Promise Ring

La settimana scorsa i Wilt, questa i Promise Ring… e a giudicare da altro materiale raccolto nel mio archivio ci sono gli estremi per una (pur non lunghissima) serie di “interviste del lunedì” dedicate a band che fra i dieci e i quindici anni fa erano più o meno sulla cresta dell’onda, o che comunque sembravano in ascesa, mentre oggi sono dimenticate o quasi anche per via del sopraggiunto scioglimento. E allora, ok, procedo, benché sia consapevole di come questo genere di post raccolga poche visualizzazioni: del resto, il mio blog è concepito come operazione culturale svincolata dalla dittatura dei click.

Promise Ring copWood/Water (Anti)
Sono decisamente cambiati, i Promise Ring, prendendo le distanze dal suono di scuola emocore al quale erano stati fedeli per i tre album editi nella seconda metà dei ‘90 dalla Jade Tree: il loro stile è ora assai più quieto, in sintonia più con l’indie pop che con le sfuriate rock’n’roll della maggior parte dei gruppi americani con il medesimo background. Le ragioni di quella che deve a tutti gli effetti essere definita una metamorfosi? In parte le peripezie cliniche del cantante Davey VanBohlen, che ha dovuto subire quattro interventi chirurgici al cervello per l’asportazione di un tumore (benigno) delle dimensioni di un pugno; poi, il lavoro di produzione effettuato da Stephen Street, già in consolle per gente come Smiths, Blur e Cranberries; infine, il desiderio di sfuggire, lanciandosi in una sfida sul cui esito era però legittimo nutrire dubbi, a una routine che rischiava di  sclerotizzare il discorso espressivo del quintetto.
Comunque sia, Wood/Water è un album di pregio, ricco di brani soffici, avvolgenti e moderatamente obliqui dove le consolidate tradizioni del pop alternativo a stelle e strisce (Pavement in primis) si legano a una quasi-classicità di chiaro stampo british. Gridare al capolavoro sarebbe senza dubbio eccessivo, ma negare che i Promise Ring vantino qualcosa in più di tanti colleghi – ascoltare, per averne prova, gemme come Get On The Floor o Say Goodbye Good – significherebbe eccedere in prudenza: i cultori delle armonie aggraziate ed evocative, che dietro l’apparente semplicità nascondono caleidoscopi di emozioni, vi si accostino senza timore di rimanere delusi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.485 del 7 maggio 2002
Promise Ring foto

