Disfunzioni Musicali

Da un po’ il post del fine settimana è spesso dedicato ad argomenti che, pur essendo sempre di carattere musicale, non si occupano di artisti e opere artistiche. Quello qui recuperato parla di uno storico negozio di dischi di Roma, che purtroppo non esiste più da ormai sette anni. Un negozio che era gestito da miei grandi amici, dei quali sono stato anche socio in altre attività. Un negozio che ha contribuito enormemente alla crescita della mia cultura musicale e che, sì, per oltre un quarto di secolo ha avuto un ruolo determinante nella mia vita. Ogni volta che passo davanti a quella che era la sua sede, nel quartiere di San Lorenzo, mi viene un groppo alla gola… reso ancor più odioso dalla considerazione che in quel febbraio del 2007 non è morto solo un posto dove si acquistava merce, ma un mondo intero che non ritornerà. Questa intervista fu realizzata subito dopo la chiusura, alla ricerca di spiegazioni, e a mio avviso resta ancor oggi molto istruttiva.

Disfunzioni foto

Dopo oltre venticinque anni di vita, per molti dei quali è stato senza dubbio il miglior negozio di dischi di Roma e uno dei migliori d’Italia, Disfunzioni Musicali ha abbassato per l’ultima volta le sue serrande. Pur con il fardello di una sincera, profonda tristezza abbiamo indagato alla ricerca del perché.

