Green On Red

Risale a undici anni fa questo articolo sul primo materiale dei Green On Red, ai tempi appena ristampato in CD. Materiale che della band americana rimane senza dubbio il migliore.

Green On Red foto

Discograficamente parlando, dei Green On Red non si sentiva parlare da un bel po’: quasi cinque anni, volendo riferirsi all’ultima uscita effettiva (la raccolta di inediti del periodo 1980-1987 Archives Vol.1) e poco più di dodici rispetto al Too Much Fun che nel 1992 concluse (in modo non molto glorioso, in verità) la carriera della band statunitense. Band che, assieme ai Dream Syndicate di Steve Wynn e ai Long Ryders di Sid Griffin, costituisce la massima espressione di quel “movimento” fiorito negli anni ‘80 nell’area losangelina e passato alla storia come Paisley Underground. Un silenzio strano, specie considerando che almeno due suoi componenti – il chitarrista Chuck Prophet e il tastierista Chris Cacavas – proseguono una regolare e proficua attività sotterranea, e che il periodo più significativo del gruppo – quello degli esordi – non era in pratica documentato in CD: l’unica ristampa digitale finora posta in commercio, ormai totalmente irreperibile, era infatti quella che univa il secondo mini e il secondo album, realizzata nel lontano 1992 dalla piccola etichetta inglese Mau Mau.
A colmare la grave lacuna storico-artistica hanno adesso provveduto due pubblicazioni quasi contemporanee: una curata dalla Wounded Bird di New York, che ha reso finalmente disponibile il primo 33 giri Gravity Talks del 1983, e l’altra sponsorizzata dalla Ryko, che ha ri-riproposto il secondo LP Gas Food Lodging del 1985 con il mini Green On Red del 1982. Entrambi i compact, come da consuetudine, sono impreziositi da alcuni bonus:la Alice precedentemente apparsa solo nell’edizione cassetta dell’album per Gravity Talks, una differente versione di Sixteen Ways (già nella compilation The Enigma Variations) e la title track, all’epoca esclusa dalla scaletta ma di lì a poco recuperata in un 7 pollici olandese e un 10 pollici americano, per Gas Food Lodging. Oggi come oggi, insomma, l’unico tassello mancante dei primi cinque anni di vita dell’ensemble è l’omonimo mini-LP di debutto del 1981 (vinile rosso con etichetta verde) contenente cinque brani; il fatto che l’opera sia stata sostanzialmente ripudiata dai suoi titolari, e che il succitato Archives Vol.1 ne contenga un unico estratto (La vida muerta), rende improbabile l’ipotesi di una ristampa, per il disappunto di estimatori e archivisti e la gioia dei più egoisti tra i possessori di una delle sue cinquecento copie di tiratura.
Questo per quanto concerne gli aridi dati. Ben più avvincente è invece il discorso sulla musica racchiusa nei due CD, che senza nulla voler togliere ad altri lavori successivi è in assoluto la migliore mai elaborata dalla formazione di Tucson, Arizona, ma quasi subito naturalizzata californiana. Inciso con l’iniziale organico a quattro comprendente il leader – purtroppo “desaparecido” dalla metà dei ‘90 – Dan Stuart (chitarra, voce), Chris Cacavas (tastiere), Jack Waterson (basso) e Alex MacNicol (batteria), prodotto dal mitico Chris D. dei Flesh Eaters e marchiato dalla Slash, Gravity Talks è forse il più bell’album dei Green On Red: canzoni che attingono in egual misura dalla psichedelia e dal folk, intrecciando fascinosissime trame di roots-rock visionario che hanno come principali elementi distintivi la voce nasale e sofferta di Stuart e l’organo insinuante – tra Al Kooper e Ray Manzarek – di Cacavas, con apici quali 5 Easy Pieces, Snake Bit, Abigail’s Ghost e Cheap Wine. Lo stile è analogo a quello presentato un anno prima nel mini senza titolo edito dalla Down There di Steve Wynn, nel quale brillano altre gemme come Death And Angels, Black Night e Aspirin: sette tracce che sono state ora restituite al mercato assieme a quelle del sempre validissimo Gas Food Lodging, che vide per la prima volta la luce nel 1985 con il logo della Enigma e che fotografa una band – ampliata dall’arrivo del chitarrista di San Francisco Chuck Prophet – più matura e consapevole dei propri mezzi. In console siede il futuro Dream Syndicate Paul B. Cutler e il suono ha perso qualcosa della ruvidezza “garagista” e delle fragranze lisergiche delle origini, guadagnando però in quella classicità destinata col tempo a divenire dominante; classicità rock’n’roll, come nella splendidamente sguaiata Hair Of The Dog che accenna il taglio alla Rolling Stones di vari pezzi ancora da venire, e classicità folk, come nella riuscita rilettura (un Neil Young accompagnato dalla Band?) di We Shall Overcome, ma anche country-rock (Black River), psichedelia “epica” di sapore Dream Syndicate (la magnifica Sea Of Cortez), e magico crossover di tutte le influenze in quella avvolgente Sixteen Ways unanimemente iscritta tra le pietre miliari del quintetto. Il tutto immerso in atmosfere da road-movie, con le storie di (stra)ordinario disagio di Stuart a conferire all’insieme un aspetto ancor più intrigante.
Benché il rock cosiddetto moderno sembri muoversi lungo altri binari, non è azzardato sbilanciarsi affermando che il romanzo musicale scritto dai Green On Red – interpretazione romantica ma anche spietata di un’America dove i sogni fanno in fretta a trasformarsi in incubi – meriti ancora di essere frequentato. Più che mai, come si è accennato, attraverso questi due (tre) ottimi dischi, opportunamente restituiti al culto di vecchie e giovani generazioni di appassionati. Come si è soliti dire in questi casi, meglio tardi che mai.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.521 del 18 febbraio 2003

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Categorie: articoli | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Green On Red

  1. Visionary

    Che gran bel salto nel passato. Quanto ho amato quei dischi, ai quali mi permetto di accomunare quel “No Free Lunch” che di certo non sfigura al confronto.

  2. Tore1960

    Riguardo i Green On Red sono rimasto sempre stupito della non considerazione (quando va bene) di The Killer Inside Me. Il brutto anatroccolo della discografia del gruppo che, contrariamente ad album di altre discografie rivalutati a posteriori, ha conservato la sua triste fama. Per quel che mi riguarda è il primo album ascoltato dei Green On Red ed è quello che mi li ha fatti innamorare.

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