Danger Mouse-Daniele Luppi

In questa settimana, per via dell’Oscar assegnato a Paolo Sorrentino, ovunque si è parlato parecchio di cinema. Pertinente, dunque, recuperare questa recensione, dedicata a un album che non rientra nel novero dei capolavori ma che rimane a mio avviso molto meritevole.

Danger Mouse copRome (EMI)
Pur nella consapevolezza di quanta gente bizzarra circoli per il mondo, è difficile credere che qualcuno possa negare la centralità di Brian Joseph Burton – alias Danger Mouse – nel panorama musicale dell’ultima decina d’anni. Il The Grey Album del quale tanto si discusse quando la Rete era relativamente giovane, il popolarissimo duo Gnarls Barkley allestito con Cee-Lo Green, i bei sodalizi con MF Doom (The Mouse And The Mask), James Mercer (Broken Bells) e Sparklehorse (Dark Night Of The Soul) e il lavoro in console per – fra gli altri – Gorillaz, The Good The Band & The Queen, Black Keys, Beck e U2 provano al di là di ogni ragionevole dubbio come il quasi trentaquattrenne newyorkese – produttore, manipolatore, autore – sia uno dei principali fulcri attorno ai quali ruota quel moderno pop-rock che sa conciliare ricerca e accessibilità, raffinatezza e successo commerciale su vasta scala, amore per il passato e propensione al futuro. Niente male per uno che, alla fine dei ‘90, si esibiva come DJ indossando una maschera da topo perché troppo timido per mostrarsi in pubblico.
Da professionista impegnatissimo quale chiaramente è, nonché da artista abituato a operare dosando amore e perfezionismo, Burton ha avuto bisogno di quasi un lustro per concretizzare in via definitiva l’idea maturata ancor prima a seguito della sintonia instauratasi con il compositore, arrangiatore e orchestratore italiano Daniele Luppi, attivo in America nell’ambito delle colonne sonore ma anche “fiancheggiatore” di star del pop (ad esempio John Legend, Mike Patton e Soulsavers, oltre allo stesso Danger Mouse). Un’idea ambiziosa, legata al comune desiderio di rendere omaggio alla tradizione della grande musica per il cinema creata qui da noi negli anni ‘60 e ‘70, e per di più complessa sul piano logistico, dato che il progetto comportava il trasferimento a Roma per registrare al celebre Forum di Piazza Euclide (studio cofondato da Ennio Morricone), il coinvolgimento di vecchie glorie locali (dal soprano Edda Dell’Orso, che aveva preso parte a Il buono, il brutto e il cattivo, ai Marc 4, fino ai Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni) e il non facile reperimento degli strumenti vintage indispensabili per il suono “giusto”, catturato dal vivo su nastro rinunciando a qualsivoglia apparecchiatura elettronica contemporanea. Roma caput mundi, dunque, con l’unica motivo di disappunto – ininfluente per i risultati, ma non per l’aura romantica nella quale si crogiola tutta l’operazione – che Jack White e Norah Jones, i due ospiti speciali ai quali è stato affidato il ruolo di cantanti solisti, non si siano spostati all’ombra del Colosseo ma abbiano inciso le loro parti a Nashville e Los Angeles.
Organizzato come soundtrack anche se il film che dovrebbe accompagnare – un western fra dramma e sentimento, piace ipotizzare – esiste solo nelle menti di Burton e Luppi, cioè con tema introduttivo, canzone di grande impatto per i titoli di coda e interludi strumentali/corali a dividere i vari altri episodi con Norah Jones e Jack White, Rome è concentrato in appena trentacinque minuti di trame morbide e avvolgenti, ora piuttosto eteree, ora pervase di una solennità misurata che non sconfina mai nella grandeur. È un album di chiaroscuri, di suggestioni lievi ma profonde, di visioni che non sempre viene istintivo associare all’immaginario della Città Eterna – del resto, come identificare un solo immaginario in una metropoli con quasi tre millenni di Storia? – ma che non difettano certo di godibilità e di efficacia estetica. Il tutto, comunque, in equilibrio fra rigore filologico e quella sensibilità pop dalla quale Danger Mouse non può prescindere: a scanso di equivoci, non si tratta di un disco per cultori come potrebbe esserlo uno di John Zorn, bensì di un “prodotto” destinato a incuriosire e quindi a far parlare moltissimo di sé a livello mediatico, oltre che a finire nelle playlist di tutte le radio del mondo. Da queste parti, per pieno convincimento e non per timore di prendere una posizione, non ci si arrocca assieme agli snob ma ci si tiene un po’ ai margini della schiera – che sarà molto folta, vedrete! – di quelli che gridano al capolavoro, come probabilmente facevano, perché ammaliati dal “concetto” e dalla sua coolness, prima ancora di ascoltarne una singola nota. Ma che la (nemmeno tanto) strana coppia abbia realizzato qualcosa di sensato, di ottimamente confezionato e di armonioso è impossibile da negare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.682 del maggio 2011

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Danger Mouse-Daniele Luppi

  1. Alessandro Cruciani

    album splendido, ahime troppo breve


  2. Se le playlist delle radio fossero piene di canzoni del genere mi lamenterei molto meno e ne trarrebbero giovamento tutti 🙂

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