Tutto iniziò nel lontanissimo 1981 con un buco nel quartiere San Lorenzo, a due passi dall’Università La Sapienza e quattro dalla Stazione Termini. Nel primo scorcio di 1986, il trasferimento dai venti metri quadri di Via dei Falisci alla ben più ampia e luminosa sede di Via degli Etruschi, allargata cinque anni più tardi, e quindi – nel 1996 – l’apertura sempre in zona di una succursale dedicata ai dischi usati e da collezione. Tra una tappa e l’altra di questo percorso, la cura totale o parziale di tre etichette (Mantra, High Rise, Viva), il ruolo attivo nella creazione di una società di import-export (la Helter Skelter, poi abbandonata: dopo varie peripezie ne è scaturita l’attuale Goodfellas) e varie avventure collaterali, sempre all’insegna dell’amore per la buona musica in tutte le sue diramazioni: un piccolo impero che, con il nuovo millennio, ha conosciuto un fulmineo declino di clientela e di vendite, fino alla chiusura dello scorso gennaio.
Nel pomeriggio del 13 fabbraio il negozio, con il suo soffitto a volte che lo rende così simile a un tempio, è in piena fase di smobilitazione ed è vuoto, con le sole eccezioni del sottoscritto e di due dei quattro titolari, Gianni e Domenico. Il terzo, Dino, è nel magazzino a sbrigare faccende burocratiche; il quarto, Alberto, è impegnato altrove. Si preme il pulsante “rec”, e sul nastro magnetico si imprimono parole che nessuno dei presenti avrebbe mai voluto pronunciare e ascoltare.
It’s the end of the world as we know it, per citare i R.E.M., e dire che fino a pochi anni fa Disfunzioni Musicali era una concreta alternativa ai megastore.
Alternativa, sì, perché noi non abbiamo mai mirato a essere un megastore: per le dimensioni e i capitali limitati, ma soprattutto per il rapporto con la clientela. Basterebbe il fatto che ci siamo sempre opposti alla filosofia del self-service, privilegiando un acquisto che non prescindeva dalla nostra intermediazione, sia puramente fisica, sia di consulenza e scambio di “passioni”. Certo, in alcuni momenti la confusione data da quanti si affollavano al bancone rendeva tutto più complicato, ma noi cercavamo sempre di coltivare l’aspetto “umano” del nostro lavoro.
Non è che magari l’allargamento da bottega “di nicchia” a grande negozio dove si trovava di tutto vi ha un po’ danneggiati?
Quella di avere un assortimento maggiore è stata una scelta di crescita in fondo obbligata, così come oggi, per qualsiasi esercizio, è una scelta obbligata limitare lo stock. La differenza principale tra quegli anni ‘90 che – attorno alla metà – hanno visto il nostro massimo fulgore e questi giorni che stiamo vivendo non sta però nella gestione di un negozio, ma nella distribuzione. Non ci si può dimenticare che una dozzina di anni fa non esistevano le attuali interconnessioni tra le etichette indipendenti e i fornitori; per dire, le indipendenti non andavano certo al Midem a trattare le loro distribuzioni, ma in linea di massima vendevano i loro dischi solo a chi glieli chiedeva, e questo permetteva ai negozianti più intraprendenti di rivolgersi direttamente alla fonte, senza passare per il collo di bottiglia dei distributori. Sono loro che hanno ucciso il tradizionale mercato della musica: in Italia esiste persino l’obbligo di legge di sottoscrivere accordi di distribuzione esclusiva, ma il discorso vale su scala mondiale.
Grazie alla diffusione di Internet, però, i privati hanno iniziato ad acquistare dovunque.
In epoca pre-Internet comprare all’estero al minuto – non si parla di ingrosso – era sempre possibile ma laborioso: bisognava farsi inviare cataloghi, ordinare tramite lettere o fax, pagare con vaglia o bonifici bancari. La vendita “on line” ha invece reso le procedure semplicissime, e chiunque può ricevere quel che desidera direttamente a casa in pochi giorni. Un normale negozio, che è costretto a rivolgersi al distributore, può invece attendere mesi prima di ottenere – ammesso che ci riesca – un titolo particolare, o anche solo di uscita non recentissima, richiestogli da un cliente, perché i distributori hanno in magazzino solo una minima frazione – quella di più agevole smercio, è ovvio – del loro catalogo.
E oltre al problema dei tempi di reperibilità c’è quello dei prezzi.
E come potrebbe non esserci? Tra spese di spedizione, sdoganamento, IVA, Siae e ricarico tutt’altro che lieve del distributore, un disco arrivava a noi – che logicamente dovevamo aggiungere la nostra percentuale – a una cifra già molto più alta di quella alla quale ce lo si può procurare in Rete, specie negli Stati Uniti. Ma la crisi della forma-negozio, al di là della complessa questione culturale del crollo delle vendite dei dischi, va oltre i nostri confini: è proprio di questi giorni la notizia della chiusura, in tutto il mondo, di novanta megastore della Tower. E tale crisi, almeno nella sua velocissima espansione, è a nostro avviso in gran parte dovuta alle difficoltà nel passaggio del prodotto dal produttore al negoziante, un meccanismo che non è assolutamente in grado di sostenere la folle massa di uscite discografiche resa possibile dal notevole calo delle spese di registrazione e dall’economicità del CD al confronto con il vinile.
Il negozio specializzato, insomma, è condannato a patire: con i dischi cosiddetti indipendenti per la strozzatura di cui sopra, e con i dischi major perché le grandi catene, acquistando molte più copie di quante mai possa comprarne un singolo esercizio, possono strappare trattamenti più vantaggiosi e quindi vendere a prezzi inferiori. A quanto pare, la sola opportunità è quella dei “micro-store” condotti da al massimo un paio di persone e consacrati a ambiti stilistici ben delimitati.
Sì. Le strutture molto ridotte possono ancora funzionare “catturando” la clientela affezionata all’idea del negozio di dischi come luogo dove non circola solo merce ma anche cultura, e raccogliendo produzioni sparse, relative a uno o più generi specifici, a beneficio di chi non ha tempo e voglia di andarsele a cercare presso le singole etichette. Realtà come quelle, in una metropoli ma anche in provincia grazie al mail-order e a Internet, possono ritagliarsi un loro spazio di sopravvivenza, e non a caso anni fa avevamo riflettuto sull’ipotesi di un Disfunzioni Musicali suddiviso in settori, ognuno governato da un socio o un dipendente… ma forse non ci abbiamo creduto abbastanza nemmeno noi, e l’idea è abortita. La resistenza dei “micro-store” è la prova indiretta di quanto dicevamo prima: propongono per lo più dischi di etichette semi-amatoriali che sono fuori dal giro dei distributori e che vendono direttamente – o tramite piccoli grossisti underground – ai pochi negozi sparsi per il mondo che sono interessati alla loro musica. E un’altra prova sta nel fatto che la nostra sezione di jazz e avanguardia, aree pur’esse svincolate dalla distribuzione di tipo convenzionale, riscuoteva grandi consensi… anche se, naturalmente, non in grado di realizzare “numeri” tali da sostenere la nostra attività.
Quando avete avuto la percezione che tutto stava andando a rotoli?
Nel 2000, quando abbiamo chiuso il secondo negozio, quello dell’usato. In tutta onestà, però, credevamo che il processo sarebbe stato più lungo, il disastro vero e proprio si è iniziato ad avvertire circa tre anni fa.
E man mano che vi rendevate conto del tracollo, quali correttivi avere provato ad attuare?
Tutto quello – poco, in verità – che potevamo: ridurre i prezzi all’osso, snellire non senza dolore lo staff, cercare di offrire servizi migliori, valorizzare l’usato nonostante la concorrenza di e-Bay, allestire – con un certo ritardo, dobbiamo ammetterlo: lì abbiamo in effetti peccato di lentezza – il nostro sito… Ma non c’è stato nulla da fare, per via di tutte le insormontabili problematiche delle quali si è discusso e perché il negozio, vista la grandezza, aveva comunque spese fisse assai ingenti cui far fronte, e il ridimensionamento è sempre molto più difficoltoso dell’espansione.
Lo scoramento, più che legittimo, è tanto, ma è anche vero che la vostra esperienza e la vostra competenza sono più uniche che rare. Esiste un margine per la nascita, in futuro, di un nuovo Disfunzioni Musicali, più agile del vecchio e quindi idoneo a portare avanti la sua – perdonatemi l’enfasi romantica – piccola, grande utopia?
Stiamo valutando, ne stiamo parlando tra noi e per il momento ci sono diversità di vedute. C’è anche da dire che quando abbiamo aperto, nel 1981, eravamo molto stimolati dalla straordinaria stagione musicale che si viveva, illuminata dalla new wave, dal punk e da tante splendide avanguardie. Oggi, anche per ragioni anagrafiche, la nostra eventuale ripartenza – nella quale, sia chiaro, non disperiamo – non potrebbe essere sorretta dallo stesso entusiasmo di quella originaria di ventisei anni fa. Ma mai dire mai.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.633 dell’aprile 2007

