Countdowns

I Countdowns non li ricorda quasi nessuno, anche perché – contrariamente a quanto dichiarato in sede di intervista – il loro secondo album non ha (purtroppo) mai visto la luce. Gli eventuali appassionati di rock’n’roll in chiave lo-fi che non li conoscessero, comunque, si procurino Right On Sound e si preparino a ringraziarmi.

Countdowns copPotrà essere difficile crederlo, ma realizzare questa intervista ai Countdowns è stato davvero complicato: prima due appuntamenti telefonici disattesi dalla band, quindi l’eterna attesa delle risposte alle domande spedite via e-mail e infine il loro arrivo a mezzo fax – scritto a mano e in alcuni punti anche scarsamente leggibile – lungo un tortuoso percorso Los Angeles-Amsterdam-Milano-Roma. L’importante, in ogni caso, è aver centrato l’obiettivo di saperne di più sul terzetto americano, il cui Right On Sound è uno degli album di punk’n’roll in chiave lo-fi più ingiustamente sottovalutati degli ultimi due anni. Mille grazie, quindi, a Brian Waters, cantante e chitarrista dell’ensemble comprendente anche Craig Waters (batteria) e John Sellers (basso), per avere alla fine soddisfatto ogni nostra curiosità.
Considerata la scarsità di notizie sul vostro conto non si può non iniziare con qualche nota biografica.
Non c’è moltissimo da dire. Ho fondato i Countdowns nel 1994, quando avevo venticinque anni, assieme al batterista Roy J.Morgan, che se n’è andato poco dopo aver inciso i brani del primo singolo; a noi si è subito unito John Sellers, il cui vecchio gruppo provava nei nostri stessi locali, e abbiamo iniziato a farci conoscere nell’area di Hollywood. Un amico ci ha suggerito di contattare la Scooch Pooch, che già conoscevo grazie al 10 pollici dei Lord High Fixers, e io l’ho fatto inviando loro il nastro di quello che sarebbe poi diventato il nostro 45 giri d’esordio; più avanti Jim Ransweiler, il proprietario dell’etichetta, ci ha visti dal vivo a Los Angeles e ci ha proposto di realizzare un LP.
Per la produzione di Right On Sound vi siete affidati a Tim Kerr, figura leggendaria degli ultimi vent’anni di underground americano. Come vi siete trovati a lavorare con lui?
Avevo conosciuto Tim quando ci eravamo esibiti all’Emo’s di Austin assieme agli Zeke, e da lì è nata l’idea di una collaborazione. La sua presenza in studio è stata importantissima: lui sa perfettamente come ottenere un suono al 100% dal vivo, e infatti il nostro album ha un aspetto addirittura più live di quanto non siano i nostri concerti. Per Tim proviamo grandi ammirazione e rispetto, e siamo molto orgogliosi che all’epoca ritenesse Right On Sound il miglior disco da lui curato fino a quel momento.
Cosa significa il titolo dell’album?
Lo abbiamo preso dal retrocopertina di un LP di James Brown, e pensavamo che la cosa potesse avere un senso anche per i Countdowns: hai presente la musica che ti entra nelle orecchie, viene sparata lungo la spina dorsale e ti esce dal culo costringendoti ad urlare? (NdI: sì, l’immagine è piuttosto chiara… o no?)
Con quali artisti siete cresciuti e a quali generi di rock vi dedicavate prima dell’esperienza Countdowns?
Io ero in un gruppo chiamato Coma-Tune, il nostro stile era una specie di incrocio tra Sonic Youth e Stooges/MC5. Mio fratello Craig ha suonato di tutto, dallo speed metal alle cover di disco-music, mentre John faceva parte della Anti Band, una formazione punk. Per quanto mi riguarda, da ragazzino mi sono appassionato per prima cosa ai dischi di mio padre: Rolling Stones, Jimi Hendrix, Who e Led Zeppelin; poi ho scoperto George Thorogood & The Destroyers, Little Richard, Chuck Berry, Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Bo Diddley, Otis Redding, e anche il soul di Tyrone Davis, Betty Wright, Arthur Alexander, gente che cantava con il cuore pezzi davvero straordinari. Comunque uno dei musicisti che più mi ha influenzato, sia artisticamente che dal punto di vista “filosofico”, è stato André Williams: siamo felici di esserne stati la backing band durante il suo ultimo tour europeo.
Eseguite molte cover?
Non moltissime, ma qualcuna la facciamo: ad esempio Pussy Stank di André Williams, inserita nella compilation Tigermask, o Jukebox Babe di Alan Vega, finita sul retro di Love Her So. Stiamo anche provando Fire In My Bones di Gino Parks, un tizio prodotto da André Williams alla fine degli anni ‘50, e nel nostro prossimo singolo ci sarà Live With Me dei Rolling Stones: non so come la pensi tu, ma a mio parere Let It Bleed è uno dei migliori album rock’n’roll di tutti i tempi.
Vi sentite parte della scena cosiddetta lo-fi?
