuova? Tutto ciò che sento mi ricorda in misura maggiore o minore roba che ho già ascoltato in passato.
Se ti può consolare, succede anche a me: mi capita sempre di dire “questo mi ricorda…”. Però, mentre ritengo che i tentativi di mischiare le carte siano sempre almeno lodevoli, non sopporto granchè le riletture troppo fedeli: per capirci, non trovo granchè interessante un gruppo come gli Oasis.
Però le nuove generazioni hanno bisogno di nuovi Beatles.
Non solo le nuove generazioni, anche le vecchie e nuove generazioni di discografici… Negli ultimi anni le cose migliori sono scaturite dalla scena e dalla cultura dei club: non tanto dai dischi dance in sè, quanto piuttosto dagli spunti e dalle possibilità di contaminazione da essi offerti. Credo che Badly Drawn Boy sia un esempio eccezionale di come, dall’unione di sollecitazioni ritmiche moderne e suggestioni della canzone classica, possano derivare esiti eccellenti. Sono convinto che, fatte le debite proporzioni, Badly Drawn Boy suoni come oggi suonerebbero i Beatles: non è musica rétro, ma attuale.
Forse la creatività dipende anche dall’uso delle “nuove” tecnologie: dopo più di quarant’anni di pop e rock, inventare qualcosa di inedito usando chitarra, basso e batteria è diventato un’impresa.
Forse è difficile, ma si può farlo combinando assieme le due filosofie: nel primo album di Leila per la Rephlex, Like Weather, c’è una canzone splendida costruita solo con ritmi elettronici e un violino, e quando quel violino entra nel pezzo provo una bellissima sensazione di calore, che quasi mi fa piangere. Contaminazione, questa è la parola d’ordine. In tale ottica, un’altra artista con la quale sono davvero lieto di lavorare è Natacha Atlas: chitarra, basso e batteria che si intrecciano con le tradizioni orientali.
Cosa significa per te, oggi, la parola rock?
Quello che ha sempre significato: la associo immediatamente al concetto di chitarra.
Per me, più che di strumenti, è una questione di attitudine.
Sì, è così, ma si tratta di un’attitudine che secondo me è difficilissimo poter coltivare senza chitarre. Soprattutto dal vivo; la chitarra è lo strumento se si vuole suonare “rock”.
Torniamo alla nostra storia. Come mai nel 1984 assumeste una band strana e poco commerciale come i Fall?
I fatti hanno dimostrato che non erano poi così invendibili, anche se devo ammettere che fin dall’inizio del nostro sodalizio ho trovato buona parte del loro repertorio un po’ pesante. Però si trattava di musica dotata di grande originalità, radicale e nel contempo perversamente accessibile… I Fall sono stati una mia scommessa personale, che sono felice di aver vinto; Mark E. Smith è un musicista in gamba, potrebbe suonare qualsiasi cosa, e se avessi voluto avrei potuto provare a spingerlo verso il pop… ma non ho voluto, le sue canzoni erano troppo brillanti e stimolanti così. Il nostro rapporto è stato lungo e proficuo, ma non nego che lavorare con lui era una continua sfida: i produttori ai quali si affidava venivano da me a dirmi “non puoi immaginare che cosa vorrebbe farmi fare in studio”.
Un’altra band in cui hai creduto molto erano i Go-Betweens, che però ti hanno dato una delusione.
Non sotto il profilo musicale: sono ancora convinto che i loro dischi potrebbero essere ascoltati in eterno e che le loro canzoni sfiorino la perfezione pop. Con loro ci siamo impegnati al massimo delle possibilità, ma per qualche incomprensibile ragione non sono andati da nessuna parte, rimanendo un gruppo per pochi. Non vorrei cadere nel fatalismo, ma al di là delle qualità intrinseche certi prodotti non funzionano e non c’è nulla che si possa fare per cambiare la situazione. Eppure, risentendo album come Liberty Belle, non riesco a credere che non ce ne sia una copia in ogni casa. A mio parere, i tre migliori gruppi guitar-pop degli anni ‘80 sono stati R.E.M., Smiths e Go-Betweens.
Ci sono altri crucci da “successo mancato”?
Tanti. Vorrei ricordare solo Pierce Turner, un musicista irlandese che abbiamo seguito a cavallo di ‘80 e ‘90, e gli Hypnotics, che almeno nel primo mini-LP dal vivo sono formidabili.
E che mi dici, invece, dei Charlatans?