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Categorie: articoli | Tag: | 16 commenti

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16 pensieri su “Disfunzioni Musicali

  1. donald

    eh beh, un punto di riferimento, io ci passavo molto spesso, ero alla Sapienza e mi tornava molto comodo passarci, ho comprato lì molti dei dischi che ritengo tra i miei preferiti, e conservo un bellissimo ricordo in particolare di uno di loro, non so se fosse un titolare e non ricordo il nome, era toscano comunque, e mi ci sono fatto sempre belle chiacchierate, uno di loro ora lavora da Transmission, se non mi sbaglio

    • kingink27

      Lo ricordo con piacere anch’io, era l’unico con cui poter poter conversare piacevolemte, il resto dei proprietari/commessi non è che brillasse prorpio per “espansività”, dall’attuale proprietario di Transmission (il peggiore) al giornalista di BU.
      Il toscano mi pare i colleghi lo chiamssero “Polpo”.
      Comunque il negozio, imsieme al Mucchio che fu, Velvet, radiorock che fu e stereonotte sono stai fondamentali per la mia formazione musicale.

  2. Anonimo

    Grossetano ….. quando veniva nel fine settimana a casa dei genitori, si fermava a salutarmi e a comprare dischi da me:una persona squisita!

  3. Anonimo

    attraversavo roma in autobus il sabato insieme ai miei compari punk per cercare chicche da disfunzioni.
    E poi tutti a qualche concerto, al garage al circolo degli artisti.
    Adolescenza anni ’90.

  4. tappa fissa di ogni trasferta a roma. per me che arrivavo dalla provincia, veramente un tempio.

