Perturbazione

Incredibile ma vero, il mio archivio dice che non ho mai intervistato i Perturbazione. Li ho però recensiti varie volte, anche se – e questo mi ha sorpreso abbastanza: la memoria gioca brutti scherzi – non sempre in termini estremamente positivi: in particolare, non mi sono ritrovato nel commento pieno di dubbi dato in tempo reale a In circolo, nel quale sono persino riuscito a non citare Agosto. Comunque sia, ecco (quasi) tutto quello che ho scritto della band torinese.

Perturbazione cop 1Corridors (Freedom Of Choice)
Da Rivoli, Torino, ci giunge il singolo d’esordio dei Perturbazione: caratterizzato da una singolare veste grafica, include Corridors e A Huge Mistake, due lunghi brani all’insegna di un pop-folk ipnotico e avvolgente alla cui originalità contribuisce in modo determinante l’uso del violoncello.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.221 del giugno 1996

 

Perturbazione cop 2Waiting To Happen (On/Off)
Ne escono davvero pochi, di album così intensi e seducenti: non solo all’interno dei confini nostrani, ma anche nel ben più ampio contesto internazionale. Il motivo? Forse perché, al di là della presenza o dell’assenza di talento, i musicisti che prestano attenzione (minore o maggiore, fa lo stesso) agli orientamenti del mercato sono sempre più numerosi di quelli che si accontentano di seguire gli istinti e gli umori delle loro anime. Abilissimi alchimisti del sentimento, i torinesi Perturbazione – dei quali alcuni ricorderanno il bel 45 giri d’esordio datato 1996 – danno vita ad un folk-rock elettroacustico di scuola americana che ammalia con le sue trame morbide ed evocative, le sue atmosfere sognanti e malinconiche, il suo canto lamentoso, la sua capacità di allestire non solo melodie tanto tenui quanto ricche di pathos ma anche aperture “devianti” di non comune forza espressiva. Dodici brani dai titoli visionari (più una traccia fantasma), tutti tranne uno cantati in inglese, i cui intrecci di ritmi, chitarra, violoncello e voci posseggono la rara capacità di parlare al cuore: se ritenete che quest’ultimo non abbia bisogno d’altro che del sangue, lasciate pure che i Perturbazione rimangano tra gli invenduti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.308 del 2 giugno 1998

 

Perturbazione cop 336 (Beware!)
Come i lettori più attenti ben sanno, non è la prima volta che ci occupiamo dei Perturbazione. Lo abbiamo fatto (almeno) nel n.221 recensendo il 45 giri d’esordio, nel 308 ripetendo l’operazione per il primo album Waiting To Happen, nel 313 con un’intervista e con la copertina del nostro inserto, nel n.333 all’interno dell’articolo sulle migliori produzioni italiane del 1998; un rapporto, insomma, più che consolidato, come prova anche il fatto che il già citato CD ha sfiorato la vittoria del “Premio Fuori dal Mucchio” cogliendo alla fine una onorevole seconda piazza. Aveva lasciato un piccolo dubbio, Waiting To Happen, non chiarito ma accentuato dal solo brano – Happy New Age – che presenta liriche in italiano invece che in inglese: cosa sarebbe accaduto, cioé, nel caso di una più decisa conversione del gruppo all’idioma nazionale? La sua musica, così tenue, fascinosa e intrigante, avrebbe guadagnato o perso dal cambio di heart con cuore, di tomorrow con domani, di life con vita e di tears con lacrime? Agli interrogativi risponde ora con un inequivocabile “non è cambiato nulla” questo nuovissimo 36, mini-CD la cui scaletta di cinque episodi (ai quali si aggiunge un breve frammento) è all’80% cantata nella nostra lingua: un disco alla cui intensità sonora ed emotiva fanno da contraltare il messaggio (auto)ironico della copertina a forma di scatola da pizza (con tanto di libretto pseudo-tovagliolo) e quello più criptico e “romantico” del titolo, visto che 36 è non solo il risultato della semplice equazione 6 (componenti) x 6 (pezzi) ma anche la sigla dell’autobus che unisce Rivoli – dove quasi tutti i Perturbazione risiedono – alla vicina Torino.
Tommaso Cerasuolo (voce, basso, tamburello), Gigi Giancursi (chitarre, pianola, glockenspiel), Stefano Milano (basso), Rossano Lo Mele (batteria) ed Elena Diana (violoncello, pianola), assieme all’ultimo arrivato Cristiano Lo Mele (chitarre, pianola, mandolino), sono dunque gli stessi di sempre: eterei, leggiadri e malinconici, ma non per questo meno autorevoli nel comunicare forti suggestioni attraverso trame elettroacustiche e canore figlie del folk-rock più languido così come della psichedelia più ombrosamente aggraziata e del post-punk più tenue; uno stile peculiare, comunque, che l’immediata comprensibilità dei testi rende forse appena meno enigmatico – il momento più “misterioso” è infatti Fake B-Movie Star, unica reminiscenza dei trascorsi (?) anglofoni – a vantaggio di un sensibile allargamento dell’orizzonte di ricezione della poetica della band. Sussurrate e torpidamente ipnotiche, le nuove canzoni dei Perturbazione – in particolare la delicatamente drammatica Lontano da qui, che apre non a caso le danze, ma anche la più stralunata Dal silenzio collocata in chiusura – costituiscono esempi straordinari di espressione musicale libera da vincoli di genere e di mercato; un’Arte sommessa e crepuscolare che regalerà brividi di commozione agli spiriti in sintonia con essa e resterà, per fortuna o purtroppo, ostica e/o incomprensibile a quanti sono soliti cibarsi di artifici promozionali, playlist radiofoniche compilate sulla base di accordi economici, burattini da videoclip, tendenze costruite a tavolino e plastificate miserie di stagione. A dispetto del nome non molto rassicurante, Perturbazione è una panacea ai troppi mali che affliggono il mondo delle sette note: non l’unica e magari neanche la più efficace, ma senz’altro da consigliare senza riserve. Assumere pure in dosi massicce, non dà effetti collaterali.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.335 del 19 gennaio 1999

