Wilt

Ormai un bel po’ di anni fa, quando il Mucchio era settimanale, capitava spesso di intervistare nuove band straniere in apparenza promettenti: si selezionava parecchio, questo è ovvio, ma ciononostante parecchie di esse portano oggi a dire, leggendone il nome, “chi?”. I Wilt scomparvero dalle scene non molto dopo la pubblicazione del loro secondo album My Medicine, che mi spinse a organizzare questa chiacchierata telefonica.

Wilt copMy Medicine (Mushroom)
Qualcuno li ha etichettati “i R.E.M. celtici”, e al di là dell’eccessivo trionfalismo non ci sentiamo di dargli torto: nonostante la maggiore ruvidezza e corposità del suono, è infatti impossibile non riscontrare in brani come Understand o la title-track (solo per citarne un paio dei tanti) l’inconfondibile impronta folk di Michael Stipe e compagni. Ciò che la (riduttiva) definizione non può lasciar trasparire, però, è che questo secondo album del quartetto irlandese – a seguire il poco propagandato Bastinado del 2000 – è uno dei dischi pop’n’roll più freschi, dinamici ed eccitanti prodotti negli ultimi mesi da una band originaria delle isole britanniche: nonostante la scelta di una formula espressiva decisamente semplice e i riferimenti più che espliciti (oltre ai R.E.M. viene da pensare ai Foo Fighters, e per l’iniziale, frizzante Distortion persino ai Pixies), Cormac Battle e soci sanno infatti comporre e interpretare canzoni di notevole impatto fisico e/o melodico, costruite su ritmi (quasi) sempre incalzanti, chitarre elettriche vigorose – ma anche acustiche carezzevoli – e canto incisivo a dispetto di una personalità non proprio esuberante, dalle quali è bello lasciarsi trasportare senza troppi pensieri.
It’s only rock’n’roll but I like it? Il solito vecchio (ma non obsoleto) motto di rollingstonesiana memoria è senza dubbio adattissimo per questi undici pezzi ricchi di brio e prodighi di buone vibrazioni, che anche dopo ripetuti ascolti riescono a non stancare. Non sarà una panacea, la medicina dei Wilt, ma è sicuramente in grado di curare almeno malumore, sonnolenza e scoglionamento. Vi pare poco?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 9 luglio 2002

