Il vinile risorto

La scorsa settimana ho recuperato un articolo del 1989 nel quale, fra preoccupazione e disappunto, commentavo il declino – che pareva senza possibilità di ripresa – del “disco nero”. Logico proporre come ideale seguito quest’altro pezzo, ben più breve di “solo” nove anni fa, che ricordava il passato e segnalava quella che aveva tutta l’aria di essere una specie di rinascita. Lo era.

Il vinile risorto fotoI più giovani sgraneranno probabilmente gli occhi, ma coloro che tra i quindici e i vent’anni fa erano già appassionati di musica dovrebbero ricordare bene quei giorni di “terrorismo mediatico” della seconda metà degli ‘80, susseguenti al lancio sul mercato del compact disc. Volevano convincerci che il vinile, il sacro vinile, era destinato a rapidissima estinzione, e che di lì a poco le nostre preziose collezioni sarebbero diventate inservibili perché nessuno avrebbe più prodotto piatti e testine; volevano farci passare da retrogradi e misoneisti perché ai rivoluzionari e quasi eterni (così dicevano, ma non era vero) dischetti argentei ci ostinavamo a preferire quei grandi, fragili padelloni che si rigavano, si consumavano, scricchiolavano, frusciavano, saltavano e ci costringevano ad alzarci dalla poltrona per voltare facciata; volevano imporci la praticità di utilizzo, la facoltà di modificare a piacimento la scaletta, la plastica invece del cartoncino, e sticazzi se l’apparato grafico era penalizzatissimo e se per leggere le note di copertina era necessaria la lente d’ingrandimento. Molti, è risaputo, caddero nella trappola tesa dal business avido e fagocitatore, e vendettero a quattro soldi i loro 33 e 45 giri per acquistare i corrispondenti CD, o almeno quelli – non tantissimi – che si trovavano in commercio: una fregatura solenne, dato che quegli orrendi compact di prima generazione erano sì meno facilmente deteriorabili ma non suonavano affatto meglio dei loro antenati in vinile e inoltre “vantavano” confezioni da far schifo, prive di testi e spesso di credits. Chissà, viene da chiedersi, se i luridi figli di puttana delle stanze dei bottoni avevano già pianificato tutto: prima i CD spartani che costavano una cifra e suonavano di merda, poi quelli che suonavano meglio, quindi quelli rimasterizzati che oltre a riproporre le grafiche complete aggiungevano qualche bonus, e ancora le “deluxe edition” raddoppiate… E adesso ci sono i SACD, gli HDCD, i DVD-Audio, e chissà quali altre diavolerie ci riserva il futuro.
Ma non divaghiamo… si parlava di vinile, no? Una vecchia pellaccia che ha saputo resistere alla spietata concorrenza e che ancora oggi resiste con orgoglio, seppure estromesso da quasi tutti i megastore (ma non è detto che presto non ci rientri…) e relegato nel circuito cosidetto minore dei negozietti specializzati e dell’usato, delle fiere e delle aste per collezionisti, degli audiofili impenitenti. Ma non solo: non tutti magari sanno che di alcuni album italiani di notevole diffusione – ad esempio, Lotus di Elisa o Viva la vida, muera la muerte! dei Modena City Ramblers – esistono pur limitate stampe a 33 giri, e se esistono significa che c’è qualcuno che le vuole, e che a sorpresa non è per forza un quarantenne nostalgico ma è pure un ventenne che vuole scoprire la sacralità del rito dell’ascolto, il suono caldo e “umano” dei solchi e il fascino romantico di quando la musica era qualcosa da sentire e vivere sul serio e non un sottofondo ad altre attività, un asettico file da scaricare sull’hard-disk attraverso la linea telefonica, un numero sul display di un marchingegno grande come un pacchetto di sigarette che di canzoni può contenerne migliaia. Altra scuola, il vinile. Altra classe. Anche se è scomodo, ingombrante, si rovina e non è possibile goderne per strada, in macchina o in campeggio. E anche se comprarlo può non essere semplicissimo, vale talvolta la pena di affrontare le difficoltà poste sul cammino da un mercato che al bello preferisce il funzionale.
Altro non resta da dire se non che questa “resurrezione” – ma il termine è improprio, dato che il trapasso non è in effetti mai avvenuto: si parli allora di ritrovato vigore – del vinile ha probabilmente le sue radici in una sana, salutare reazione all’ascolto ormai troppo superficiale della musica. Il vecchio disco, richiedendo attenzione e cura, è un antidoto al consumo distratto e fulmineo, e sebbene un suo prepotente ritorno appaia al momento impossibile (certo che se, come qualcuno afferma, i CD sono destinati a “cancellarsi” con il tempo, ci sarebbe da ridere…), siamo pronti a scommettere sulla sua ulteriore resistenza all’evoluzione della tecnologia; con la speranza che non diventi un’icona di snobismo. Quella sì che sarebbe, quantomeno idealmente, la sua morte.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.610 del maggio 2005