Più che altro ci sentiamo parte della scena low-budget. Al di là delle battute, se avessimo i soldi per incidere in maniera migliore lo faremmo con gioia, pur continuando a ricercare un suono grezzo e violento. Siamo soddisfatti di Right On Sound, ma sarebbe bello avere la possibilità tecnica di registrare un album all’altezza di Exile On Main St.
I Countdowns si ritengono in qualche modo punk?
William Burroughs, una volta, ha detto che lui pensava che un punk fosse qualcuno che lo aveva preso nel culo, e se questo è vero i Countdowns non sono assolutamente punk. Non siamo niente di più di una pura e semplice rock’n’roll band rozza e selvaggia: beviamo birra, mangiamo carne rossa e andiamo dietro alle donne come buona parte degli americani… compreso il Presidente, come sicuramente sapete anche in Italia.
Right On Sound è uscito nella seconda metà del 1997: cosa puoi dirmi riguardo a eventuali nuovi progetti discografici?
Il nostro prossimo album, intitolato Social Lovers, uscirà quest’anno sempre per la Scooch Pooch: il materiale è già tutto pronto e le session inizieranno in marzo, per metà con la produzione di André Williams e per l’altra metà con quella di Tim Kerr. Registreremo a Santa Barbara, al Cougar Sound Studio di Zac Pike: Zac è il chitarrista ritmico del gruppo di André Williams ed è una specie di membro “segreto” dei Countdowns, come Ian Stewart per i Rolling Stones. Utilizzeremo anche il pianoforte e il sax, e per quest’ultimo ci rivolgeremo a Steve McKay, che era negli Stooges ai tempi di Funhouse e che ha già lavorato con noi al fianco di André Williams.
In che direzione si sta evolvendo il vostro stile?
Il nuovo lavoro sarà più orientato verso la forma canzone, a differenza del precedente che puntava maggiormente sulle vibrazioni e sul rumore; ci saranno anche delle parti di percussioni del mio amico Alfredo Ortiz, che collabora con i Beastie Boys e che per un breve periodo ha suonato la batteria con noi dopo l’uscita di Lance Porter (in organico all’epoca di Right On Sound, NdI) e prima dell’arrivo di Craig. Quando ho dato vita alla band mi interessava solo fare del rock’n’roll, visto anche che la scena cittadina, almeno in quell’ambito, lasciava molto a desiderare; adesso, invece, vogliamo scrivere buoni pezzi: far casino e pensare solo all’impatto, come fanno i Nashville Pussy, può andare bene, ma ora come ora la nostra priorità è comporre vere canzoni.
Cosa credi che serva, ai Countdowns, per migliorare ulteriormente e magari fare il salto di qualità? Esperienza, strumentazione più di pregio, un quarto componente…
L’esperienza è sempre utile, ma per quanto riguarda gli strumenti sono convinto che il nostro equipaggiamento vecchio e poco costoso sia più che sufficiente a surclassare, in termini di energia e feeling, molti gruppi più ricchi di noi. Rispetto al quarto membro, ci piacerebbe inserire un chitarrista/sassofonista: pensavamo di offrire il posto a John Wahl dei Clawhammer, ma staremo a vedere.
I Countdowns sono la tua unica fonte di reddito oppure hai anche un’occupazione “seria”?
No, non vivo solo di musica, anche se suonare è senza dubbio la mia principale attività. Quando non sono in tournée lavoro part-time da Bleecker’s Bob, un negozio di dischi di Los Angeles: lo faccio da circa otto anni. E poi, nei ritagli di tempo, do una mano a Rick Sales, il manager degli Slayer, e commercio un po’ in rarità.
Quali sono i tuoi gruppi preferiti di tutti i tempi, sia vecchi che attuali, e con quali vorresti dividere un tour?
Non faccio particolari distinzioni tra rock vintage e dei giorni nostri, quel che conta sono le sensazioni che riesce a suscitare. Tra i “vecchi”, oltre a quelli citati prima, direi Velvet Underground, Stooges, New York Dolls, Heartbreakers, Dead Boys e anche Hanoi Rocks e Dogs D’Amour, mentre tra quelli dei ‘90 amo Gories, Oblivians, Lord High Fixers e Jack O’Fire. Andrei volentieri in tour con Subsonics, Jon Spencer Blues Explosion, Cramps, Zeke, Nashville Pussy, Bassholes, Jesus Lizard, Necessary Evils, Dirtbombs… e anche con band famosissime come Black Crowes e Aerosmith, tanto per avere la soddisfazione di far vedere chi siamo a loro e al loro pubblico.
A parte la musica, hai qualche altro interesse tipo letture o cinema?
In verità no: i soli libri che leggo parlano di altri musicisti, e benché i film mi piacciano non mi reputo un appassionato. In generale sono stimolato dai rapporti con l’altra gente, e soprattutto con le ragazze: sono affascinato dalle donne, ma non solo in riferimento al sesso: adoro parlarci, uscirci, accompagnarle a fare spese… Le ragazze assorbono tutto il mio tempo libero, e anche quando sono da solo puoi star certo che ne ho una in mente.
Tratto da Bassa Fedeltà n.12 del marzo/aprile 1999

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