Francesco Renga

Ho incrociato molte volte Francesco Renga all’epoca della sua lunga militanza nei Timoria, e quindi ritenni doveroso – ma non ne ero certo dispiaciuto, anzi – di occuparmi dei primi passi di una carriera solistica che si sarebbe indirizzata sempre più verso il pop in senso mainstream, benché di qualità. La recensione del suo debutto e l’intervista che le fece seguito un paio di mesi dopo furono il mio contributo al lancio del cantante.

Renga copFrancesco Renga (Universal)
Caduto in piedi / sono pronto a cominciare da qui”: con queste parole, da considerare come un conciso ma eloquente manifesto programmatico, si apre il primo album “solo” di Francesco Renga, di cui il singolo Affogo, Baby aveva qualche mese fa offerto, pur con i limiti imposti dall’esigenza di conquistare spazi radiofonici, una promettente anticipazione. Di quel biglietto da visita, Francesco Renga presenta le medesime caratteristiche: la freschezza melodica, la capacità di esaltare le qualità canore del trentaduenne ex frontman dei Timoria senza peraltro avvilire le trame musicali in un ruolo secondario, il desiderio di correre senza paura sul confine che separa il rock dal pop, il bisogno di dichiarare un carattere – “artistico” a 360° più che semplicemente interpretativo – che nei Timoria risultava soffocata dalle logiche di band e dalla esuberante personalità di Omar Pedrini.
Certo, Francesco Renga è il disco di un cantante e non di un musicista nel senso convenzionale del termine, anche se i contributi importanti di almeno due figure di primo piano – il produttore Fabrizio Barbacci e il chitarrista e co-autore Max Cottafavi – riescono a conferire la necessaria coerenza a un insieme caratterizzato da un innegabile eclettismo di ispirazione; oltre che dalla voce, che ha in parte accantonato l’enfasi e il piglio melodrammatico dei Timoria a favore di un’esposizione più diretta (in linea con l’approccio delle liriche, tutt’altro che ermetico o verboso), i dodici episodi sono così legati assieme da una classe cristallina e da un notevole buon gusto nel mediare l’energia di un rock tendenzialmente epico con l’immediatezza di un pop raffinato ma non ridondante. E quel che ne deriva è quindi un album di belle canzoni, adeguatamente personalizzate dall’ugola d’oro di Francesco – che risulterebbe carismatico anche se intonasse l’elenco del telefono – e marchiate a fuoco da un’insopprimibile bramosia di libertà. Da catalogare comunque alla voce “rock italiano”, anche se nel settore di coloro che hanno rinunciato agli estremismi e si esprimono con i modi più sobri e pacati ma sempre autorevoli della maturità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.391 del 4 aprile 2000

Ricomincio da me
Il tour promozionale di Eta Beta, A.D. 1997, aveva concluso in modo non indolore il rapporto tra i Timoria e Francesco Renga, il cantante che con la sua presenza scenica e la sua splendida voce aveva contribuito in modo determinante alle fortune della band bresciana guidata con mano (forse anche troppo ferma) dal chitarrista Omar Pedrini. Qualche mese dopo il promettente esordio solistico con il CD-singolo Affogo, Baby, Francesco è ora tornato con un album omonimo che lo (ri)propone come outsider di lusso nell’ambito di quel “rock italiano” abituato a stringere rapporti anche molto intimi con il pop; e proprio il disco è stato ovviamente il primo argomento affrontato nei tre quarti d’ora di colloquio consumati in un clima piacevolmente informale e con il gradito optional di una voluminosa coppa di fragole.