Un caso a parte: di solito i nostri artisti non sono mai considerati subito come possibili fenomeni commerciali, mentre nel loro caso ci sarebbe stato da sorprendersi se non avessero venduto immediatamente tantissimo. Sul piano personale sono persone complicate e come collettivo lo sono ancora di più, ma artisticamente parlando hanno dimostrato di avere grande carattere oltre che grandi qualità: non tutti i loro dischi sono all’altezza della loro fama, ma dopo ogni passo falso hanno saputo risollevarsi e ritornare più bravi e determinati di prima.
Una delle vostre caratteristiche più importanti, come Beggars Group, è il non aver mai snobbato la musica di indirizzo dance, come invece costume di moltissime etichette rock. Mi hai già accennato a Freeze e M/A/R/R/S, ma non ho ancora capito bene se questo è dovuto a una pianificazione o alla casualità: soprattutto per quanto riguarda la XL, che è rapidamente diventata una vera potenza di mercato.
Il movimento house nella seconda metà degli ‘80 presentava parecchi elementi in comune con il punk del ‘76/’77: era “fisico”, eccitante e trasgressivo, ed essendo anche economico riproponeva la vecchia filosofia del “tutti possono farlo”. Comunque, essendo consapevoli dell’antagonismo che allora esisteva tra pubblico dance e pubblico rock, abbiamo preferito collocare le due linee su binari paralleli, per poi gettare la maschera quando – e in tale processo i Prodigy hanno avuto un peso determinante – i due ambienti hanno cominciato a rispettarsi e ad entrare sempre più frequentemente in contatto. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma ritengo che il gruppo Beggars possa vantarsi di aver contribuito in modo tutt’altro che marginale all’attuale clima di dialogo e scambio, anche stimolando altre realtà produttive a seguire il nostro esempio.
I Prodigy sono stati anche il vostro maggior successo commerciale.
Sì. Fat Of The Land ha venduto oltre sette milioni di copie: un dato impressionante, considerando quanto il disco sia senza compromessi. Se penso che vent’anni fa le trenta/quarantamila copie del debutto dei Lurkers mi erano sembrate tantissime…
In questi ventitré anni nel music business, cosa credi che aiuti di più ad affermare un disco: la stampa o la radio?
Qualsiasi dirigente di una major risponderebbe “la radio”, ma per noi è diverso: noi non pubblichiamo musica leggera confezionata per essere trasmessa in FM, ma musica con determinati contenuti. Per come siamo strutturati noi, quello della stampa specializzata è un appoggio al quale non possiamo rinunciare. È ovvio, però, che l’opinione dello staff di Britney Spears sarà diametralmente opposta alla mia.
Sono d’accordo sul concetto generale, ma mi sembra strano sentirlo applicato a un’attitudine volubile e sensazionalistica come quella britannica, votata alla continua ricerca dell’ultimo trend e dell’ultima next big thing.
Anni fa, quando a dominare erano NME, Melody Maker e Sounds, la situazione era in effetti abbastanza drammatica, soprattutto a causa della troppa velocità. Oggi ci sono molte più riviste e la pluralità di informazione ha placato la lotta all’egemonia che in passato era una questione privata fra i tre settimanali storici. E anche i giornalisti, in genere, mi sembrano più maturi e motivati.
Se non proprio l’unica, la Beggars Banquet è una delle pochissime sopravvissute delle indipendenti “storiche” inglesi nate in epoca punk e post-punk. Qual è il vostro segreto di longevità?
Cercare di realizzare ottima musica, ma anche curare con attenzione le faccende di business. Rough Trade e Factory, per nominare due label di quelle arcinote, hanno pensato troppo al primo punto e troppo poco al secondo.
L’ultima domanda, scontatissima, riguarda il futuro della musica in Rete. Qual è il tuo punto di vista in merito?
Ora come ora c’è molta confusione, anche se le potenzialità del “nuovo” mezzo sono indiscutibili. Per quanto mi riguarda vedo Internet come un eccezionale strumento di propaganda – ad esempio, non sono contrario a priori a Napster e cose simili, a patto che ci sia una regolamentazione che tuteli gli interessi economici di chi investe – e di vendita di CD: un aspetto, quest’ultimo, che stiamo già curando da tempo. Penso inoltre che sia un veicolo ideale per lo smercio di singoli brani, quelli che a rigor di logica dovrebbero essere destinati a quanti si accostano alla musica in maniera superficiale; gli appassionati di livello superiore, che vivono l’ascolto come un rito più profondo e complesso, non potranno mai accontentarsi di un file anonimo o di un CD fatto artigianalmente in casa – surrogati della vecchia cassetta – e preferiranno sempre un prodotto di tipo convenzionale. Vedo, insomma, due mercati paralleli. E non credo nella prossima estinzione del disco.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.422 del 12 dicembre 2000

Annunci
Categorie: interviste | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: