Samiam

Dopo Wilt e Promise Ring, nella mia collana con cadenza settimanale di interviste a gente popolare all’inizio dello scorso decennio ma oggi quasi dimenticata è la volta dei Samiam… che, a differenza dei due di cui sopra, non si sono sciolti ma hanno comunque rallentato in modo considerevole la loro attività (solo altri due album dati alle stampe dopo l’Astray che me li fece raggiungere al telefono, uno nel 2006 e uno nel 2011). Comunque, un piacevole (ri)ascolto.

Samiam copAstray (Hopeless)

Ho dovuto leggere tre volte la biografia e controllare due volte gli scaffali di vinili e CD per convincermi che Astray è solo il sesto album nei dodici anni di carriera dei Samiam di San Francisco: in passato, per qualche strano scherzo del destino, me li sono trovati sotto gli occhi (e sullo stereo) così tante volte da aver maturato la certezza che ne avessero pubblicati almeno una decina. E ancor più bizzarro è il fatto che, nonostante l’assidua frequentazione del gruppo, non mi risulta di averne mai recensito un solo disco…
Per rimediare all’ingiustizia giunge quindi a proposito questo Astray, che segue di due anni e spiccioli il fortunato You Are Freaking Me Out e di ben cinque la breve parentesi major del comunque apprezzabile Clumsy. Un lavoro di ottimo livello che, come nelle migliori tradizioni della band californiana, si muove nell’ambito di un suono estroso e ispirato dove le citazioni al singolarissimo hardcore melodico di scuola Hüsker Dü o al punk’n’roll dei quasi altrettanto fondamentali Replacements – se non sapete di cosa parlo, vi invito caldamente a documentarvi – si legano a occasionali riferimenti all’indie-pop dei ‘90; e dove, attraverso dodici brani tesi e nel contempo accattivanti, viene ribadita la grande efficacia di una equilibrata applicazione del binomio energia-melodia. Ascolto più che consigliato, insomma: sia agli aficionados del rock alternativo americano desiderosi di maggior ruvidezza e sia ai punkettari che a volte sentono il bisogno di canzoni un po’ più varie e articolate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.413 del 10 ottobre 2000

