Estra

Sono stato un grande sostenitore degli Estra, dall’inizio della loro parabola artistica e anche oltre, quando il frontman Giulio Casale si dedicò alla carriera solistica. La notizia di oggi (nel senso letterale del termine) è che la band trevigiana, a dieci anni dall’ultimo concerto, si esibirà a Roncade (11 aprile), Milano (16 aprile), Firenze (17 aprile) e Roma (23 aprile): un mini-tour che, chissà, potrebbe anche portare stimoli per quel quinto lavoro di studio che si attende da tempo immemore (il quarto risale infatti al 2001). Per festeggiare l’evento ho recuperato dal mio archivio questa intervista del 1997, realizzata all’epoca del secondo album Alterazioni, il mio preferito. In tale occasione il gruppo finì sulla copertina dell’inserto “Fuori dal Mucchio”, mentre due copertine del giornale (sempre legate a mie interviste) sarebbero arrivate per il terzo disco Nordest Cowboys (1999) e per il doppio dal vivo A conficcarsi in carne d’amore (2003). A mio avviso, però, è questa chiacchierata a spiegare come meglio non si potrebbe il “sacro furore” che guidava, e che si spera guidi ancora, Giulio Casale, Abe Salvadori, Eddy Bassan e Nicola Ghedin.
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Presa di coscienza
È la seconda volta in appena undici mesi che le pagine di “Fuori dal Mucchio” ospitano una chiacchierata con gli Estra. Se il quadro dipinto dalla prima intervista era quello di una band già determinata ma ancora (comprensibilmente) timida, il nuovo incontro ha invece dimostrato come la crescita del quartetto trevigiano non si sia limitata alle questioni artistiche, ma abbia anche investito ogni aspetto dell’approccio al business che alla musica fa da (purtroppo necessario) contorno. Giulio Casale, cantante e front-man e nella circostanza nostro squisito interlocutore, è stato ben lieto di illuminarci sugli Estra del 1997, che con un album di valore come il recentissimo Alterazioni hanno davvero di che essere soddisfatti. E noi, naturalmente, con loro.
Iniziamo in modo banale: puoi raccontarci, a grandi linee, l’ultimo anno degli Estra?
È stato un 1996 molto intenso e ricco di esperienze che ci hanno fatto maturare: checché se ne dica, entrare a far parte del mondo della discografia non è lo stesso che suonare in cantina o nelle rassegne cittadine. Per fortuna cerchiamo di trarre insegnamento da qualsiasi cosa ci accada, anche se negativa, e di considerarla come un aiuto per un’ulteriore messa a fuoco del nostro progetto: un progetto che, va sottolineato, ha dietro ragioni forti, che sarebbero dovute emergere da subito e che invece, per ingenuità, non sono state del tutto evidenziate in Metamorfosi. Il 1996, poi, è stato anche un anno di esibizioni dal vivo, tra le quali ricordo con particolare gioia quelle di “Sonoria” e di Recanati, dove abbiamo inaugurato il Festival della Canzone d’Autore; anche i concerti estivi e le varie manifestazioni alle quali abbiamo partecipato hanno avuto grande importanza, se non altro come occasioni di incontro e confronto per la “scena”: noi speriamo davvero che situazioni di questo genere, dove i gruppi in qualche modo affini possono collaborare, si moltiplichino sempre più, e non a caso abbiamo chiesto ad un personaggio grande e sottovalutato come Amerigo Verardi di aprire qualche nostra serata.
Tutti questi avvenimenti, come è logico, hanno in qualche modo pesato su Alterazioni…
Abbiamo trascorso tredici giorni di fuoco, registrando in presa diretta e riascoltando i nastri per scegliere le interpretazioni più riuscite. Crediamo che, alla fine, l’energia e il sudore spesi in sala  vengano restituiti intatti dall’album.
Da cosa deriva questo improvviso desiderio di immediatezza, di una forma espressiva così diretta?