Wilt fotoBuona medicina
Molti non li avranno neppure sentiti nominare, ma i Wilt non sono proprio dei novellini: sono tutti quasi trentenni e due di loro – il leader Cormac Battle, chitarra e voce, e il batterista Darragh Butler – vantano un passato in quei Kerbdog che verso la metà dei ‘90 pubblicarono per la Vertigo/Universal due album (Totally Switched e On The Turn) per poi dissolversi senza che l’etichetta potesse recuperare il suo pesante investimento. E anche My Medicine, il disco dei Wilt da poco uscito su Mushroom, non è il debutto del power-trio irlandese (il cui organico è completato dal bassista Mick Murphy), bensì il seguito di un altro album, Bastinado, edito senza grandi clamori nel 2000. Dopo un primo tentativo di contatto andato a vuoto per problemi di linee telefoniche, riusciamo a raggiungere Cormac a casa sua: la voce dall’altra parte del filo dice chiaramente di un ragazzo simpatico e convinto dei propri mezzi, che vuole farsi strada alle sue condizioni, senza più pensare al treno perso anni orsono ma determinato a non scendere da quello sul quale è da poco salito.
Cosa ne dici della definizione “celtic R.E.M.” affibbiatavi dalla stampa musicale britannica?
È divertente, ma c’è un fondo di verità: tutti e tre siamo fan dei R.E.M. da quando eravamo ragazzini, e quindi la cosa ci lusinga. Di sicuro ci piacerebbe meno essere accostati agli Slipkot o ad altri gruppi di quel tipo.
E come vedi questo volervi collocare all’interno di una ipotetica nuova scena “emo”?
In effetti, oltre che “celtic R.E.M.” ci hanno anche classificati come “emo-R.E.M.”. Non so, non sono in grado di fare obiezioni: fino a tre mesi fa, la parola “emo” mi era sconosciuta. Immagino che queste etichette servano a dare al pubblico una vaga idea del nostro sound, e quindi non ho problemi. Almeno finché i paragoni sono più o meno pertinenti.
In generale, comunque, il vostro stile sembra risentire di forti influenze anni ‘80, specialmente gli ultimi anni ‘80. Sei d’accordo?
Si sa che la musica che ti rimane maggiormente nel cuore è quella che si ascolta quando si hanno sedici o diciassette anni, e quindi è normale che nelle nostre canzoni ci siano precisi segni di quell’epoca. Personalmente ero molto colpito dall’indie-rock americano, da gente come Sonic Youth, Hüsker Dü, R.E.M., Dinosaur Jr., ma mi piacevano anche certe formazioni inglesi innamorate del noise chitarristico.
E con cosa ritenete di arricchire questa tradizione della quale vi sentite parte?
Non so… ovviamente siamo irlandesi, e benché il nostro suono non abbia nulla in comune con quello delle Corrs attinge per forza qualcosa dalle tradizioni della nostra terra. In sostanza, quel che vogliamo è dare una sorta di interpretazione attuale di una serie di ricordi che sono molto vividi nella nostra memoria. È lo stesso obiettivo di tanti altri, ma la mia impressione è che oggi circolino un mucchio di band “piatte”, che non corrono alcun rischio e che suonano solo per mantenere il loro tenore di vita, basso o alto che sia. Noi siamo sinceri e onesti in quel che facciamo, forse anche perché non abbiamo nulla da perdere.
In cosa consiste il vostro “correre rischi”?
Appunto, nell’essere onesti. Nel seguire la nostra indole non curandoci del fatto che i nostri pezzi non rientrano nel cliché dell’ultimo trend o magari sono troppo rumorosi per essere trasmessi alla radio. So che è un paradosso, ma oggi come oggi proporsi in modo autentico dal punto di vista musicale può essere molto pericoloso per la propria carriera.
Su questi pericoli tu sai abbastanza ferrato, visto com’è finita la tua precedente esperienza con i Kerbdog.
Sì, ma in quel caso la situazione era molto diversa: eravamo giovani e ingenui, non ci rendevamo conto di quello che stavamo facendo. Adesso, nonostante mi sia stata in pratica regalata una seconda possibilità, ho un approccio molto più concreto e realistico, anche se ciò non significa che sia disposto a scendere a compromessi: ora ho il controllo dell’intera situazione e sono preparato all’eventualità che ciò che ho ottenuto sparisca da un momento all’altro, mentre cinque anni fa, chiusa la storia Kerbdog, mi sentivo come se il mondo mi fosse caduto addosso.
Ricominciare a suonare è stato difficile?
Lo è stato di più decidere di voler rientrare nell’ambiente con una band professionale e un contratto discografico. Mi sono deciso quando mi sono reso conto del fatto che se non avessi colto l’occasione che mi veniva offerta probabilmente lo avrei rimpianto per sempre. La cosa più bella è stata riscoprirmi creativo, una sensazione che per un paio d’anni non avevo più provato.
I Wilt, insomma, sono nati per hobby, e sono diventati un lavoro solo in un secondo tempo.
Esattamente. Quando abbiamo iniziato io frequentavo l’università e i miei compagni avevano un lavoro… a far partire tutto su basi serie è stato il nostro primo singolo per la Discordant, quello con la prima versione di No Worries: ci ha reso solo cinquanta sterline, ma è servito a stabilire il contatto con la Mushroom.
Rispetto alla prima, in questa tua “seconda vita” quali errori non vuoi ripetere?