Un passo dopo l’altro
È difficile non apprezzare i Samiam: non soltanto per lo stile musicale, brillante fusione di hardcore melodico e rock’n’roll con qualche vaghissima inflessione roots che può ricordare tanto gli Hüsker Dü quanto i Replacements, ma anche per quell’attitudine positivamente disincantata che ha permesso loro di attraversare a testa alta, per oltre un decennio, l’intricata giungla alternative americana. Astray, sesto album dell’ensemble californiano, è finora il miglior riassunto di una vicenda vissuta intensamente, sulla quale James Brogan – membro fondatore assieme all’altro chitarrista Serge Loobkoff e al cantante Jason Beebout – è stato lieto di fornirci delucidazioni.
Con Astray sembrate aver finalmente trovato il perfetto trait d’union tra i vostri trascorsi punk/hardcore e l’amore per un rock’n’roll più classico. Non credi che, per raggiungere questo traguardo, dodici anni di carriera siano un po’ tantini?
Forse sì, ma va bene lo stesso. Fin dall’inizio non abbiamo mai voluto stravolgere il nostro sound, preferendo invece concentrarci sul graduale miglioramento delle nostre canzoni e delle nostre capacità di musicisti. Ci sono capitate moltissime cose non sempre piacevoli, ma ci è venuto spontaneo rimanere fedeli all’approccio originario: crediamo in quello, e ogni “deviazione” sarebbe stata una forzatura.
Cinque anni fa, dopo una lunga militanza in ambito indie, avete firmato con una major: a quel punto, eravate convinti che la vostra vita professionale sarebbe cambiata?
Quando ci siamo legati alla Atlantic, il rock americano di scuola punk stava attraversando un momento particolare: i Green Day e gli Offspring erano esplosi a livelli inimmaginabili, e quindi abbiamo in effetti pensato che una svolta in termini di successo non fosse proprio assurda. Però non ce ne siamo curati più di tanto: anche in quell’occasione, l’obiettivo era aggiungere esperienze nuove al nostro carnet e cercare di realizzare il miglior disco possibile, senza puntare allo status di ricche rockstar. Sarei comunque un bugiardo se negassi che rispetto al passato nutrivamo qualche aspettativa in più, e che il modo in cui quell’avventura si è conclusa ci ha lasciato un po’ d’amaro in bocca.
Infatti, dopo un solo album, siete stati messi alla porta.
Veramente la faccenda è stata più complessa: il licenziamento è arrivato nel contesto di una drastica riduzione del personale e del parco artisti che ha coinvolto circa centocinquanta gruppi, ma la cosa peggiore è che il rapporto si è interrotto quando l’incisione del nostro secondo album per loro, You Are Freaking Me Out, era già terminata, e la nuova dirigenza non voleva assolutamente venderci i master in modo che potessimo pubblicarli con qualcun altro. Alla fine, dopo aver coinvolto gli avvocati, siamo riusciti ad entrare in possesso dei nastri e li abbiamo ceduti alla Ignition.
Però anche con loro è finita male, visto che Astray è uscito per un’altra etichetta.
Beh, la Ignition ha chiuso e quindi siamo stati costretti a cercare un’alternativa. Abbiamo vagliato parecchie proposte e ora crediamo di aver trovato la soluzione ottimale: negli Stati Uniti il disco è uscito con la Hopeless, mentre la Burning Heart – che, su licenza, aveva già stampato i due precedenti – si occupa della diffusione in Europa.
Band come i Green Day, con le quali avete in pratica cominciato assieme, sono molto più conosciute e affermate di voi. Questo non porta qualche piccola o grande frustrazione?
Quando si tratta di nostri amici, o di gruppi che pensiamo meritino fortuna, siamo sinceramente contenti per loro: non ci interessano le competitizioni, e ci fa piacere che i Green Day o gli Offspring – che varie volte ci hanno fatto da spalla – siano dove sono ora. L’invidia non serve a nulla.
Cosa vi è rimasto dello spirito punk degli esordi?
Molto, mi sembra. Siamo cinque amici che si divertono oggi come allora, girando il mondo per suonare e incontrando tantissima gente diversa. Può sembrare una risposta di comodo, ma se devo indicarti una sola cosa non ho dubbi: l’entusiasmo per quello che facciamo.
Pensi che per un gruppo come voi sia fondamentale acquisire sempre maggiore professionalità nel modo di rapportarsi alla musica?
Diciamo che, man mano che si va avanti, è normale avvertire un certo bisogno di crescere, di osare di più. Il guaio è quando, come spesso accade, un artista raggiunge troppo in fretta una posizione di mercato superiore a quella che le sue capacità – non parlo solo di tecnica, ma anche di mentalità – gli permettono di sopportare. È difficile non subire contraccolpi quando si passa istantanamente da cinquecento spettatori a decine di migliaia.
La musica è il vostro unico lavoro?
Quando siamo a casa tra un tour e l’altro, tutti ci occupiamo di qualche altra cosa. Io mi interessavo di una piccola attività commerciale, Sergie, l’altro chitarrista, è grafico, mentre il bassista, Sean Kennerly, scrive per alcune riviste. In media, tra live e registrazioni, siamo impegnati per otto/nove mesi all’anno, e dunque non abbiamo moltissimo tempo.
Quindi i concerti non vi mancano, anche in un periodo come questo in cui il settore underground sembra essere interessato soprattutto al crossover e a suoni più aggressivi.