  5. Ci andai una sola volta, quindicenne, portato da un amico romano, e uscii con “Give Me Convenience Or Gimme Death” dei Dead Kennedys. A me che venivo dalla provincia musicale e soprattutto discografica, sembrava di stare a San Francisco.
    È un discorso che si potrebbe fare per molti negozi di dischi, ma Disfunzioni Musicali, che era bene o male un simbolo, è un perfetto archetipo del problema della vendibilità dei dischi. Che amarezza, a pensarci.

  6. Country Boy

    Prima che esplodesse internet, è grazie a Disfunzioni Musicali che noi ragazzi di Roma fummo contemporanei dei ragazzi di America! Avemmo a disposizione il copioso ed appetitoso frutto di tantissime labels d’ogni genere, stampatrici di cose vecchie e recenti e nuove… Roma come l’America! Come se noi bambini di Roma avessimo avuto il televisore a colori con il telecomando e tanti canali negli anni 60.

  7. Chango

    Non avrei voluto rileggere quest’articolo. Troppa amarezza. Anche nei commenti in cui mi ritrovo tantissimo. Anzi fa un brutto effetto vedere come il tuo mondo poi non era solo il tuo mondo, per chi ha trent’anni o poco più oggi.
    Mi ricordo che gli scrissi anche un’email, in cui gli dicevo quanto erano stati importanti per la mia formazione musicale e indovinate un pò…..ricevetti anche risposta. A conferma, anche se non ce n’era bisogno, di quali persone umanamente erano e sono convinto siano.
    Ricordo l’ultima settimana prima della chiusura, da una parte una tristezza entrare lì dentro e vedere uno sciacallaggio e il negozio che piano piano si svuotava di tutto, dall’altra vederlo nuovamente pieno come i bei tempi fu una gioia.
    Ancora adesso fatico a passare per via degli etruschi e vedere quelle 4 vetrine, se posso faccio un’altra strada….

  8. Ciao Federico, non sapevo neanche che avesse chiuso (come ho sentito sta chiudendo Sweet Music). Due negozi che, assieme a te, hanno formato la mia crescita musicale. Da Angela a Salsomaggiore ordinavo ogni mese tonnellate di roba, da Disfunzioni ho trovato centinaia di ristampe di vinile che ordinavo in continuazione (la maggior parte tarocchi che però suonavano alla grande)e le volte che sono passato a Roma mi ritrovavo in stazione con almeno un cartone pieno! Che nostalgia mi ha preso 😦

    Ugo

  9. Ivano

    Mi ci porto’ un mio amico,Mario “Dozzina” nel ’93 e ne rimasi come stregato;’ Ho trovato da loro tante “bombe” musicali che custodisco gelosamente come tesoro! davvero non sembrava nemmeno di essere a Roma altro che rete telematica era un totale trasporto metafisico entravo li due,tre ore e chi se ne accorgeva. Mi sentivo veramente a mio agio. Mio Dio che storia. Partivo da Ottavia con il mio scooterino 50 in tangenziale come fosse un rito, per arrivare li nel mio tempio e lasciarlgi anche 400 mila lire a botta,senza mai uno sconto pero’, ma in compenso ti davano la busta in tela bianca e arancione che conservo con cura, che slancio.Alla cassa c’era quasi sempre quello mezzo pelato sempre con le guance rosce. Poi c’era per un periodo il grande Ice One poi il mio amico svarionato Francesco che lavorava all’usato e mi metteva da parte i pezzi, i punk fuori sempre a raccatta’ moneta……una gran bella storia. Il toscano era il piu’ cordiale e pure scherzoso il resto della crew un po’ opachi.
    Oggi a 37 anni vivo a Londra e faccio i miei tour nei negozi sparsi nel centro e altrove come nei ’90 a san lorenzo tra i “due” disfunzioni e poi a One love corner, ma non e’ la stessa cosa,credetemi, questa non e’ casa mia e c’e’ un aridita’ nel vendere il prodotto che mi disgusta e talvolta quasi non mi da piu’ l’emozione di un tempo. Ma che ci voglimo fare la musica e’ l’arte dell inganno. Purtroppo nulla e’ eterno tutto cambia e talvolta bisogna essere bravi nel saper leggere la relta’ e prevedere gli eventi. Disfunzioni, intanto che vi venga
    qualche idea geniale, che Dio vi benedica e per ora vi ringrazio di essere esistiti.