Non aspettarmi più di tanto dal mondo della musica, nel quale i meriti hanno un peso relativo e dove chi suona è sostanzialmente nelle mani di altre persone spinte da finalità di tutt’altro genere. Poi ho capito che ciò che conta per un musicista è realizzare dischi di valore, dischi di cui le gente si innamora e che continua ad amare per anni e anni.
Parlando di dischi, quali sono le principali differenze tra Bastinado e il nuovo My Medicine?
Il primo album è stato inciso in cinque giorni a Dublino, in uno studio economico: è un disco realizzato con molta freschezza ma anche in modo semplice e frettoloso. Per My Medicine, invece, abbiamo potuto contare su un budget più imponente, e quindi su una situazione migliore sia sotto il profilo tecnico che per quanto riguarda il tempo a disposizione. Inoltre avevamo un produttore, Dave Eringa (noto soprattutto per il suo lavoro con i Manic Street Preachers, NdI), che è divenuto una specie di quarto membro dell’ensemble e ci ha aiutati a rendere il tutto più definito. Rispetto al precedente si è trattato di un enorme passo avanti: Bastinado ha solo una sua immagine d’insieme, mentre in My Medicine c’è una maggiore varietà e ogni pezzo sta perfettamente in piedi da sè.
Ho l’impressione che dal vivo, però, siate molto più punk.
Sì, è così. Sarà pure banale, ma sul palco vogliamo che le nostre canzoni abbiano un’energia maggiore di quella per forza di cose “compressa” delle incisioni di studio. Cerchiamo di essere più rock che mai, perché crediamo che così lo spettacolo sia più eccitante per tutti coloro che vi prendono parte, noi compresi.
E cosa puoi dirmi, invece, dei tuoi testi?
Ho ventinove anni e dunque ho accumulato tante esperienze, alcune delle quali decisamente negative. Ho sofferto di crisi depressive e ho dovuto assumere farmaci, e questo mi ha notevolmente influenzato: molti miei testi sono collegati alla paura delle malattie mentali che colpiscono sempre più persone, a causa delle pressioni imposte dalla vita moderna e dell’aver tutti più o meno perso di vista le cose che contano sul serio come l’amicizia o il senso di appartenenza a una comunità per privilegiare false esigenze materiali.
La situazione è così drammatica anche in Irlanda, dove fino a pochi anni fa si respirava un’aria diversa dal resto d’Europa?
Ciò che scrivo è figlio del mio personale vissuto, e da qualche tempo la mia terra si è adeguata al resto del mondo. È un effetto della cosiddetta globalizzazione, legato alla nostra società capitalistica: non dico che il capitalismo non abbia i suoi aspetti positivi, ma non è possibile che ogni sua azione debba essere in qualche modo connessa a logiche di profitto. Si dovrebbe trovare un equilibrio.
Prima hai accennato all’appartenenza a una comunità: un qualcosa che sta morendo in questi giorni di crescente omologazione (sotto)culturale.
Certo. Per fare un esempio stupido, un pub di Dublino è uguale a uno di Stoccolma, Roma o Berlino perché la globalizzazione sta cancellando le differenze tra i popoli. Non ne faccio una questione di nazionalismo, odio quella roba, ma mi piacerebbe un mondo nel quale ci fosse spazio per più identità, distinte ma in armonia fra loro.
L’essere irlandesi ha in qualche modo favorito la vostra affermazione negli ambienti musicali britannici?
Sai una cosa buffa? Non appena una band irlandese inizia a riscuotere consensi in Gran Bretagna, la stampa di lì la “adotta” subito: gli U2 o i Cranberries vengono ormai considerati inglesi, e questo è assurdo. Non so se la nostra nazionalità ci abbia favoriti, nel senso che qualcuno possa magari averci trovati “esotici” e quindi più interessanti della millesima band di Londra o di Manchester, ma in ogni caso non mi interessa: i Wilt sono irlandesi, vivono in Irlanda e vogliono essere considerati irlandesi, con tutto ciò che questo può comportare. Nel bene e nel male.
Il rock irlandese è sempre alla ricerca dei “nuovi U2”?
Apparentemente, no: forse la delusione dei troppi presunti “nuovi U2” che non sono diventati tali ha cambiato le strategie. Ora, da noi, si assiste a un frenetico moltiplicarsi di piccole etichette e di autoproduzioni: è tutto piuttosto eterogeneo e frammentario e dunque non sarebbe corretto parlare di una “scena”, ma di sicuro la situazione è stimolante.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.497 del 30 luglio 2002

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Wilt

  1. Mai sentiti nominare, ma ho messo su il disco su spotify e mi sono reso conto di conoscere Distortion a memoria! Si vede che all’epoca girava frequente in radio. Ad un primo ascolto non male il disco comunque, se lo trovo in offerta lo prendo.

  2. ad un primo ascolto superficiale per me Kerbdog > Wilt
    “Di sicuro ci piacerebbe meno essere accostati agli Slipkot o ad altri gruppi di quel tipo.”
    A chi non farebbe più piacere essere accostati ai R.E.M.?! Io gli Slipknot li ricordo con le orecchie della giovinezza e saranno secoli che non li ascolto – e non mi mancano – ma baracconate, mascherate e idiozie a parte erano poi così male?

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