È abbastanza dura, perchè la concorrenza è enorme. Circolano migliaia di band dedite a musiche di ogni tipo, e quando il tuo stile non è “di moda” diventa ancora più complicato. Lo spazio per gruppi come i Samiam, però, è sempre sufficiente: pensa ai Green Day, che non sono certo stai spazzati via dai vari Limp Bizkit e Korn e rimangono, anzi, sempre popolarissimi. Nel nostro caso, poi, non devi sottovalutare la componente “pop” di molti brani.
Pensi che, ai fini dei risultati di vendita, le canzoni “pesino” più del suono?
Le canzoni sono fondamentali, è ovvio, ma se non sono sostenute da un suono all’altezza della situazione difficilmente vanno da qualche parte. A noi piace credere che impegnarsi nel perfezionare il nostro stile espressivo favorisca la scrittura di pezzi validi, e che una bella idea compositiva stimoli il processo di evoluzione più di uno spunto di base banale.
In quest’ottica, che effetto ti fanno i vostri vecchi dischi?
Per un motivo o per l’altro sono orgoglioso di tutti. Persino del primo, che è indubbiamente molto grezzo ma è legato a un periodo di transizione importantissimo: all’epoca tentavamo di superare i confini del punk-rock convenzionale per giungere a una sintesi più matura, e nei solchi si respira il grandissimo entusiasmo di quel particolare momento. A ben vedere, in ogni album abbiamo provato a superarci, fissando il precedente come punto di partenza e cercando di imparare quanto più possibile da esso.
Ho scritto che Astray può essere definito come una sorta di incrocio tra Hüsker Dü e Replacements. Che ne dici, ho esagerato?
Forse, come musicista, è il più bel complimento che mi sia mai stato rivolto, davvero. Hai nominato due dei gruppi che più ci hanno ispirati quando abbiamo avviato l’avventura Samiam, proprio a causa del loro sapersi muovere sul confine tra punk e rock: li abbiamo scoperti e ci siamo detti “wow!, allora esiste qualcosa di più del solito punk…”
Com’è composto il vostro pubblico? Più trentenni o più adolescenti?
Non saprei dirlo con esattezza: si tratta di un’audience molto varia e in lento ma costante aumento, della quale fanno parte sia fan della prima ora che giovanissimi che ci hanno conosciuti da poco. Puntiamo su questi ultimi, ed è per questo che in America vogliamo organizzare quanti più “all ages show” possibile anche se così impediamo lo smercio degli alcolici nel locale.
Il quadro che emerge dalla nostra chiacchierata è quello di una band soddisfatta di ciò che ha realizzato e determinata ad andare avanti. Avete mai pensato di sciogliervi?
No, assolutamente. Anche nei momenti peggiori, quando il futuro sembrava buio, abbiamo rinnovato il nostro patto di amicizia e di impegno, convincendoci a vicenda che prima o poi saremmo usciti dal tunnel. Per fortuna avevamo ragione ad essere ottimisti.
Quanto pensate di poter durare, ancora?
Dodici anni fa non avrei mai creduto che i Samiam sarebbero giunti fino al 2000, e dunque non azzardo previsioni. In questo momento, con l’eccitazione per l’ultimo album, le critiche favorevoli e la prospettiva di un nuovo tour, potrei anche risponderti “in eterno”.
Vi sembra che Astray stia andando meglio dei suoi predecessori?
Sì, i segnali in questo senso sono più che incoraggianti. D’altro canto, come ti accennavo prima, tutta la nostra carriera è stata vissuta all’insegna dei piccoli passi verso l’alto. Piccoli passi, e non grandi salti che magari causano poi cadute rovinose: la si potrebbe ritenere una vita poco elettrizzante, ma ci va benissimo.
Il disco è stato prodotto da Tim O’Heir, apprezzato soprattutto per i lavori con gente come Sebadoh o Folk Implosion in area lo-fi. Considerato il vostro stile, non è una scelta un po’ strana?
Veramente ci ha convinto quello che ha fatto con i Moving Targets, che non sono tanto diversi da noi. Al di là di questo, certe situazioni allargano gli orizzonti creativi e arricchiscono la formula di nuovi elementi. Apparentemente può sembrare che non sia così, ma in realtà abbiamo acquisito qualcosa da tutti quelli con cui abbiamo collaborato: da Brett Gurewitz, che ha seguito il secondo album Soar, al Lou Giordano di Clumsy e allo Steven Haigler di You Are Freaking Me Out, fino a Tim.
In particolare, cosa volevate ottenere con Tim O’Heir?
Sostanzialmente, un suono nitido e diretto, ricco di sfumature ma senza inutili fronzoli. Mi pare che siamo stati accontentati.
A mio parere, una delle vostre migliori caratteristiche è il modo in cui, nella musica così come nei testi, coesistono energia e malinconia. Tu come la vedi?
Rientra nel quadro globale della ricerca di equilibrio che, con totale naturalezza, abbiamo fissato come punto di arrivo. Come ti dicevo prima, non ci siamo mai accontentati dell’aggressività fine a se stessa e amiamo anche abbastanza i contrasti.
A proposito di contrasti: la copertina di Astray non mi sembra granchè in linea con i contenuti del disco.
Sono disegni di Chris Johanson, un artista underground di San Francisco che è amico del nostro bassista. Secondo me, con la loro ruvidezza, colgono perfettamente il senso dell’andare fuori strada del titolo, che si riferisce al mondo intero.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.420 del 28 novembre 2000

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