 

Perturbazione cop 4In circolo (Santeria)
Dopo due album editi nel 1998 da On/Off e Beware!, il folgorante Waiting To Happen e il mini 36, i Perturbazione ritornano finalmente sul mercato sotto l’egida della Santeria, l’etichetta del distributore Audioglobe. Lo fanno con un CD, In circolo, che costituisce un’ulteriore, fondamentale tappa di un percorso artistico e umano avviato ben quattordici anni fa nei dintorni di Torino e destinato a terminare soltanto quando i Nostri perderanno – ma non è detto che ciò accada – le forti motivazioni che da sempre li spingono e li guidano. Diversamente dai normali gruppi “rock”, il sestetto di Rivoli ha infatti come principale (unico?) obiettivo la comunicazione a livello interiore e non epidermico: un fine perseguito attraverso processi mentali e artistici laboriosi e a volte anche dolorosi, come dimostrato da un suono strutturato in modo assai poco usuale e profondamente emotivo, le cui tinte dominanti sono quelle della malinconia.
Nel loro cauto movimento, i Perturbazione hanno ora deciso di stringere più saldi legami con la forma-canzone, senza per questo soffocare la loro indole stralunata e deviante: basti pensare che le incisioni sono state effettuate nel corso di alcune settimane di ritiro in una casa-fantasma appositamente attrezzata, con Fabio Magistrali incaricato di raccogliere le note, le parole e gli umori che liberamente fluivano dagli strumenti, dalle bocche e dai cuori. Se poco o nulla si può eccepire sugli scopi, fissati dall’istinto e non da calcoli di (ipotetica) convenienza, c’è pero da osservare che gli esiti globali non sono felici come si sarebbe desiderato: fermi restando la verve visionaria e straniante (in senso letterario) delle trame musicali – note di merito per violoncello e percussioni – e la profondità di liriche che, non imboccando la facile via dell’ermetismo, sposano il privato e l’universale, è difficile non accorgersi di come la maggiore propensione melodica metta in risalto – e l’italiano, ormai adottato nella quasi totalità dei brani, è in questo più impietoso dell’inglese – quelle che non sembrano scelte stilistiche ma limiti di estensione vocale. E se è vero che il problema si evidenzia soprattutto quando i ritmi si fanno accesi (come in Mi piacerebbe e Il senso della vite; meno nella fulminea Fiat Lux, favorita dall’approccio aggressivo), restando invece sommerso nelle “ballate” e negli episodi eterei e dilatati, è altrettanto innegabile che nell’assecondare il suo desiderio di crescita in direzione “pop” la band abbia anche sacrificato sull’altare della (pur relativa) linearità parte di quell’atteggiamento obliquo che continua a essere la sua arma migliore.
Non è affatto un flop, In circolo, considerate le sue numerose brillanti intuizioni e l’eccellente caratura di parecchie tracce. È però, o almeno così appare, un lavoro in qualche misura irrisolto, da classificare – con un termine banalotto ma efficace – come “disco di transizione”. La nostra sincera speranza è che i Perturbazione trovino presto la loro strada, che per quanto ci riguarda auspichiamo essere in direzione opposta a quella ora imboccata: a seguire sempre e solo il cuore, è cosa nota, si rischia di finire in un circolo vizioso come quello dell’immagine di copertina, ad aspettare treni che potrebbero non passare mai.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.475 del 26 febbraio 2002

