Quando il vinile doveva morire

Chi c’era lo ricorderà bene: verso la fine degli anni ‘80 più o meno tutti ritenevano che il vinile fosse condannato a estinguersi in tempi assai brevi. Naturalmente a me la prospettiva sembrava aberrante, e nel mio piccolissimo cercavo di oppormi glorificando la classicità del disco nero, seppur sforzandomi di non passare per misoneista. Rileggere questo articolo scritto quasi un quarto di secolo fa per “Velvet”, sconclusionato ma “de core”, è, come dire?, piuttosto straniante: sarei curioso di sapere l’effetto che fa non solo ai reduci come me, quanto ai più giovani che quel periodo non l’hanno vissuto. Solo due postille: oggi nella mia collezione i CD sono quasi il triplo degli LP, e il compact della High Rise al quale accenno non è poi mai stato realizzato. Alla fine ho preferito direttamente chiudere l’etichetta.
Quando il vinile foto
Requiem
Anche oggi, come molto spesso da dieci anni a questa parte, sono seduto alla macchina da scrivere. La mente è concentrata e le dita sono pronte a battere sui tasti. Alzo lo sguardo, quasi per cercare di scorgere una capricciosa ispirazione che non vuole saperne di illuminarmi, e me li trovo davanti. Sono belli e non hanno mai fatto nulla di male a nessuno (anzi, hanno acceso profondissime emozioni nell’animo di milioni e milioni di persone). E non riesco proprio a credere che qualcuno abbia deciso di decretare l’efferato atto del genocidio, condannando la specie all’estinzione. Mi sto riferendo, qualcuno l’avrà capito, ai dischi. A quei sottili, magici “contenitori di musica” che taluni considerano quasi umani (mai sentita l’espressione “l’amato vinile”, pronunciata con affetto da qualche collezionista?), che vivono promiscuamente in affollatissimi scaffali (sovente senza discriminazione di rango, con i nobili al fianco dei plebei) e che, almeno nelle case dei più maniaci‚ sono soliti riprodursi con impressionante prolificità. Creature abitualmente di colore nero (ma non mancano le più variopinte eccezioni) e quasi sempre di forma circolare (le “mutazioni”‚ però, non sono assenti nemmeno in tale campo) e divisi in due grandi categorie riconoscibili per la notevole differenza di diametro: 7 pollici e 12 pollici (esiste poi una terza razza, un tempo dominante e oggi pressoché estinta, quella dei 10 inch: quasi una curiosità da Luna Park, stile donna barbuta o mangiafuoco).
Del tutto sorda alle grida di dolore di intere generazioni di appassionati, l’industria discografica ha da un paio di anni firmato – contro le ragioni del cuore e della consuetudine – l’inappellabile ordine di distruzione, aderendo alla regola che vuole il mondo schiavo del progresso. Il vinile scricchiola, si deteriora facilmente, riproduce i suoni con fedeltà approssimativa e occupa parecchio spazio, oltre a presentare indubbi problemi di praticità d’uso (bisogna alzarsi per voltare facciata, selezionare manualmente il brano, pulire i solchi dalla polvere, eccetera eccetera); e così, per perpetrare l’eccidio di massa, all’antiquato medium di ascolto ne è stato contrapposto uno radicalmente nuovo, privo dei difetti di cui sopra: dimensioni ridotte (nemmeno cinque pollici), durata maggiore, invulnerabilità, dinamica poderosa, lettura di digitale perfezione. Una specie superiore, di tinta argento (che fa tanto futuro), naturalmente destinata a soppiantare la vecchia, come accaduto migliaia e migliaia di volte per altre invenzioni rivoluzionarie (che so, la cucina a gas al posto del fornello, le automobili in sostituzione delle carrozze, i transessuali brasiliani in luogo degli autoctoni). Non posso sapere se (e eventualmente quanto) le nostre mamme hanno pianto per il trapasso de1l’asse per lavare all’epoca della prima apparizione di una Candy, ma so come fratellini e figli (di chi legge e chi scrive) guarderanno le nostre raccolte di 33 e 45 giri: come noi con i pesanti 78 del nonno, domandandosi stupiti come sia possibile che solo pochi anni prima ci si avvalesse di supporti audio così differenti e poco funzionali. Sta a noi, generazione a cavallo del processo evolutivo, riuscire a rassegnarci. Tanto non è possibile fare altro.
