Jon Spencer Blues Explosion

Nell’ottobre 1996 il Mucchio era diventato da un mese settimanale e Jon Spencer aveva appena pubblicato Now I Got Worry, l’album che avrebbe portato la Blues Explosion dall’underground a una ben più ampia visibilità. Mi parve sensato buttar giù un “riassunto delle puntate precedenti”, che pubblicai con la mia “identità segreta” Gianluca Picardi. Lo stralcio che indico come “rubato” a un’altra rivista, cioè Rumore, era sempre mio, ma firmato con il mio vero nome.

Spencer foto

Il blues del Terzo Millennio
Jon Spencer non è esattamente un tipo malleabile. Né dal punto di vista caratteriale, come attestato da interviste rare e per lo più sbrigative, né tantomento sotto il profilo delle proposte musicali, da sempre all’insegna della ruvidezza, dell’osticità e dell’estremismo. Proprio grazie a tali sue prerogative, unite a una presenza sul mercato che è eufemistico definire assidua, il signor Spencer è da una buona decina d’anni uno dei più apprezzati cult-hero del rock a stelle e strisce: nella seconda metà degli ‘80 alla guida dei devastanti Pussy Galore e dall’inizio di questo decennio come indiscusso fulcro di quella poderosa macchina da guerra che risponde al nome di Blues Explosion. Questo tralasciando le varie attività parallele, dal ruolo di chitarrista full time nei Boss Hog della moglie Cristina Martinez al lavoro alla console in Don’t Like You dei corrosivi Cheater Slicks, dalle vecchie collaborazioni con Gibson Bros e Honeymoon Killers a quella recentissima con il bluesman R.L. Burnside. Sembra proprio non ci siano dubbi, insomma, sul fatto che Jon Spencer abbia consacrato l’esistenza alla musica, e che l’unico suo interesse – oltre alla consorte che in molti gli invidiano – sia fare a brandelli le tradizioni bianche e (soprattutto) nere del rock’n’roll per ricucirle nelle fattezze di una creatura bizzarra. Di aspetto istintivamente sgradevole, come il ben noto mostro di Frankenstein, ma sotto sotto assai più… diabolica, che credevate?
Rabbia e radici. In un’eventuale graduatoria dei più pericolosi terroristi sonici, i Pussy Galore occuperebbero senza dubbio uno dei gradini più alti: acido, abrasivo, psicotico, sboccato e senza compromessi, l’ensemble di Washington D.C., dal 1986 di stanza nella Grande Mela, ha infatti offerto al pubblico uno dei più ubriacanti cocktail (al vetriolo) mai concepiti, miscelando nello shaker della frustrazione giovanile – senza peraltro rinunciare all’arma non meno potente dell’ironia – i succhi ricavati dalla spremitura di una trentina d’anni di immaginario pop e rock. “Hanno avuto il merito” – le parole le “rubiamo” a un’altra rivista, ma l’autore non dovrebbe aversene a male – “di (re)inventare il cosiddetto lo-fi, di dare il ‘la’ alla riscoperta in chiave garage/punk/noise del blues dei primordi e di restituire al rock newyorkese certa peccaminosa, brutale immediatezza per molto tempo sottrattagli dagli eccessi di sperimentalismi e avanguardismi. Diversamente dal punk convenzionale, teso verso il fun o la denuncia socio-politica, hanno sublimato in puro, fragoroso, esageratissimo (eppure minimale) casino rock le loro incazzature quotidiane, il loro amore per il sesso, la loro voglia di apprendere dalla storia – con Rolling Stones e Stooges come numi tutelari – e contemporaneamente di burlarsi di essa e dei suoi dogmi (una delle loro trovate più geniali consisteva nel chiudere i concerti con un bis di quindici secondi)”. Il che, come è fin troppo facile intuire, si è tradotto in una serie di lavori tanto geniali quanto inascoltabili per chi è solito adagiarsi nella rassicurante prevedibilità del consueto; tra questi, Right Now! del 1987, Dial “M” For Motherfucker del 1989 e Historia de la Musica Rock del 1990 (tutti reperibili su etichetta Caroline), tappe fondamentali di una discografia comprendente anche alcune raccolte di materiale inedito o tratto da EP e una “chicca” solo su cassetta (550 copie), il rifacimento integrale di Exile On Main St. dei Rolling Stones: da non lasciarsi sfuggire, nel caso capitasse di imbattersi nel relativo CD “pirata”.
