Iceage

Non mi dispiacque, questi dischetto degli Iceage, anche se – ovviamente, potrei aggiungere – non mi entusiasmò certo come accaduto a un bel po’ di giovani. Alla fine venne fuori una recensione corretta, o almeno credo.

Iceage copYou’re Nothing (Matador)
Si sente dire in giro che sta esplodendo una nuova scena punk rock e la cosa fa come minimo sorridere. Se però si pensa che dall’unica, genuina e irripetibile ondata sono trascorsi trentacinque anni, e che oggi ci sono persino più motivi di allora per gridare “no future” e rifugiarsi nella colla da sniffare, non ci sarebbe da stupirsi se le strade tornassero a riempirsi – si fa per dire – di giovani incazzati e nichilisti che oltre ad alzare il gomito e il dito medio strapazzano i loro strumenti come se non ci fosse un domani, perché sapendo che è tutto una merda tanto vale sfogarsi nel modo più lercio e rumoroso possibile.
Fra gli alfieri del (presunto) movimento spiccano gli Iceage, danesi di Copenhagen che all’inizio del 2011 si erano fatti notare con un esordio – New Brigade – che da queste parti avevamo accantonato senza patemi. Non facciamo lo stesso con questa seconda prova, non per espiare colpe ma perché, alla fine, i quattro ragazzacci sembrano avere buone frecce al loro arco. Non ricalcano nessuno degli schemi tipici del ‘77 e optano per sonorità rozze e abrasive tanto nelle esecuzioni quanto nella scrittura, rifiutando eventuali costruzioni catchy – in fondo, se ripuliti dalla sporcizia, quasi tutti gli inni punk sono al 100 percento pop – e allestendo una serrata sequenza di lancinanti, inquietanti scheggie r’n’r alle quali l’uso della voce conferisce toni persino più malati (e questa è una stranezza) di quelli del disco precedente. Nelle dodici tracce di You’re Nothing si celebra insomma un sabba malsano e convulso, sospeso chissà dove fra il primissimo hardcore americano e certo punk anarchico inglese della stessa epoca ma attraversato da sussulti rubati alla new wave più torbida ed efferata. A cavallo fra anni ‘70 e ‘80 sarebbero stati il classico vaso di coccio fra quelli di ferro, ma nel panorama odierno hanno il loro perché. Non solo per i kids, ma anche per qualche reduce che potrebbe rimanere intrigato dalla loro freschezza e dalla loro beata incoscienza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.703 del febbraio 2013

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