 

Perturbazione cop 5Canzoni allo specchio (Mescal)
Un carriera discograficamente in ascesa, quella dei Perturbazione: prima un album e un mini al 100% indie, poi il passaggio alla più organizzata Santeria per un altro album e un EP e infine l’approdo in Mescal, oggi inaugurato da un terzo CD propriamente detto che costituisce il naturale seguito del precedente. Se tre anni fa, con In circolo, la band torinese aveva infatti manifestato con chiarezza la volontà di affrancarsi dallo stile naïf degli esordi, per proporre canzoni d’autore più compiute tanto nelle strutture quanto negli abiti sonori con i quali vestirle, il nuovo lavoro – con l’esteta Paolo Benvegnù nel ruolo di produttore artistico – perfeziona il processo, consacrando definitivamente i Nostri come realtà fra le più personali del panorama alternativo italiano e non solo. Certo, l’ormai inconfondibile voce di Tommaso Cerasuolo continua a non essere un preclaro esempio di duttilità, ma i progressi compiuti – soprattutto, si presume, grazie all’intensa attività live – ne hanno comunque arricchito range espressivo e forza suggestiva, favorendone il miglior amalgama con quel tessuto strumentale che chitarre, basso, batteria e (irrinunciabile) violoncello intrecciano oggi in modo sempre aggraziato e “artigianale” ma più convinto e autorevole.
Funziona, Canzoni allo specchio, con il suo “pop” surreale e – forse meno che in passato, peraltro – malinconico, con le sue liriche introspettive, evocative e qua e là spiazzanti (eloquente, in tal senso, la prima strofa di Animalia, che davvero non ti aspetti), con qualche melodia che entra nel cervello e non se ne va più (fin troppo facile prevedere danze e cori a squarciagola per Se mi scrivi, a metà fra Morrissey e Tenco, un inno per la sms-generation), con atmosfere che avvolgono e cullano il cuore, con fascinosi spunti rétro in linea con la lezione dei Baustelle (non a caso alcuni di loro sono presenti come ospiti, assieme a componenti dei Giardini di Mirò). Inevitabile accogliere con piacere la notizia che i Perturbazione sembrano proprio aver trovato la strada che con In circolo stavano ancora cercando, e mettere in preventivo l’obbligo di seguirne, stazione dopo stazione, l’ulteriore percorso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.608 del marzo 2005

 

Perturbazione cop 6Musica X (Mescal)
Fra gli interrogativi legati alla musica nazionale, uno dei più gettonati riguarda il perché i Perturbazione – almeno da quando, nel 2002, si sono convertiti ai testi in italiano – non riscuotano enorme successo e siano invece “solo” oggetto di un pur ampio culto. La più probabile risposta è che il loro pop-rock aggraziato ma all’occorrenza energico, persuasivo se non addirittura irresistibile, è troppo intelligente e di classe per il popolo bue che al fine artigianato musicale preferisce la plastica. Non sono abbastanza “stupidi”, gli ormai ex ragazzi torinesi, e rimangono in mezzo al guado nonostante la loro indiscutibile abilità nel concepire melodie accattivanti, trame ingegnose ma non respingenti e versi di immediato impatto benché ricercati e profondi. Chi non la conosce cerchi su YouTube Se mi scrivi del 2005, singolo apripista di Canzoni allo specchio accompagnato da un delizioso videoclip di Guido Chiesa (con Marina Massironi e Carlo Lucarelli), e provi a spiegare perché non sia diventato un tormentone su tutte le radio.
Sesto capitolo sulla lunga distanza, acquistabile ai concerti o presso il sito http://www.mescalmusic.com, Musica X è ancora una volta un ottimo album: la scrittura eclettica e frizzante, il perfetto dosaggio di leggerezza e intensità, il canto suggestivo di Tommaso Cerasuolo, il sapiente incontro di sonorità elettroacustiche ed elettroniche che ha reso la formula più attuale e ammiccante (in cabina di regia c’è Max Casacci dei Subsonica), i ritornelli-killer, le parole sempre centrate e poetiche, i contributi di ospiti diversissimi (Luca Carboni, Erica Mou, I Cani) lo rendono un gioiello di gusto, piacevolezza e sentimento (Mia figlia infinita, per fare un solo esempio, suscita vera commozione) tra radici e modernità. Da classificare alla voce “Pop d’Autore”, con la P e la A rigorosamente maiuscole.
Tratto da AudioReview n.345 del luglio/agosto 2013

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