Forse dal fatto che oggi non si riesce più a individuare qualcosa di vero, di necessario, di profondo: qualcosa, insomma, che non si consumi subito come quasi tutti frutti della nostra industria culturale. Chi, come il musicista, dovrebbe essere portatore di qualche contenuto o di qualche forma espressiva, non può non avvertire l’esigenza privata, personale, di riconoscersi come estraneo a tale atteggiamento… e quindi di essere assolutamente credibile riguardo a se stesso. La nostra scelta è stata quella di fare un disco vero, che ci assomigliasse al 100%, dal lavoro di studio alla copertina in bianco e nero fino al prezzo ridotto. Un disco di cui la gente si possa fidare.
L’obiettivo primario degli Estra è l’Arte?
Non saprei se possano essere definite Arte, ma in ogni caso il nostro intento è quello di creare belle canzoni. Canzoni riconoscibili, ma anche dotate di una forza che non le faccia scomparire. A volte ci riusciamo: L’uomo coi tagli, ad esempio, è un brano che dal vivo crea sempre un’atmosfera speciale.
Vi siete dedicati alla musica più per gratificare voi stessi o più per comunicare con il pubblico?
La spinta che viene da dentro di noi è fondamentale, però è anche vero che salendo su un palco e realizzando dischi è logico desiderare che certe sensazioni siano condivise con il maggior numero possibile di persone.
E se queste persone non ci fossero, gli Estra esisterebbero ugualmente?
Sicuramente sì, ma ci porremmo anche il problema del perché la nostra proposta fallisce. Oggi come oggi, però, riscontriamo nei nostri confronti interesse e curiosità, e dunque non ci preoccupiamo: sappiamo di essere motivati e siamo consapevoli di come il nostro stile rifletta il nostro modo di concepire la vita e di ripudiare molti degli aspetti che, in pratica, ci sono imposti dall’Occidente e dalla dominante cultura tecnico-scientifica di questi giorni.
E tu credi che questo venga sempre recepito? Non pensi che magari a tanti può non interessare nulla di quello che volevi dire e apprezza solo le linee melodiche o la tua voce?
È difficile dire cose che siano veramente “altre”, essere unici rispetto ai modelli che, come nel nostro caso, rifiutiamo. Possiamo proclamare tutta la diversità che vogliamo, ma entrare in qualche modo a far parte di un certo gioco significa esserci dentro fino al collo. Sono contraddizioni in termini che anche noi viviamo, spesso dolorosamente, sulla nostra pelle, ma penso comunque che la nostra poetica e la nostra “estetica” dovrebbero già essere indicative della lontananza degli Estra da certe scorciatoie e certi stereotipi tipici del mercato musicale. Nelle nostre canzoni non c’è “sloganismo” né narrativa pura e semplice, ma c’è sempre un rimando a qualcosa di simbolico, di evocativo; e questo ha sicuramente più a che fare con la spiritualità che non, per esempio, con un riconoscimento in una particolare realtà politica o sociale.
Simbolico ed evocativo erano termini molto in voga negli anni ‘80, e il suono degli Estra sembra affondare le sue radici proprio nel decennio precedente. Mi sbaglio?
In effetti, avendo solo venticinque anni, la prima musica che abbiamo veramente ascoltato era quella degli anni ‘80. Confrontandoci tra di noi, però, ci siamo trovati d’accordo più su proposte di fine Sixties/inizio Seventies – Velvet Underground, Neil Young, il primo David Bowie, fino a Patti Smith – che pur nelle loro differenze rientravano tutte in un discorso di “rock poetico”, di rock che ha qualcosa da comunicare oltre all’impatto fisico. Tra i nostri amori di un decennio fa erano molto presenti anche gruppi come R.E.M., U2 e Church.
E, almeno credo, anche un po’ di Litfiba.
Specie quelli di 17 re. Una band che realizzava un album come quello, in quel periodo, non poteva non rappresentare un riferimento, una prova che si poteva davvero inventare un proprio mondo, un proprio linguaggio. Credo che, se i Litfiba non fossero mai esistiti, la situazione italiana odierna sarebbe molto più triste.
Il fatto che in qualche modo vogliate essere controcorrente è anche evidenziato, a mio parere, dall’impostazione molto classica del vostro rock. Gli Estra non sono interessati alle applicazioni musicali della moderna tecnologia?