Nei negozi statunitensi e giapponesi il vinile è ormai relegato in qualche angolino, mentre 1’area di esposizione rigurgita di scintillanti CD. In Europa, seppure in modo più graduale – noi del Vecchio Continente, è risaputo, siamo più legati alle tradizioni degli americani, e abbiamo meno urgenza di rivincita tecnologica dei figli del Sol Levante – sta per accadere lo stesso (ci vorrà magari una manciata di anni in più, ma sarà solo una lenta e penosa agonia). E i nostri cuori sanguinano al pensiero delle copertine – spesso vere e proprie opere d’arte, con tanto di gadget, rilievi, inserti e fotografie policrome di imponente splendore – ridotte a proporzioni lillipuziane e racchiuse in asettici contenitori in plexiglass, al dramma psicologico della facciata unica, all’orrore della ricerca elettronica che saltella da un brano all’altro sconvolgendo l’ordine precostituito e negando eventuali gioie (quante volte vi sarà accaduto, con i dischi in vinile, di scoprire meraviglie in quelle due canzoni che non vi piacevano affatto comprese fra le due vostre preferite, e che non avete “censurato” perché non vi andava di abbandonare la vostra comoda poltrona?).
In altre occasioni e su altre pagine (no, non su quelle…) ho scritto che il compact – al di là della forma – è il discendente diretto della cassetta piuttosto che del disco, e se esso fosse anche registrabile a livello domestico – e presto lo sarà – tale tesi apparentemente bizzarra acquisirà ulteriori motivi di fondatezza. Perché il CD, oltre che per appagare la necessità di un ottimo ascolto, è nato proprio per limitare al minimo i problemi pratici (come a suo tempo con la cassetta, il cui vero nome – guarda un po’ che coincidenza – è compact-cassette). Consequenziale a quella tecnica, ma assai più influente nella spinta alla diffusione del nuovo ritrovato, è poi l’esigenza dell’industria di lucrare miliardi e miliardi senza troppa fatica limitandosi al semplice riciclaggio dell’enorme patrimonio musicale già a disposizione. Molto astutamente, il business non ha operato in maniera drastica: dapprima i compact sono stati affiancati al corrispondente vinile, seppure con l’handicap di un prezzo al pubblico assai elevato, e man mano il dualismo si è fatto sempre più avvilente per il compratore, con frodi (oh, scusate, “strategie di mercato”) che tendono a dare un vantaggio – lieve – al dischetto digitale. Ecco dunque le extra track altrimenti inedite, le CD-compilation in serie economica e i lavori disponibili solo in compact (che spronano all’acquisto dei CD-player), ma anche diversità sempre consistente di esborso (sebbene i costi di produzione siano, per il CD, addirittura inferiori a quelli delfantagonista) e tendenza a moltiplicare le “limited edition” viniliche allo scopo di prolungare la “vita artificiale” del vecchio disco (perché con due sistemi che non si escludono a vicenda – e che anzi, in un certo senso, si compensano – si guadagna di più che con uno solo). E noi che davvero amiamo la musica ci sentiamo sfruttati, carne macellata nell’hamburger destinato a soddisfare l’insaziabile appetito di un’industria avida e irriconoscente verso chi da sempre le fornisce sostentamento; si fa presto a dire che per non cadere nelle trappole basta tenersene lontani, quando c’è di mezzo il sentimento non c’è ragion che tenga…
Siamo, dunque, alla capitolazione incondizionata. Costretti ad accettare il CD nonostante la sua freddezza, la sua estetica quantomeno discutibile, la sua natura di “oggetto di consumo”: addio meraviglie grafiche (una confezione come quella dell’ultimo Beastie Boys, ad esempio, perde un buon 75% del suo fascino in dimensioni ridotte), addio all’inebriante profumo di cellophane e cartone di un 33 giri “printed in USA”, addio contemplazione quasi religiosa di note, fotografie e disegni alla ricerca dei più piccoli dettagli (ora è necessaria la lente di ingrandimento). Il CD ha ormai definitivamente affermato la legge dell’anonimato (l’unica vera occasione di sfogo, per i designer, sta nell’elaborazione delle “etichette”, spesso sorprendente per soluzioni creative): come le vecchie cassette, i compact si ascoltano in macchina e con il walkman, si accatastano l’uno sull’altro senza bisogno di particolare cura e senza timore di danni, sono sempre indisponentemente integri nell’aspetto e nei suoni. Chiamatemi pure misoneista o inguaribile romantico, ma per quel che mi riguarda il CD appartiene alla stessa categoria dei guanti di gomma, dei profilattici e delle posate “usa e getta”: nient’altro che plastica, comoda finché volete ma del tutto priva di poesia. E, forse, di dignità.