Aria nuova
Jason Gnewikow, il ventisettenne chitarrista dei Promise Ring, sta telefonando dalla sede della Epitaph Europe in quel di Amsterdam. Il tono squillante della voce e la parlantina sciolta danno l’idea di una persona simpatica, che sta vivendo con entusiasmo il momento magico della sua band: una band la cui ascesa sarebbe potuta terminare con il terzo album Very Emergency (1999) – i precedenti due del 1995 e del 1997, anch’essi editi dalla Jade Tree, si intitolano invece 30° Everywhere e Nothing Feels Good – se il tumore grande come un pugno asportato nel 2000 al cantante/chitarrista e songwriter Davey von Bohlen non fosse stato, per fortuna, benigno. Con Wood/Water, il quartetto di Milwaukee – il cui organico è completato dal bassista Ryan Weber e dal batterista Dan Didier – ha adesso inaugurato la sua seconda vita, della quale Jason ci ha raccontato volentieri i retroscena.
Wood/Water è piuttosto diverso dai vostri precedenti album.
Di sicuro è differente, ma ritengo che gli elementi di base della nostra formula restino riconoscibilissimi. Il suono è leggermente cambiato, ma ci sono sempre moltissime somiglianze con quanto abbiamo realizzato in passato. Non saprei proprio dire cosa è accaduto: non è stato un processo pianificato a tavolino, bensì un’evoluzione spontanea. Le canzoni sono venute fuori da sole, per di più assai velocemente: ciò significa che il cambiamento era già in noi, anche se non ce ne eravamo resi conto.
Il dato di fatto, comunque, è che adesso l’indole pop emerge con maggior decisione rispetto a quella rock. A cosa attribuisci questa pur parziale metamorfosi?
Sì, me ne sono accorto. Bisogna considerare che tra il precedente album e questo sono trascorsi tre anni, oltretutto pieni di avvenimenti… non è possibile identificare un’unica causa. Piuttosto, parlerei di un insieme di piccole cose che gradualmente hanno modificato il nostro approccio.
Io ho pensato che aveste voluto battere altre strade perché l’emocore, o come vogliamo chiamarlo, aveva cominciato a starvi un po’ stretto.
Certamente: al di là della nostra crescita umana e musicale, non ci interessava realizzare un secondo Very Emergency. E, in fondo, non mi sentirei neppure di escludere l’ipotesi di una nostra reazione naturale alla popolarizzazione di una scena della quale eravamo parte integrante, un desiderio tra il conscio e l’inconscio di distinguerci.
Non credi che in quell’ambito ci sia troppa uniformità stilistica, con troppi gruppi identici l’uno all’altro?
Sono completamente d’accordo. Parlo a titolo personale, ma ormai quel tipo di espressione non mi dice più nulla, mi ha già comunicato tutto ciò che poteva comunicarmi. In generale, quel che trovo oggi come oggi in quel settore è solo musica ordinaria e prevedibilissima.
Imboccare un’altra direzione è stato quindi un atto di coraggio, visto quanti estimatori avevate in quell’area.
Immagino che perderemo per strada alcuni dei nostri fan più rigorosi, ma mi auguro che chi già ci seguiva non ci volti le spalle solo per sciocchi pregiudizi. Sono poi convinto che altri apprezzeranno il nostro tentativo di rinnovarci, di essere onesti e di continuare a fare canzoni valide.
Al di là del discorso strettamente sonoro, questa validità implica anche un “messaggio”?
Non uno diretto. Nel nostro caso si tratta di un discorso di feeling, di sentimento che cerchiamo di trasmettere. Non so però esattamente cosa sia, né tantomeno sono in grado di spiegarlo a parole: è un qualcosa di strettamente connesso alla musica. Secondo me, per esempio, Wood/Water è un album che dà un senso di positività, un senso di conforto. Non è un disco da party, ma ascoltandolo in situazioni più private se ne possono trarre ottime vibrazioni e suggestioni.
Le session sono state guidate da Stephen Street, uno dei produttori più in vista del rock britannico degli anni ‘80 e ‘90. Come mai questa scelta un po’ singolare?
Non ricordo chi abbia avuto l’idea, ma ricordo bene che quando è stato fatto il suo nome ci siamo tutti trovati d’accordo. Lui aveva lavorato con band diverse da noi, ma d’altronde anche i dischi dei quali si è occupato hanno ben poco in comune tra loro, al di là del generico legame con il pop: Smiths, Cranberries e Blur non suonano esattamente la stessa cosa, non ti pare? Anche le fasi preparatorie sono andate lisce come l’olio: gli abbiamo inviato i demo dei brani che ci interessavano, gli sono piaciuti, abbiamo fissato lo studio.
Lo stesso studio nel quale è stato inciso The Queen Is Dead degli Smiths.