* * *

È felice, Francesco Renga: lo si capisce dall’ampio sorriso che quasi illumina il corridoio lungo il quale mi viene incontro nella sede romana della Universal. Ed è anche in gran forma, più magro rispetto ai giorni dei Timoria e con indosso un paio di pantaloni serpentati che sebbene assai appariscenti gli conferiscono un’aria da rockstar e non – come accade a chi è privo del physique du rôle – da tamarro con velleità trasgressive. La sua credibilità, comunque, non lo salva da qualche bonaria presa per il culo da parte del sottoscritto, prima che i nostri rispettivi doveri (promozionali da una parte, giornalistici dall’altra) ci mettano a sedere con in mezzo un registratore acceso. Logico che la chiacchierata inizi da Francesco Renga e dal prolungarsi dei suoi tempi di preparazione ben oltre i limiti in origine previsti. “Il ritardo è stato in parte dovuto agli impegni di Fabrizio Barbacci, il mio produttore, ma aspettarlo è stata la cosa più giusta: il suo lavoro è stato efficacissimo, fondamentale per dare al disco un carattere deciso e personale. Volevo un album proprio così, che puntasse sulle canzoni e su una vocalità sempre riconoscibile ma che possedesse questo genere di impatto, e l’obiettivo è stato raggiunto in tempi anche brevi: meno di due mesi, anche se devo ammettere che in precedenza Fabrizio e io ci eravamo abbondantemente chiariti le idee su quanto sviluppare. In studio le strutture dei pezzi erano già definite e le modifiche si sono limitate a pur importanti questioni di dettaglio, con l’eccezione di Favole che è co-firmato con lui perché i suoi interventi sono stati più decisi. Mi riconosco pienamente nel risultato e non cambierei nulla, anche se mi sarebbe piaciuto avere a disposizione qualche lira in più per potermi permettere solo archi veri e non campionati. Comunque, trattandosi in pratica di un esordio, è ovvio che i mezzi fossero limitati al confronto con quelli degli ultimi Timoria”.
Come Piero Pelù, ma per fortuna con altri esiti, Francesco si è trovato a improvvisarsi compositore, ruolo che nei Timoria gli era stato quasi sempre precluso. Alla domanda senz’altro legittima di come sia possibile “inventarsi” da un giorno all’altro autore, il buon Renga risponde senza riuscire a mascherare il proprio genuino stupore per la facilità con cui ha costruito il suo nuovo repertorio, peraltro riconoscendo i meriti di quanti lo hanno aiutato a superare gli ostacoli. “I pezzi sono venuti fuori quasi da soli: probabilmente, anche se non lo sapevo, erano da qualche parte dentro di me. Il difficile è stato cantarli: i testi sono sostanzialmente autobiografici – non avrei mai potuto evitarlo, specie in questo momento, per una mia esigenza personale di capire cosa sono diventato e spiegarmi con me stesso – e mettermi a nudo mi provocava un certo disagio perché non ero abituato a raccontare situazioni emozionali mie. In questi brani ci sono cose molto intime… spesso ho dovuto cambiare qualche parola o eliminare frasi troppo dirette, per una sorta di pudore. Tutto è nato dal mio eremitaggio in una valle presso Bergamo, è stato lì che ho capito che potevo farcela, perché fino a quel momento non ne ero affatto sicuro: come sai non sono un musicista e con i Timoria ho scritto pochissimo, in parte per pigrizia e in parte per non dover discutere con Omar. Qui ho composto con la voce, appuntando le melodie grazie a una tastiera che suonavo con due dita; quando si è trattato di trascrivere e armonizzare sono intervenuti, a seconda dei casi, Max Cottafavi o Maurizio Zappatini”.
Canzoni sostenute da una forte spinta interiore: questa l’impressione ricevuta all’ascolto e questo il concetto che ho voluto sottolineare intitolando la recensione “Spirito liberato”. Un concetto che Francesco condivide al 100%. “Come giustamente hai detto tu, si è trattato di una liberazione. Con tutta probabilità, se non mi avessero ‘gentilmente invitato’ a lasciare i Timoria non mi sarebbe mai venuto in mente di realizzare un mio disco e quest’album non avrebbe visto la luce. Il crollo e il sentire la terra franarmi sotto i piedi hanno generato l’impellenza di esprimermi e mi hanno anche fatto capire che in un certo senso mi ero mascherato per anni dietro qualcosa che non mi rappresentava fino in fondo”. La frase suona un po’ come un accenno di abiura: che anche Renga, seppure in ritardo, voglia seguire la strada tracciata da Pelù e Ferretti e ricoprire di merda il passato? Neanche il tempo di accennare un “però…” e l’auspicato chiarimento si imprime sul nastro magnetico. “I Timoria rimangono un’esperienza assolutamente imprescindibile sul piano umano oltre che artistico, e al di là dei problemi sorti tra me e Omar non potrei rinnegarla né parlarne male: non solo perché così facendo parlerei male di me stesso, ma anche per rispetto nei confronti del pubblico che ha creduto in quella storia. Sono contento di aver trascorso questi due anni in silenzio, non cedendo all’emotività e non rilasciando dichiarazioni delle quali mi sarei di sicuro pentito. Sono stato zitto quando dall’altra parte si affermavano cose false che mi davano fastidio o addirittura mi facevano male, e continuerò a stare zitto. Comunque gli equilibri all’interno della band erano quelli che erano e sarebbe stato impossibile smantellarli: il primo passo, quello di cacciarmi, ha cominciato a sgretolare tutto il castello. I Timoria sono un giocattolo di Omar e continueranno ad esserlo, come dimostra il fatto che anche Sasha, il nuovo cantante, mi ha detto di essere già stato allontanato”.