Poco meno di due anni orsono, sulle stesse pagine citate un centinaio di righe addietro (OK, svelo l’arcano: erano quelle di “Audio Review”), trovò spazio un articolo analogo a questo; la conclusione, che riporto fedelmente, recitava: “Voi fate pure come ritenete opportuno, ma personalmente sono orgoglioso della mia collezione dove i CD stanno ai vinili nella proporzione di 1 a 500. E, credetemi – biasimandomi pure, se volete – ho intenzione di tenere duro”. Beh, da allora sono cambiate un bel po’ di cose, non solo per quanto concerne l’aritmetica (il vinile è sempre in schiacciante superiorità, seppure con un divario “solo” di cento a uno): è subentrata, soprattutto, una sgradevole sensazione di impotenza, una sorta di presa di coscienza dell’ineluttabilità di un Destino crudele, che ha per forza di cose modificato l’approccio nei confronti del dischetto digitale (non la scarsa considerazione, ma una resa onorevole è sempre meglio di una totale sconfitta) e conseguentemente obbligato a rivedere l’intera filosofia di acquisto e di accumulo dei vari titoli. Finora, infatti, in casa mia entravano solo due tipi di compact: i “classici” e le novità con aggiunti brani altrove irreperibili. Il pensiero di comprare un CD identico al corrispondente vinile in alternativa a quest’ultimo non mi ha mai neppure sfiorato (semmai, nel caso di opere fondamentali o destinate a super-usura, si è optato per entrambi). In concomitanza con il cambio di decennio, invece, si verificherà la completa inversione di tendenza, e il disco convenzionale sarà acquistato solo in caso di assenza del compact. Il provvedimento riguarderà soltanto gli album (perché nel campo di mix, singoli e rnini-LP, soprattutto in ambito indipendente, il vinile regna ancora sovrano), e saranno dunque evitati i salti da uno scaffale all’altro per avere il quadro globale di una discografia LP e gli odiosi confronti per verificare l’eventuale inserimento di inediti. Il 1990, insomma, sarà l’anno della svolta. E quello della derivante, inesorabile prostrazione economica.
Sinceramente non saprei dirvi come abbia avuto buon gioco, nella mia mente contorta, il processo di persuasione occulta operato dal mercato e dai media, ma l’intera faccenda inizia a preoccuparmi per certi suoi effetti, diciamo così, collaterali, sintomi evidentissimi di una stabilità di pensiero ormai compromessa. Per meglio chiarire i termini della questione, un paio di esempi rivelatori sono di gran lunga più indicati di ogni possibile circonlocuzione. Esempio numero uno. Di recente, il responsabile dell’ufficio stampa di una major mi ha fatto gentile omaggio, senza alcuna richiesta da parte mia, di quattro o cinque CD i cui contenuti sonori non mi interessano minimamente. Fossero stati LP, non avrei avuto un attimo di esitazione: mi sarei recato in qualche negozio di dischi usati e li avrei barattati con produzioni più stimolanti; trattandosi di compact, invece, mi sono trovato a fare i conti con una riluttanza imprevedibile (e stupidissima, visto che anche i CD possono essere scambiati con altri): tremo, davvero, all’idea di non riuscirmi a sbarazzare, per astruse deviazioni personali, di eventuali dischetti di Jovanotti. Esempio numero due. Dopo aver giurato eterna fedeltà al Sacro Vinile, ho deciso di realizzare il primo CD della High Rise, l’etichetta discografica alla quale mi dedico per hobby: vedrà la luce all’inizio del nuovo anno e conterrà – orrore, orrore – due extra track inedite a livello di 33 giri; questo, considerati i discorsi sinora portati avanti sulla disonestà di tale modus operandi, mi appare come una splendida maniera di predicare bene e razzolare male. E dire che la coerenza era la mia prerogativa della quale andavo maggiormente fiero. Esempio numero tre. Mi sono scoperto, non più di una settimana fa, a contemplare alcuni compact realizzati dalla Restless nell’ambito delle “Performance Series” opere disponibili, almeno negli States, solo in edizione CD (e cassetta, ma non credo tutte): ci sono i T.S.O.L., i Dream Syndicate, i 45 Grave, i Del Lords, gli Smithereens, e chissà quanti altri ne verranno. Mentre continuavo a rimirarli ho pensato a come sarebbe bello se il compact non fosse mai stato inventato, o se avesse sostituito il disco da un giorno all’a1tro, in modo traumatico. Ho capito, quindi, che a rendermi indigesto il nuovo sistema è, più che l’attaccamento al vecchio, il problema di dover decidere “da che parte stare” (unito, è ovvio, all’amarezza per come le compagnie discografiche reinvestiranno in musica di merda i cospicui guadagni ottenuti grazie alla sovrapposizione dei due supporti audio). Non sarà forse, come predicavano i Devo del 1980, che alla libertà di scelta preferiamo la libertà dalla scelta? La domanda rimane così. Ai più coraggiosi di voi il compito di trovarle adeguata risposta.
Tratto da Velvet n.14 del novembre 1989