Apocalypse Blues. La Blues Explosion inizia la sua avventura nel 1990 con l’organico a tre rimasto a tutt’oggi invariato – il leader, voce e chitarra; Judah Bauer, chitarra e armonica; Russell Simins, già negli Honeymoon Killers, batteria – e con ancora nelle orecchie l’eco di Historia de la Musica Rock. Dalla definitiva dissoluzione dei Pussy Galore è trascorso appena un anno, ma molte cose non sono più le stesse: i Boss Hog hanno smesso di essere un divertissement, come sottolineano due dischi targati Amphetamine Reptile (il mini-LP Drinkin’, Lechin’ & Lyin’ del 1989 e l’album Cold Hands del 1990), e Spencer ha ormai compreso che la via della semplicità indicatagli dagli amici Gibson Bros., con i quali allestiva già da tempo proficue session, è per molti aspetti preferibile a quella del caos. L’Esplosione Blues nasce proprio dal desiderio di continuare ad assecondare un’indole aggressiva e iconoclasta (diciamolo con un solo termine: punk) conciliandola con l’urgenza non meno sentita di celebrare le immortali radici della musica nera: blues e rhythm’n’blues ma anche soul e funk, spogliati di ogni orpello e in qualche modo riportati alla loro originaria, cruda essenza.
Nel pieno rispetto di tali dettami, le prime prove discografiche della congrega sono un inno all’istinto e all’improvvisazione più selvaggia: sia Crypt-Style! (1992) che Extra Width (1993), con le relative appendici (per l’esordio, il Jon Spencer Blues Explosion edito in Inghilterra e negli States con una buona metà di brani sostituiti; per il secondo Mo’ Width, antologia di outtake pubblicata solo in Australia), parlano infatti l’idioma di un sound sporco, nervoso e disperato, una sorta di rito catartico del lato buio dell’anima espresso in forma di litanie tribali e laceranti. Qualcosa di attitudinalmente affine, e non solo per l’assenza del basso, al coraggioso discorso di revisione delle tradizioni del rock’n’roll dei Fifties a suo tempo azzardato dai Cramps.
Se i primi due lavori incarnano un’esigenza di espressione non soggetta ad alcun genere di vincolo formale, il successivo Orange (1994) è nettamente più arrangiato e curato. L’idea è quella di far rivivere certe atmosfere anni ‘70, e Spencer – che nel frattempo ha scoperto il theremin, un bizzarro congegno usato per gli effetti sonori di molti vecchi film di fantascienza – getta nel calderone anche archi e scratching. E se già i giudizi sul lavoro sono tutt’altro che concordi (alcuni lo trovano splendido, altri fin troppo fuorviante), a confondere ancor di più le idee giunge di lì a poco Experimental Remixes, un EP dove una manciata delle canzoni di Orange sono affidate al trattamento di imprevedibili alchimisti del suono quali Moby, Genius del Wu-Tang Clan, Beck e Mike D. dei Beastie Boys. Una bella prova di apertura mentale per la band, e un bel rompicapo per il suo pubblico. A riportare l’armonia tra i fan, e a imporre la creatura di Jon Spencer all’attenzione di una platea ben più ampia del solito ha però provveduto il recentissimo Now I Got Worry, che oltre a suggellare il nuovo contratto europeo con la Mute di Daniel Miller rappresenta il capitolo più completo e maturo – il “giusto mezzo”, insomma – della carriera dell’ensemble. Per restare nell’ambito della metafora, il detonatore che permetterà all’Esplosione Blues di farsi udire anche nei più reconditi anfratti del music-biz internazionale: non preoccupiamoci, e tendiamo tutti le orecchie in attesa del botto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996

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Un pensiero su “Jon Spencer Blues Explosion

  1. Grandissimi, sia in studio che dal vivo! Il loro ultimo ‘Freedom Tower – No Wave Dance Party 2015’ suona come se avessero ancora 20 anni, super!

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