Non è polemico, il tono di Francesco. Un po’ amaro, semmai, anche se precisa che “ai trascorsi nei Timoria non pensa quasi più” e asserisce che “c’è ancora gente che, non avendomi mai sentito parlare quando facevo parte del gruppo, pensa che io sia una specie di idiota”. Lo capisco, anche perché ricordo bene una volta che, dopo aver intervistato Omar e gli altri per Il Mucchio, feci lo stesso con Francesco per Rumore e il chitarrista mi telefonò “sgridandomi” per non averlo reso partecipe della mia innocentissima iniziativa. “Però, dopo tanti anni – aggiunge Renga – era forse normale che le nostre strade si separassero, come è accaduto all’interno dei Litfiba e dei CSI: magari è finita un’era e il rock italiano ‘storico’, quello nato negli anni ‘80, si sta evolvendo in qualcosa di diverso”.
Al nome Litfiba, chiedo al mio interlucutore se la notizia che lo scorso anno lo voleva in procinto di sostituire Piero fosse una panzana, e la risposta è quella che già conoscevo: “Posso giurarti che nessuno, Ghigo o l’IRA, mi ha mai chiesto nulla, e non credo nemmeno che ci siano stati contatti tra case discografiche”. Così il discorso si sposta sulla mancata partecipazione al Festival di Sanremo. “A disco già finito, la Universal mi ha proposto di presentarmi con Ancora di lei, la ballatona dell’album. Dovevo essere nei Big anche se le famose 100.000 copie le avevo vendute con i Timoria e non come solista, e so per certo che ero stato scelto. Poi, all’ultimo secondo, la mia candidatura è stata ritirata a vantaggio di qualcun altro: sai, i soliti giochi di potere. Sono molto fatalista e non me la sono presa più di tanto, anche se la presenza al Festival mi avrebbe facilitato a livello promozionale. Comunque dopo quattro mesi Affogo, Baby sta ancora andando bene nelle radio: capita di rado che un pezzo abbia vita così lunga, e mi consolo pensando che Ancora di lei gliela avrebbe accorciata”.
Ammesso che sia andata davvero così, non c’è da stupirsi che Francesco sia stato “segato” dalla sua stessa etichetta: lui, esordiente ed ex PolyGram, alla Universal non doveva certo godere di grandi appoggi. “Ho registrato il disco quando la mia casa discografica era nel marasma” – ricorda – ”e quindi sono stato quasi abbandonato in Toscana con la band e Fabrizio senza ricevere visite da nessuno, neppure di cortesia”. Ed è stato pure fortunato, il Nostro: vista la rivoluzione del personale, poteva anche capitargli di entrare in sede e sentirsi domandare “E tu chi sei?”. In ogni caso, non è andata in questo modo: l’album è uscito ed ha anche raccolto discreti consensi. “Ho avuto ottime recensioni e credo che quanti hanno scritto bene del disco lo abbiano fatto solo per i suoi contenuti, dato che non vanto crediti con chicchessia. Anche le reazioni del pubblico dei Timoria, che è il mio naturale bacino d’utenza, sono state più che buone, e le prime ventimila copie (quelle con il libretto tipo “campionario di tessuti, NdI) sono andate presto esaurite. Inoltre, sono contento per le prime reazioni ai concerti, il gruppo che mi accompagna è davvero ottima: gli episodi sono simili all’album, seppure con più energia, e interpreto anche alcuni brani dei Timoria ai quali sono particolarmente legato come Sangue impazzito e Senza vento. All’inizio l’idea non mi piaceva, soprattutto considerando che loro sono ancora in giro, ma poi mi sono convinto: sia perché la gente se lo aspetta e sia perché sarebbe assurdo impinguare il repertorio con cover di qualcun altro quando ho comunque a disposizione un vasto parco di pezzi che per certi versi sono miei”.
Si chiude con un argomento un po’ spinoso, quello della collocazione sul mercato di un album sospeso tra rock e pop, ma Francesco non si scompone. “Volevo fare un album di canzoni, quelle canzoni che mi erano mancate negli ultimi tempi con i Timoria. Però mi sento perfettamente a mio agio nei panni del rocker, non sarei mai riuscito a presentarmi sul mercato con una classica produzione pop all’italiana: per me sarebbe stato molto più facile farmi scrivere le canzoni da qualcuno più esperto, ma sarei risultato ridicolo e la gente se ne sarebbe accorta”. Un ragazzo onesto, Francesco Renga. E, a quanto si è verificato, in grado di camminare con le sue gambe. Faccia ammenda, chi lo ha sempre ritenuto solo una pur bellissima voce.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.400 del 6 giugno 2000

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