In verità ci sentiamo molto vicini, in senso concettuale, ai Pearl Jam di No Code, così come io mi associo ai discorsi di “pulizia culturale” portati avanti da Eddie Vedder. Desideravamo un disco che rispecchiasse la nostra natura e le nostre personalità, ed è stato bello incidere con vecchie, buone macchine e vecchi nastri, e addirittura con in sottofondo quel soffio che tanto ci piace. Purtroppo non siamo riusciti a convincere la CGD a stampare anche una tiratura in vinile… Comunque hai ragione, da parte nostra c’è una certa ritrosia nei confronti dell’innovazione, ma la scelta non è dogmatica o ideologica: diciamo che, spontaneamente, ci sentiamo attratti dal rock classico.
Insomma, per andare avanti gli Estra hanno dovuto guardarsi indietro.
Sì. Scavando dentro di noi abbiamo capito che non era necessario aggiungere altro a quello che avevamo da sempre: due chitarre, basso, batteria, una grande foga e un trasporto viscerale per il nostro “mestiere”. Abbiamo preso coscienza che questo basta, perlomeno oggi, per fare dischi e tour ed essere ascoltati. Per cambiare c’è sempre tempo: in fondo siamo agli inizi, e rimetterci in discussione fin da ora mi sembrerebbe prematuro.
Dalle tue parole ho l’impressione che non vi riconosciate più tanto in Metamorfosi. Ritenete che Massimo Bubola, il vostro produttore, vi abbia un po’ preso la mano?
Più che altro c’entra l’inesperienza: era la prima volta che registravamo in modo serio, e forse ci siamo fatti cogliere un po’ impreparati. Piuttosto che di una delega esagerata a Massimo per quanto riguarda il primo album, rivendico la nostra crescita in questo secondo: non a caso il disco è il risultato di una coproduzione a tutti gli effetti. In Metamorfosi, comunque, non c’è nulla che non sia stato approvato da noi: è solo che all’epoca abbiamo cercato, a volte anche in modo un po’ goffo, di uniformare un repertorio di due anni, mentre Alterazioni, essendo stato scritto in pochi mesi, è per forza di cose più omogeneo.
Prima Metamorfosi e poi Alterazioni: sugli Estra aleggia forse il concetto di continuo cambiamento?
Pasolini diceva “non fatevi mai trovare”, nel senso di continuare ad essere irriconoscibili: è un’idea alla quale sono molto legato, specie considerando l’omologazione oggi imperante. Un titolo come Metamorfosi voleva indicare il passaggio ad una dimensione adulta del gruppo, mentre Alterazioni ha un altro significato: subiamo  attacchi violentissimi da parte della nostra società, attacchi che ci fanno sembrare normali realtà che normali non sono, e dunque ci veniamo a trovare in stati di alterazione rispetto a quella che potrebbe essere una grandiosa e gioiosa normalità.
È questa la “vita offesa” di cui ho letto nelle note?
Proprio così. Lo scarto che esiste tra la vita che ciascuno di noi sente come possibile per la realizzazione di se stesso e dei propri sogni soprattutto spirituali, che viene negata dalla civiltà del lavoro e appiattita nella pratica quotidiana.
Strano che una critica così violenta venga da una persona che, come te, vive in una regione culturalmente ed economicamente vivace come il Veneto.
Il discorso sul Veneto sarebbe lunghissimo. Il problema di fondo è che da noi si è passati in pochissimi anni da una società contadina a una industriale e post-industriale. I giovani miei coetanei non sanno davvero più cosa pensare, perchè si trovano con nonni bacucchi e bigotti che parlano di cose che non esistono più e padri che non si interessano di nulla che non sia pratico o redditizio; i ragazzi hanno sempre molti soldi in tasca ma non hanno punti di riferimento, a parte il solito Dio Denaro.
Per concludere, mi sembra che anche i tuoi testi si siano fatti più diretti e meno ermetici.
Credo che anche questo sia dipeso dagli avvenimenti dell’ultimo anno. Adesso c’è molto più rock vissuto sulla pelle, molta più vita vissuta e sofferta in prima persona e non teorizzata e filtrata attraverso il proprio guscio protettivo. Di questo sono molto contento, perché il rock deve avere una sua fisicità, e non deve essere magari solo un pretesto per fare della filosofia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.250 del 25 marzo 1997

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