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Categorie: articoli | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Quando il vinile doveva morire

  1. Marco Tagliabue

    Magari anche la grande rivincita del vinile si rivelerà un fuoco di paglia o, peggio, l’ennesima mossa dell’industria discografica per spremerci soldi fino all’ultimo…ma, per adesso, lasciate cantare vittoria a noi che non abbiamo mai mollato…a noi che abbiamo continuato a comprare dischi neri anche quando erano difficilissimi da trovare e magari, adesso, ci ritroviamo in casa anche qualche pezzo che vale oro, ma di cui non ci priveremo mai. Nella mia collezione il vinile batte il CD 10 a 1: fa quasi tenerezza pensare a quegli anni in cui sembrava che tutto il ben di Dio che colora le nostre pareti fosse destinato alla discarica, in cui i negozi di dischi facevano a gara per svuotare gli scaffali a prezzi di realizzo (errore madornale, ragazzi! e quanti affari per noi…) quasi fosse da retrogradi tenere ancora vinile e, soprattutto, fa tanta ma proprio tanta rabbia pensare a quanti soldi ci chiedevano per quei dischetti argentati che ormai, sempre più spesso, ti regalano insieme al 33 giri, tanto per avere qualcosa da ascoltare anche in macchina…
    Nulla contro il CD, anche se si sarà capito che tifo per il vinile, ma nel suo nome l’industria ha perpetrato, e continua a perpetrare, una vera e propria truffa…una delle tante, del resto.

  2. Country Boy

    Il vinile è una culla d’origine, classica come la tela per il soggetto pittorico, e non è un vile mezzo di supporto come lo stereo8, il VHS, il floppy disk, la compact cassette, e quindi i giovani consumatori avranno modo, finchè campano gli appassionati stampatori, di avere i dischi della musica rock dagli albori al suo declino e straripamento negli anni di fine secolo, anche su vinile così come in origine furono, anche se il vinile fa ormai parte del mondo degli oggetti di culto e di nicchia. Ma presto sparirà del tutto insieme agli appassionati stampatori e quindi agli appassionati consumatori.
    Ad Memorabilia Nemo Tenetur.

  3. Anonimo

    Ricordo questo articolo ma sino ad oggi la mia memoria (sempre più scemante) me lo catalogava sotto Bianchini.

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