    Ivano M.

    • roberto

      E chi se lo scorda disfunzioni in via dei fa lisci ,erano i primi anni 80 e se volevi ascoltare metal,rigorosamente d importazione,o andavi da disfunzioni o da Revolver a via dei genovesi a Trastevere.Noi,allora giovani metal kids,oggi vecchi babbioni,ci vedevamo il sabato pomeriggio alla stazione termini,biglietteria numerro 1 alle sedici,e poi si partiva alla ricerca di dischi allora introvabili,le mitiche incisioni per la music for nations o la roadrunner i rari bootleg dei Sabbath o dei Priest…Ho continuato a frequentarlo fino alla fine degli anni 90 ,cercando anche altro oltre il metal.Poi quella stagione iniziata nei primi anni 80 e’ cominciata a scemare,RadioRock diventata una qualsiasi radio commerciale ,raistereonotte che termino’ le trasmissioni,ed anche disfunzioni era diventata un altra cosa,inevitabili scelte di mercato per sopravvivere probabilmente.L’estate scorsa passando per San Lorenzo sono casualmente entrato in un negozio di dischi,mi sembra si chiami Trasmision e dietro il bancone ho rivisto”il barba”di disfunzioni.Barba oramai bianca…sembra passata mezz ora ed e’passata na vita

      • Sì, Maurizio ha quel negozio da tanti anni, da quando andò via da Disfunzioni sbattendo anche la porta. È un bel negozio, mi dicono… io non ci sono mai andato, non lo feci quando ci fui la scissione (i titolari di Disfunzioni erano proprio amici-amici, e se qualcuno gli avesse detto che frequentavo il “nemico” si sarebbero di sicuro risentiti) e farlo fuori tempo massimo non mi pareva una buona idea.

  10. Leonardo

    Qui pare si stia parlando ormai di “archeologia”, scavando nei meandri anche della mia memoria… eppure, il 90% di quello che so (e che ho dentro casa) della musica indipendente, lo devo a Disfunzioni Musicali. Gianni e Domenico erano non solo due imprenditori, ma due persone dalla grande cultura (non solo musicale) e dal grande gusto e senso critico. per me, tra i maggiori esperti al mondo (e non scherzo). Disfunzioni non vendeva solo dischi, ma ha sul serio creato e divulgato “cultura”. oggi c’è internet, ma manca il lato umano (oltre al fatto che su internet ognuno può scrivere qualsiasi panzana, magari scopiazzata qua e là. il “barba bianca” è meglio lasciarlo stare, però (e non si capisce come mai) il suo è l’unico negozio di dischi rimasto in Italia che ancora non ha i conti in rosso. ma credo che si tratti solo di pochi anni ancora

  11. Anonimo

    Tutti i commenti li condivido in pieno, anche per me Disfu è stato il mio punto di riferimento, ma devo dire con amarezza che i titolari – ben sapendo che a giorni avrebbero chiuso – mi hanno chiesto Euro 80 di acconto per dei cd di rock psichedelico anni 60/70 che in totale sarebbero costati 160. Vado dopo una settimana per ritirarli e trovo la saracinesca giù e ovviamente i miei soldi non l’ho più rivisti….

    • Alle volte certe brutte decisioni vanno prese drasticamente, e presumo che non ci fosse volontà di fregare chicchessia; di sicuro, purtroppo, altri si saranno trovati nella tua stessa situazione. Io, con il fallimento di una rivista per la quale lavoravo, ho perso seimila euro… i fallimenti sono fallimenti, c’è poco da fare, se ci finisci in mezzo sono dolori più o meno grandi.

  12. Anonimo

    Oggi ho aperto un cartone che da anni,tanti anni stava a casa di mia madre è causa trasloco ho dovuto riprendere.cosa c’era dentro? Il primo Lp in vinile dei Onda Rossa Posse, Decoy di Miles Davis.Zappa,Dischi jazz Blues i primi dischi Rap italiani .Tutti provenienti da quelle mura…

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