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Categorie: articoli | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Il vinile risorto

  1. Marco Tagliabue

    Hai perfettamente ragione: l’unica, vera, grande truffa del rock’n’roll sono stati il modo ed il prezzo con cui hanno cercato di imporci il CD dalla seconda metà degli anni ottanta in avanti…con buona pace dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren…RIP…Malcolm e il CD…

  2. Country Boy

    [(certo che se, come qualcuno afferma, i CD sono destinati a “cancellarsi” con il tempo, ci sarebbe da ridere…)]
    Adesso, arrivati a questo punto, chissenefrega, ma all’epoca (ci fu pure l’affaire NIMBUS) tutti quelli che avevano svinilizzato si sentirono trafitti dal panico e vittime del morbo della vaccata pazza. Perfino dischi diffusissimi ed importantissimi (ad es. Foxtrot dei Genesis) ebbero le loro prime edizioni su CD assurdamente schifose che se non furono frutto di una strategia mefistofelica, quanto meno furono paragonabili a medicine immesse sul mercato prima di essere testate.

  3. Sinceramente, a me questa risurrezione del vinile pare la bandiera bianca, l’ultimo tentativo di raschiare il fondo del barile a fronte dell’impossibilità di contenere il digitale. Concordo sul diverso tipo di esperienza che vinile e digitale costituiscono, ma il ritorno dell’LP è un’operazione di puro marketing, che sa di plastica ben più di qualunque scatola di CD: chi comprava vinili prima continua a comprarli (e, credo, raramente ristampe nuove, invece di vecchie edizioni), chi preferiva i CD ha ancora argomenti per farlo; restano i modaioli, ma quelli sono notoriamente inaffidabili.
    Il mio suggerimento è di non dar corda all’ennesimo contorcimento dei discografici che cercano di rivenderci ciò che prima volevano far sparire al solo scopo di un bieco profitto. Che si impicchino pure al cappio che loro stessi si sono annodati attorno al collo.

  4. Country Boy

    Se fra poco spariscono i DVD per far posto ai Blu Ray, c’è un pochino di speranza in più che stampino Derrick e Hill Street giorno e notte e Le strade di San Francisco e Kojak eccetera?
    Lo dico perchè grazie al CD sono poi uscite tante ristampe d’ogni luogo e tempo e genere che senza l’avvento di questo nuovo mezzo non sarebbero mai state (ri)stampate, e quindi (ri)diffuse nell’immaginario collettivo di vecchi e nuovi artisti e consumatori e media vari. Io mi appresto a comprare Startrek Deep Space Nine e Voyager su Blu Ray, perchè se aspetto che ristampino su DVD (che non presi a pezzetti perchè m’aspettavo la cofana intera come fecero per The Next Generation)
    mi tocca vivere almeno due volte, in attesa del revival del cacchio quando magari si sarà scoperto che il blu ray illividisce coll’andar del tempo.

  5. Country Boy

    Nel rivederli ora su divx (pagati quattrosoldi ad un traffichino che mi beneficò anche di Derrick e Kojak e tantissimo altro grazie alle tante emissioni televisive) deep space nine e voyager mi fanno cachicchiare più di quanto prevedessi, pur desideroso di visionarli con spirito eccentrico e bimbesco, sticazzi ma … mi sa tanto che pure nel mondo dei dischi l’eccessiva fregola per le ristampe di vecchie cose sia destinata ad andare oltre il razionale, grazie alle straboccanti risorse di questi tempi moderni. Purtroppo, qualunque siano la confezione ed il supporto di qualsiasi oggetto del nostro desiderio, non si trova mai la bonus lifetime track in allegato.

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