Esatto. Il Jacobs è un posto circondato dal verde poco fuori Londra, molto bello e riposante: il titolo e la copertina dell’album vorrebbero essere una specie di omaggio allo studio e alla sua atmosfera.
In termini pratici, qual è stato il contributo di Stephen Street?
Dipende dai pezzi. Alcuni sono rimasti molto fedeli alle versioni dei demo, mentre per quanto riguarda altri ha messo la sua esperienza al nostro servizio per trovare le soluzioni di arrangiamento più adatte. Inoltre è stato abilissimo nel farci sentire a nostro agio, aiutandoci così a dare il meglio in ogni circostanza.
Non hai l’impressione che oggi i Promise Ring sembrino più inglesi?
Mi hanno rivolto la stessa domanda in un altro paio di interviste e devo dire che sì, può anche essere, anche se certe osservazioni sul suono inglese o americano sono forse un po’ sterili, viste le infinite contaminazioni tra le due “scuole”. Però sono certo che se non avessimo registrato in Inghilterra con Stephen Street nessuno avrebbe mai fatto questa osservazione, anche se il disco fosse stato uguale.
In effetti si possono rilevare anche chiare tracce di pop “obliquo” alla Pavement. Tu come la vedi?
Sì, ci può stare. Ovviamente noi abbiamo la nostra identità, ma l’essere associati ai Pavement non ci è affatto sgradito.
Dopo parecchi anni alla corte Jade Tree avete firmato con la Anti/Epitaph: sentivate il bisogno di una struttura più grande che fosse in grado di seguirvi meglio nella vostra crescita?
Più che altro ci servivano soldi da investire nel nostro progetto, e la Jade Tree aveva logicamente i suoi limiti. Inoltre, dopo tanto tempo che lavoravamo nello stesso ambiente e con la stessa gente, ritenevamo fosse il caso di muoverci altrove per acquisire nuovi stimoli. I cambiamenti di quest’ultimo periodo ci hanno notevolmente rinvigorito, portandoci anche maggiore eccitazione e voglia di divertirci.
Come siete arrivati alla Anti?
Avevamo sparso la voce che stavamo cercando un’altra etichetta, e loro sono stati tra quelli che si sono presentati con una proposta concreta. Ci hanno convinto subito perché non erano una major che in prospettiva avrebbe potuto crearci dei problemi ma possedevano capitali sufficienti a permetterci di realizzare tutto quel che desideravamo.
È vero che anche alcune major avevano mostrato disponibilità?
Sì, ma avevamo troppa paura e non abbiamo voluto prenderle seriamente in considerazione. Negli Stati Uniti, ma immagino in qualsiasi altro paese, le multinazionali puntano solo a ottenere hit, e non credo che avremmo sopportato di portar loro un album e sentirci dire di ritornare in studio a rimetterci mano perché non è abbastanza vendibile.
Cosa vi aspettate da Wood/Water?
Beh, generalmente quando si sta per pubblicare un nuovo disco si è piuttosto timorosi, e anche noi lo siamo stati fino a che non abbiamo cominciato a ricevere i primi commenti molto favorevoli. A quel punto, una volta tranquillizzati, abbiamo preferito sederci davanti alla finestra per vedere cosa succedeva. Siamo curiosi di scoprire cosa ci riserva il futuro, ma non abbiamo fretta.
Quali brani ritieni siano più idonei a rappresentare Wood/Water? I più esplicativi dell’umore dell’album, intendo.
Direi senz’altro Become One Anything One Time. Tra l’altro le prime parole del testo sono “wood” e “water”, ma nemmeno Davey sa da dove gli siano uscite.
Cosa ti ha spinto a diventare musicista?
Da ragazzo è stato l’aspetto sociale della faccenda: tutti i miei amici suonavano in una band, e per non essere diverso da loro… In seguito ho sviluppato un’autentica passione per la musica, anche per la pratica sullo strumento: ne ho accumulata parecchia, in questi dieci anni, ma ancora non mi sono stancato di provare.
Qual era il tuo gruppo preferito, quando avevi diciassette anni?
Mi piaceva molto il punk melodico californiano: gli Agent Orange, i Descendents… però, parallelamente, coltivavo una vera ossessione per i Pet Shop Boys.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 9 luglio 2002

Annunci
Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

Navigazione articolo

Un pensiero su “Promise Ring

  1. Questo genere di post dovrebbe averne molte di visualizzazioni, proprio perché si parla di cose che non si conoscono, da scoprire…no, giusto, non funziona così.
    “blog concepito come operazione culturale svincolata dalla dittatura dei click”
    Questa frase la metterei bella in risalto 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: